980 morti sul lavoro? Quisquilie!

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Non capisco tanto trionfalismo da parte di istituzioni e cosiddetti “enti preposti” e non capisco, non digerisco e non accetto tanto acritico servilismo da parte dei giornalisti.

di Patrizia Maltese

Francamente non capisco. E infatti ho aspettato un po’ a scrivere, volevo esserne certa. Confermo: non capisco e non mi adeguo. Non capisco tanto trionfalismo da parte di istituzioni e cosiddetti “enti preposti” e non capisco, non digerisco e non accetto tanto acritico servilismo da parte dei giornalisti.
Sto parlando della notizia diffusa ieri sul calo del numero di morti sul lavoro in Italia nel 2010 rilevato dall’Inail. Riporto un po’ di titoli, sommari, occhielli, giusto per farci un’idea:
1) E’ il risultato migliore dal dopoguerra;
2) Meno di mille morti sul lavoro, miglior dato dal dopoguerra;
3) Morti sul lavoro: sotto quota mille. E’ prima volta da dopoguerra;
4) Abbattuto il muro dei mille morti sul lavoro.
E via così trionfaleggiando e mistificando. Ma, dico, di che stiamo parlando? E, soprattutto, come ne stiamo parlando. Intanto, comunque, stiamo parlando di 980 persone che andavano a lavorare per vivere e tutto avrebbero desiderato fuorché lavorare per morire. Perché è un ossimoro, una contraddizione in termini: il lavoro, per qualunque persona normale (esclusi, quindi, quelli che vivono di rendita, i trafficanti di droga e armi, le mantenute e simili) è la vita stessa ed è la dignità della vita. E invece in Italia lo scorso anno 980 persone sono andate a lavorare per morire e se anche c’è stata una minima flessione buon senso, buon gusto e immedesimazione al dolore dei parenti delle vittime vorrebbero che si evitasse quest’aria di festa come se il Paese intero avesse vinto una lotteria ultramiliardaria.
Anche perché, come sempre accade andando oltre a quanto vogliono farci sentire i moderni “strilloni” di regime, se vai in fondo e leggi il rapporto annuale dell’Inail o anche la semplice sintesi che ne fanno gli articoli (fidando sul fatto che quasi nessuno li legge e che i più si fermano alla lettura del titolo), scopri che c’è poco da festeggiare. E che c’è molto da incazzarsi.
Il documento parla di 980 morti nel 2010 contro i 1.053 dell’anno precedente, con un calo del 6,9%, e anche di una diminuzione degli infortuni, passati dagli oltre 790.000 del 2009 ai poco più di 775.000 dell’anno preso in esame, con un calo dell’1,9%; però basta leggere con un minimo di attenzione le parole del presidente dell’Inail, Marco Fabio Sartori (che, ovviamente, non rinuncia all’urlo di giubilo parlando di fatto di “straordinaria rilevanza”), per capire quanto sia fuori luogo tanta euforia. E non solo perché stiamo parlando di morti. 
Allora, esaminiamo il testo: “Dopo il calo record di infortuni del 2009 – dice Sartori – in parte dovuto agli effetti della difficile congiuntura economica, il 2010 ha registrato un’ulteriore contrazione di 15.000 denunce (per un totale di 775.000 complessive) a conferma del miglioramento ormai strutturale dell’andamento infortunistico in Italia”. Scusi, ma secondo lei abbiamo l’anello al naso? Calo “record” dovuto alla “difficile congiuntura” significa solo una cosa: che se nel 2009 eravamo nella merda dal punto di vista occupazionale e gli infortuni e le morti sul lavoro calavano semplicemente perché non c’era il lavoro su cui morire, oggi siamo ancora di più nella merda (e basta guardare i dati sull’aumento della disoccupazione). Non solo: è probabile che il primo calo registrato nel 2009 e quello ulteriore del 2010 siano dovuti non tanto al fatto che si muore e che ci si fa male di meno, ma al fatto che – proprio perché non c’è lavoro e la gente è talmente disperata da accollarsi qualunque cosa e quindi nessuna tutela, contributi, malattia, eccetera – forse si denuncia di meno: ti fai male, ti rialzi, raccatti i cocci, li riattacchi col Vinavil e ti rimetti a lavorare se non vuoi rischiare di perdere anche questo posto da schiavo. Infatti, Sartori parla di contrazione di denunce. Che non vuol dire necessariamente contrazione di incidenti. Non è la prima volta che un operaio precipita da un’impalcatura e il suo padrone si precipita non a soccorrerlo, ma a fare spostare il cadavere il più lontano possibile dal cantiere.
E poi c’è una novità: la supremazia delle donne, secondo un andazzo generalizzato in tutti settori. Più brave negli studi, più brave nel lavoro, fanno carriera ai vertici delle aziende (se sono stronze fanno carriera anche ai vertici di partiti e sindacati), guidano il clan quando il marito boss è in galera…ma qui c’è poco da scherzare, perché le donne – carne da macello, che più degli uomini sono costrette ad accettare lavori senza tutele – si fanno male e muoiono di più sul lavoro e quest’anno conquistano questo ulteriore primato: un migliaio di donne infortunate in più rispetto al 2009 e sette donne in più morte sul lavoro, che in termini percentuali vuol dire +9,7 in un solo anno. Ma per consolarci, i geni dell’informazione in combutta con i rilevatori di morti e feriti, ci spiegano che “va comunque tenuto conto che le donne rappresentano circa il 40% degli occupati”. Appunto. Che vuol dire “va comunque tenuto conto”? Vuol dire che non solo sono più disoccupate degli uomini, ma che appunto quella percentuale di infortuni e decessi probabilmente andrebbe arrotondata per eccesso proprio alla luce di questo minor lavoro. Loro invece no: siccome le donne si fanno male solo per il 32% del totale e muoiono solo per l’8%, “Si deduce che il lavoro femminile è sicuramente meno rischioso”. Più che altro non c’è il lavoro femminile e quando fai la cameriera o la badante – che è tutto ciò che i maschi riescono a concepire per una donna, anche se ha sei lauree – il più delle volte è un lavoro fantasma e se non precipitano dall’impalcatura possono precipitare da un balcone mentre puliscono i vetri. Dopo di che se ne vanno a casa e nessuno lo saprà mai e forse non potranno nemmeno mai più lavorare. 
Continuando a leggere i dati, poi si scopre pure che invece nel 2010 rispetto all’anno precedente è stato un anno orribile per gli “stranieri” (leggasi: immigrati, anche in questo caso senza tutele, e non certo un docente dell’Università di Oxford venuto a tenere qualche lezione in Italia), perché gli infortuni sono passati da 119.240 a 120.135, cioè +0,8%, e che a questo incremento hanno contribuito in maniera significativa le donne – colf e badanti – con un +6,8%. “Migliore la situazione per i casi mortali” fra gli stranieri, ci dicono. Migliore? 138 morti invece che 144 sarebbe “migliore”? Sarebbe peggiore se anche di morto ce ne fosse stato uno solo! E invece, per loro, 980 morti in tutto sul lavoro in un solo anno anziché 1053 sono quisquilie. 
Andatelo a raccontare a una madre derubata del proprio figlio o a una giovane sposa improvvisamente vedova, se ne avete il coraggio.

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