Angelo, il dentista dei migranti, tra riconoscenza e rancore

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Angelo Toscano è un giovane dentista di 28 anni con una attività solida. Continua la tradizione di famiglia nello studio avviato dal padre ad Acireale. Insomma, una situazione abbastanza tranquilla per un giovane siciliano. Eppure, al contrario di quanto qualcuno si aspetterebbe, Angelo ha guardato al di fuori del suo tranquillo giardino. Ha “visto” due ragazzi, suoi coetanei, con la pelle scura come la notte e tanto dolore negli occhi. Così ha deciso di aiutare due compaesani, utilizzando le proprie competenze. Ciò che sa far meglio. Ecco che diventa il dentista dei migranti.

«Ho conosciuto questi giovani uomini provenienti dal Gambia – ci racconta Angelo -. Li incontravo sempre ad un semaforo di Acireale. Una parola tira l’altra e poi, una sera, ho offerto loro una pizza. Mi hanno raccontato la loro storia, le loro sofferenze, fisiche e morali. Uno di loro aveva male ad un dente. E così è iniziata questa esperienza». Il gesto generoso è rimasto nell’ombra per qualche tempo, fino a quando non si è sparsa la voce in città. Tra pazienti, colleghi e cittadini.

«Ho soltanto utilizzato i miei studi e la mia professione per aiutare questi ragazzi – racconta con naturalezza Toscano – . In un mese, sei pazienti si sono recati nel mio studio. Mi hanno detto che anche altre persone hanno bisogno di cure, li aspetto».

Ed intanto anche nella piazza virtuale dei social network si infiamma il dibattito perenne tra cosa sia giusto e cosa meno. Insieme al clima da guerra “tra ultimi e penultimi“, come qualche opinionista ha battezzato le recenti vicende che a partire da Tor Sapienza, passando per Torino, Napoli e Milano, testimoniano l’esplodere di tensioni sociali presenti da anni ed aggravate negli ultimi mesi. E così Angelo Toscano, accusato di non aver fatto altrettanto per gli italiani indigenti, non ci sta e ribatte dal suo profilo facebook: «Caro Utente, da sempre sono impegnato, non solo come dentista, nell’aiuto di chi è meno fortunato. Sono lieto di non avere pazienti che alimentano il razzismo. “Il suolo che noi calpestiamo non è italiano o africano… è un dono che è stato fatto a ogni essere umano. I confini e le barriere sono giunti dopo aiutando l’odio e il razzismo a fare il loro gioco” (cit.)».

Intanto a Messina, un gruppo di cittadini di un quartiere di periferia come Camaro si è stretto attorno ai minori stranieri non accompagnati ospitati in una struttura gestita dall’Aibi (Associazione amici dei bambini), che avrebbero dovuto essere trasferiti in un’altra struttura temporanea. Erano soprattutto mamme, un gesto di attenzione per quei ragazzi che frequentano la scuola del quartiere e giocano a calcio con i loro bambini. E che dovrebbero ricominciare da capo, altrove. Una piccola goccia, che potrebbe far sperare che l’accoglienza possa vincere la disperazione.

Alba Marino

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