150 anni di politica estera italiana

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L’annuario “La politica estera dell’Italia” dell’edizione 2011 prodotto dall’Istituto degli Affari Internazionali traccia un bilancio interessante sulla storia geopolitica del Bel Paese. Le congiunture internazionali susseguitesi nei passaggi storici tra 800’ e 900’ ed i principi ispiratori della sicurezza mondiale hanno visto quasi costantemente impegnata l’Italia nella qualità di alleato credibile ed autorevole nello scacchiere della diplomazia internazionale.

Dai contenuti dell’annuario sulla politica estera italiana, il nostro Paese esce come una nazione credibile al centro delle attenzioni internazionali anche se non mancano alcuni aspetti cosiddetti “deboli”. Emerge comunque che l’Italia è tuttora essenziale negli equilibri euro-mediterranei e nel più articolato sistema delle democrazie occidentali e l’impegno nelle missioni di peacekeeping sono la dimostrazione del ruolo fondamentale delle forze militari italiane. A dimostrazione di questa tesi le costanti storiche dell’ultimo secolo e l’invio di contingenti militari in scenari turbolenti dove la diplomazia internazionale ha spesso rinunciato ad intervenire a causa di veti o più semplicemente per via di interessi bilaterali con i regimi contestati.

In Italia, la Farnesiana è il maggior ente che si occupa di coordinare la politica estera. Il Ministero degli Affari esteri gestisce le relazioni tra il nostro paese ed il resto del mondo ed è tra i dicasteri più organizzati al mondo in termini di intelligence e apparato burocratico. Partnership atlantica ed europea, promozione della cooperazione, dialogo con il mondo arabo e lotta al terrorismo internazionale sono i cardini dell’operato dell’Italia nelle relazioni con tutti i paesi del globo. Tuttavia, le scelte fatte dai governi negli ultimi decenni (centrodestra e centrosinistra) sono state giudicate per lo più dettate da priorità e da emergenze umanitarie.

All’inizio degli anni novanta l’onda di sbarchi clandestini provenienti dai Balcani hanno costretto l’Italia ad una politica dell’accoglienza senza precedenti, culminata però nel 1998 con l’invio di militari nell’ex Yugoslavia per contrastare il regime di Milosevich che nel frattempo si era macchiato di crimini come la pulizia etnica commettendo le più atroci carneficine sul suolo europeo dalla fine della guerra fredda. Il Governo di Massimo D’Alema, con il voto contrario della destra, avvia i bombardamenti sulla Serbia e successivamente invia i militari italiani a sostegno della risoluzione Onu per garantire protezione ai serbo-bosniaci ed ai musulmani perseguitati dalle truppe serbe (un caso eclatante fu quello dei caschi blu olandesi che lasciarono trucidare, sotto i propri occhi, civili inermi). Il 2001 è stato, invece, l’anno dell’attacco alle Torri Gemelle e della risposta unilaterale degli Stati Uniti ad Al Qaida. L’Italia di Silvio Berlusconi appoggia l’intervento dapprima in Iraq e successivamente in Afghanistan dell’alleato George W.Bush, disattendendo però alle disposizioni delle Nazioni Unite. Più di recente nel 2007 il centrosinistra di Romano Prodi autorizza stavolta con risoluzione Onu, l’intervento militare in Libano. Nel corso di quest’anno le rivolte in Tunisia ed Egitto prima e la crisi in Libia poi hanno visto il Governo di centrodestra oscillare tra posizioni interlocutorie con i regimi nordafricani, in primis col Rais libico Gheddafi, e condanne più o meno convincenti sfociate negli interventi nella no fly zone, in raccordo con la comunità internazionale.

L’Italia preunitaria aveva già visto il Piemonte del Primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour intestarsi missioni militari fuori dai propri confini. La Guerra di Crimea, in cui truppe sabaude si univano agli sforzi degli inglesi e francesi per fermare l’avanzata russa nel Caucaso, fu il preambolo dell’alleanza contro gli Austro-ungarici per l’Indipendenza del Lombardo-Veneto replicata qualche tempo dopo sul suolo italiano. In questa operazione è sintetizzata tutta la politica estera del nostro Paese, ovvero il teorema delle alleanze “asimmetriche” con la costante che vede l’Italia alleata con attori più forti, in grado di colmare il deficit di sicurezza internazionale e qualche volta interno del paese con la cooptazione garantita al tavolo delle principali potenze del pianeta (l’Italia partecipa ai Trattati internazionali, ai tavoli di Pace e alla nascita degli organismi sovranazionali).

Dal punto di vista simbolico – si legge nell’annuario del IAI  – questa costante può riassumersi proprio nello slogan “dalla Crimea all’Afghanistan”, che sintetizza il tentativo di Cavour di “pagare in anticipo” il prezzo del sostegno degli alleati europei all’unificazione nazionale e quello più recente dei governi Berlusconi e Prodi di rimanere agganciati alla Nato e agli Usa nella rischiosa guerra afgana con il terzo contingente, in ordine numerico, di uomini schierati in un paese piuttosto distante dal centro degli interessi diretti nazionali.

Oggi l’Italia è tra le potenze mondiali più influenti. E’ membro del G8 insieme a Usa, Russia, Germania, Regno Unito, Francia, Giappone e Canada ed è settimo paese per Pil nella classifica del G20 (Dati 2010 – Fondo Monetario Internazionale).

