8 marzo: momento di riflessione non festeggiamento

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Dobbiamo riconoscere con un certo rammarico che col tempo si è perso il vero significato di tale ricorrenza a partire dalla sua triste origine. Oggi il più delle volte sono i festeggiamenti ad essere ricordati mentre la ricorrenza dovrebbe essere una occasione in più per riflettere sul percorso che le donne con tanti sacrifici hanno intrapreso fino ad oggi. Molte sono state le conquiste raggiunte dalle donne: il diritto al voto, il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto di essere riconosciuta come persona di pari valore e pari dignità.

Purtroppo ancora oggi però le classifiche sono impietose per il nostro Paese: infatti l’Italia è al 72° posto nella classica mondiale (sono in tutto 134 le nazioni monitorale) sul “gender gap”.

Pensiamo che l’Italia è superata anche da Vietnam, Romania e Paraguay, procede la Tanzania ed è terzultima in Europa. A pesare è la presenza di indici negativi sulla partecipazione delle donne alla vita economica, in primis la partecipazione al mercato del lavoro, le disparità di salari e redditi rispetto agli uomini.

Ai primi posti nemmeno a dirlo i Paesi scandinavi.

Ancora oggi anche se può sembrare incredibile, per perseguire obiettivi di uguaglianza, pari opportunità e non discriminazione, è stato necessario legiferare per sancire principi che ognuno di noi ritiene ovvi.

Mi riferisco al recente decreto legislativo n. 5/2010 che recepisce la direttiva europea n.54/2006 in materia di pari opportunità e lavoro entrato in vigore il 20 febbraio e che introduce alcune importanti modifiche al Codice delle pari opportunità tra uomo e donna.

 

Importanti modifiche che riguardano ad esempio le nozioni di discriminazione o le sanzioni per l’azienda con multa fino a 50 mila euro e sei mesi di arresto per il datore di lavoro che discrimina le dipendenti con stipendi inferiori.

 

Perché come è stato ribadito – anche di recente – dalla Commissione Europea  nonostante l’UE abbia contribuito in maniera rilevante alla promozione della condizione femminile elaborando un corpus normativo sulla parità, le disparità persistono e persistono a scapito delle donne.

Prova ne è questo ultimo intervento legislativo reso necessario per sgombrare il campo da possibili equivoci interpretativi, esplicitando in maniera chiara ed inequivocabile quello che non si può fare e che la legge sanziona: nonostante il nostro Paese godesse già di una estesa ed avanzata legislazione nazionale – anche di derivazione comunitaria  -riguardante l’accesso all’occupazione, la parità retributiva, la protezione della maternità, i congedi parentali, le misure di incentivazione anche economica alla conciliazione tra tempi di vita e di lavoro.

Il Sindacato ha affrontato da tempo la questione femminile, mettendo a punto strategia sia per l’inserimento delle donne negli organismi dirigenziali considerando la diversità femminile una risorsa, sia attraverso un vero e proprio “mainstreming” contrattuale ossia l’inserimento delle tematiche di genere nelle piattaforme contrattuali.

Il c.d.  “gender mainstreaming” é un principio che si pone come obiettivo quello di porre al centro (=mainstream) dei programmi e delle strategie della politica, dell’amministrazione e dell’economia la promozione delle pari opportunità tra i generi (=gender).
Questo approccio assume come punto di partenza il fatto che esistono differenze per uomini e donne per quanto riguarda le esigenze e gli interessi, le condizioni, i percorsi e le opportunità di vita, di lavoro, di partecipazione ai processi decisionali.
Di conseguenza, il gender mainstreaming considera i diversi impatti che ogni decisione può avere per gli uomini e per le donne e si propone di fare in modo che tutti i programmi e le misure da adottare – sia in ambito pubblico, sia privato – si orientino a perseguire una parità tra uomini e donne non solo formale, ma anche sostanziale.

La sempre maggiore presenza di donne dirigenti sindacali è sicuramente determinante per intercettare esigenze e bisogni delle lavoratrici in una società che cambia così come nei tavoli contrattuali affrontare la questione anche dal punto di vista di genere, diventa importante per favorire ad es. le politiche di conciliazione dei tempi di vita con il lavoro dando seguito ad istituti contrattuali come la banca delle ore, la flessibilità, il telelavoro.

Non c’è dubbio che ancora oggi persistono condizioni di complessivo svantaggio sociale e lavorativo per le donne, costrette a dover scegliere tra lavoro e famiglia per la rigidità di contesti lavorativi, carenza di strutture e servizi e la poca attenzione – appunto – alle politiche di conciliazione lavoro/famiglia.

Ricordiamo che la nostra provincia si piazza tra i primi cinque posti in Italia per numero di disoccupati donne con un tasso del 19%! E con un altro dato negativo: quello relativo all’occupazione femminile del 29,2% con un forte divario con le regioni del centro nord che arrivano in alcuni casi come l’Emilia Romagna al 62,1% superando anche gli obiettivi di Lisbona che come ricorderete fissava nel 2010 il raggiungimento del 60% dell’occupazione femminile per gli Stati membri.

Riteniamo – pertanto-  indispensabile la costituzione di un “Osservatorio Donna Lavoro, proposta che abbiamo lanciato nel corso del recente Seminario del 25 febbraio u.s. che abbiamo dedicato al “Lavoro femminile” .

Osservatorio finalizzato all’inserimento delle donne nel mercato del lavoro, che diventa strumento per rilanciare l’occupazione femminile,  raccogliere informazioni sui fabbisogni e svolgere azione di monitoraggio sulle condizioni delle donne nel nostro territorio, da costituire mediante partenariato con attori istituzionali e sociali come l’Inps, l’Assessorato provinciale al lavoro, l’Assessorato provinciale alle pari opportunità, l’Ufficio provinciale del lavoro, ecc.

Occorre prendere coscienza che la nostra è una realtà fatta di persone che lavorano fianco a fianco, si confrontano ogni giorno, hanno pari talenti ma non ancora pari possibilità.

A  30anni dall’inizio della femminilizzazione del mercato del lavoro, si stenta ancora a riconoscere che il ruolo della donna in seno alla famiglia e alla società è cambiato e nonostante tanti sforzi e il notevole corpus normativo ancora oggi restano molte ombre sulla strada della parità e della piena partecipazione delle donne alle forze lavoro.

 

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