Negli ultimi anni, considerati da molti analisti come gli “anni del declino”(leggasi Giuseppe Cassini, “Gli anni del declino. La politica estera del Governo (2001-2006)”, Bruno Mondadori, Milano 2007), i Governi presieduti da Silvio Berlusconi hanno non poco disorientato l’azione internazionale del nostro Paese. Dagli anni del bilateralismo con l’Amministrazione Bush e l’alleanza non convenzionale con l’ex inquilino del Cremlino, Vladimir Putin, al disimpegno per la politica internazionale a seguito dell’ascesa di Barack Obama alla Casa Bianca. E’ proprio la vicinanza con le posizioni russe che ha avanzato il sospetto che Berlusconi, e di riflesso l’Italia, abbia lavorato in questi anni per indebolire paradossalmente l’area di influenza americana nell’Europa ad iniziare dai Balcani e dall’est europeo, con la riabilitazione di personaggi anomali come Lukashenko, dittatore della Bielorussia – di cui, nonostante l’amicizia con il proprio Premier, il nostro Ministro della Difesa avesse confidato in diretta televisiva di non sapere chi fosse (Ballarò- RaiTre) – e come testimoniano le rivelazioni di Assange su Wikileaks dove l’Amministrazione americana aveva attenzionato il caso Italia presso l’allora ambasciatore americano a Roma, Spogli.

Ma se volessimo davvero analizzare il selciato della politica estera italiana da vicino non si può non fare accenno a chi nella politica estera è stato uno degli uomini più influenti. Nato a Roma nel 1919, ancora in salute e senatore a vita, Giulio Andreotti è forse l’uomo politico che più ha dedicato la propria vita alla politica estera dell’Italia. Riassumere la sua vita è un’impresa assai difficile. Tempo e gestione del potere prolungato fanno del vecchio democristiano uno dei pochi a vantare la quantità di esperienza impressionante al governo del Paese. Andreotti ha praticamente dominato la scena politica degli ultimi cinquant’anni: sette volte presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, due volte delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria, una volta al Ministero del Tesoro e una ministro degli Interni, sempre in Parlamento dal 1945 ad oggi ma mai leader di partito. Esperto indiscusso di equilibri geopolitici, Giulio Andreotti fa della distensione l’asse portante della politica estera italiana, insieme all’appoggio alla strategia atlantica. Si ritaglia un ruolo incisivo nelle tensioni medio-orientali, lavora alla ricomposizione del conflitto Iraq-Iran, sostiene i Paesi dell’Est nel loro processo di democraticizzazione e la Perestroika di Mikhail Gorbaciov nel passaggio storico dall’Unione sovietica alla Federazione Russa. E’ suo il Sì all’installazione degli euromissili della NATO. Nonostante i processi giudiziari a suo carico, il Divo Giulio lascia, ancora oggi, un segno nella politica estera italiana caratterizzandola per l’equidistanza tra i blocchi e la scelta atlantica come irrinunciabile.

Oggi, l’Italia si trova a scontare la scarsa incisività nel processo europeo, diversamente da quello che avevano fatto i governi democristiani. Tale situazione si riflette nell’ormai “quartetto”, cioè la pratica di tavoli di consultazione che vedono puntualmente sedersi a discutere di politica internazionale gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra e la Germania escludendo l’Italia. In più, l’atteggiamento remissivo e conservatore a favore di politiche anti-europee della destra al governo, ha ridimensionato il ruolo di protagonista dell’Italia tra quei paesi che più hanno creduto all’Europa unita.

Questo stallo è testimoniato dall’isolamento italiano e l’uscita di scena di personalità importanti che avevano contribuito con ruoli e responsabilità a guidare le istituzioni italiane ed europee tra i primi anni novanta e la prima metà del 2000, nel passaggio dall’Unione politica a quella economica dell’euro e fino all’allargamento dei paesi membri ad opera. Ricordiamo  la presidenza della Commissione europea di Romano Prodi, i ruoli dell’ex commissario europeo Mario Monti, del Presidente emerito della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi e degli ex premier Giuliano Amato e Lamberto Dini.

Infine, la crisi nord africana ha rischiato di mettere in luce l’inadeguatezza dell’Europa politica, anche a seguito di azioni di governo poco lungimiranti da parte dell’Italia, frutto di chiusure ideologiche di forze politiche chiamate al governo che non hanno mai nascosto la propria avversità per l’Europa, salvo poi richiamarne le responsabilità a seguito degli sbarchi clandestini dei mesi scorsi.

Gli anni della fioritura della politica estera dell’Italia risentono della mancanza di spirito nazionale inariditosi negli ultimi anni. Un Paese che si candida ad essere faro di democrazia non può retrocedere sui principi internazionali della cooperazione e sull’impegno teso alla costruzione politica dell’Europa, impegno scritto nel Dna di quella Repubblica nata dalle macerie dell’autarchismo mussoliano.

L’art.11 della Carta Costituzionale sancisce poi il profilo politico-militare pensato dai padri costituenti per il futuro della nostra Nazione. “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Le missioni di pace spesso lasciano l’amaro in bocca per gli esiti concreti che portano a beneficio delle popolazioni oppresse. Il merito delle forze militari e l’impegno dei militari all’estero è però motivo d’orgoglio per tutti gli italiani. Ciononostante, per intervenire militarmente non servono grandi principi se non quelli del diritto internazionale. Viceversa la promozione e la cooperazione internazionale, seppur dietro lo strumento degli aiuti umanitari, richiedono costanza e diplomazia un tempo assai riconosciuti a Roma.

A distanza di oltre mezzo secolo, la Repubblica italiana si trova ad un bivio fondamentale per gli sviluppi futuri. Il Paese di San Francesco non può che distinguersi per l’opera meritoria delle numerose organizzazioni non governative presenti in tutto il mondo. L’Italia riconosca pari dignità ai medici volontari in Eritrea o in Iraq così come ad oggi la nazione e lo Stato riservano ai commilitoni impegnati nelle missioni estere.

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