Adolfo Parmaliana una storia finita e conclusa per sempre

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Vi sono delle storie, dei fatti e delle persone che richiedono il silenzio che si deve riconoscere ai defunti. Non è l’oblio della memoria, perché quella rimane gelosamente custodita e protetta nella mente e nel cuore dei cari che l’hanno conosciuto e amato, la moglie Cettina e i figli.

Non è neanche la cancellazione di un impegno civile o di una lotta contro l’ingiustizia e contro i torti subiti, che una terra come il Barcellonese della provincia di Messina è capace d’infliggere a chiunque o al meglio che si sente – come si dice dalle nostre parti-, perché oggi si può dire senza tema di smentita che il gesto definitivo di Adolfo Parmaliana è stato l’equivalente di un pugno di maglio dato a quel muro di gomma che era la massoneria e la magistratura degli anni 90 nelle nostre terre di confine.

Ed invece, con una morbosità da necrofilo del dubbio, vi è ancora qualche sito che si diverte a fare voli pindarici, a costruire trame e scrivere sceneggiature, in definitiva a costruire il prossimo scoop giornalistico estivo fatto di cospirazione, di detto e non detto. Sono addirittura 10 i dubbi che L’Informazione, periodico d’attualità online, sottopone all’attenzione dei suoi lettori per dimostrare che Adolfo Parmaliana non avrebbe fatto un gesto volontario ma sarebbe stato ucciso.

Dieci dubbi che vanno dal solito complotto dei servizi segreti all’omicidio di Attilio Manca, dalla componente politica del gesto di Adolfo Parmaliana sino all’indagine autoptico del corpo, per continuare poi con l’indagine grafologica carente, secondo il periodico online, di un’iperbolica percentuale pari a l’1% rispetto alla certezza matematica della provenienza dello scritto.

Per la famiglia e per tutte le persone che l’hanno conosciuto, invece, il suo è stato un gesto calcolato e voluto, lanciato contro le forze immani che ha dovuto combattere. Del resto, i documenti e la sua storia fanno già parte della leggenda. Di eroi civili questa terra siciliana ne ha conosciuti molti ma di martiri civili ne ha conosciuto solo uno ed è lui. “Io che da morto vi parlo, edito da Longanesi” di Alfio Caruso vi dirà del prima e della macchina del fango, fatta di diffamazioni e calunnie, che ha dovuto subire dopo che con le sue denunce era riuscito a fare sciogliere per infiltrazione mafiosa il Comune di Termine Vigliatore. Vi dirà dell’intreccio tra mafia, politica, massoneria e di una certa magistratura da rito “peloritano”, fatta a misura degli Olindo Canali e dei Franco Cassata, e tutto questo in anni in cui ancora doveva essere inventato dai giornali il termine di “macchina del fango”.

Il dopo, invece, lo ricaviamo direttamente dal suo testamento morale e dalla chiara e inequivocabile indicazione di cinque persone, i cinque esecutori testamentari che hanno raccolto il suo lascito morale. “Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo”.

Sono queste le parole come pietra che Adolfo Parmaliana lascia dopo la sua morte. Parole già dette in vita e tuttavia inascoltate proprio da quelle persone, gli inquirenti e le forze dell’ordine, che avrebbero dovuto prendere i necessari provvedimenti davanti alle sue denunce. E’ facile pensare alla pressioni che si potevano ricevere in quei tempi in un paese “da comari alla Pirandello” come Terme Vigliatore oppure ricordare che cos’era l’Università dei baroni di Messina di quei tempi. E’ facile capire oggi, in quel clima sociale e con quelle forze in campo, quali potevano essere le prossime vittime della macchina del fango messa in moto dai suoi detrattori…la sua famiglia. Ecco perché quelle parole, inascoltate in vita, avevano bisogno di un gesto che le facesse diventare “un treno lanciato contro l’ingiustizia” e loro, gli esecutori morali del suo testamento, quel treno l’hanno preso. Ognuno a proprio modo e nel proprio campo ha assunto sulle proprie spalle l’eredità morale di un martire civile e di una verità che si voleva insabbiare a tutti i costi, di una storia che non voleva spegnersi nel silenzio e nel tempo senza essere conosciuta e riconosciuta dalla società civile.

Anche quanto questo sia costato agli esecutori testamentari è noto e le lettere dell’Avv.to Fabio Repici, che hanno riempito i giornali durante e dopo i tre gradi di giudizio e che hanno visto condannato in via definitiva l’oggi pregiudicato ( ed allora potente Procuratore della Repubblica di Messina) Franco Cassata per diffamazione pluriaggravata, sono la testimonianza non solo del peso dell’onere di un esecutore testamentario sia pure morale – anzi dell’onore che gli uomini perbene si portano addosso come una seconda pelle – ma anche una chiara dimostrazione che i giornalisti non sempre fanno il loro dovere se la cronaca di quei processi si è dovuta affidare alla penna di un Avvocato.

Quindi, una storia finita e conclusa. Un prima e un dopo, otto anni di processi, un libro che ha fatto scuola e ha raccontato la sua storia, la condanna del “cattivo” che intimidiva in vita e diffamava da morto Parmaliana e finalmente un punto a favore della giustizia. 

Eppure la fantasia non conosce limiti e il nostro periodico riesce, oltre ai 10 dubbi sulla morte di Parmaliana, a non negare ingresso nella trama a provenzano, al collaboratore di giustizia carmelo d’amico, a rosario pio cattafi, a nitto santapaola, a Peppe Alfano e Sonia Alfano, sino ad arrivare alla strage di Capaci. Decine di storie e personaggi lontani tra loro nel tempo, nei fatti e nelle circostanze, condensate in poche righe per tentare di dimostrare il “peso dell’anima” (famoso esperimento scientifico effettivamente tentato nei primi anni del 900) e cioè l’esistenza di una “mano assassina” ancora rimasta nascosta.  

Uno schiaffo alla memoria, un disconoscere un gesto, giusto o sbagliato che sia, che nella sua definitività ha raggiunto il suo scopo. Inutile è stato, dicono le nostre fonti, tentare di fare cambiare idea al periodico, tentare di dissuadere l’autore dal perseguire una via che avrebbe solo acuito la sofferenza della moglie e dei figli senza, per altra via, portare lo straccio di un fatto, un documento, una prova o anche un semplice indizio che potesse giustificare l’invocato diritto di cronaca o d’opinione. Ed invero, i 10 dubbi del periodico non sono sufficienti a trasformare una fantasia in una notizia.

A tutela della famiglia e per tentare di fermare il periodico chi meglio poteva intervenire se non uno degli esecutori testamentari? Anche in questo caso si è trattato non di un peso ma d’onore e d’amicizia, quella che legava Adolfo e la sua Famiglia all’Avvocato Mariella Cicero. “ Quasi tutte le sere Adolfo mi chiamava per dirmi che era nel suo studio “.

Riportiamo integralmente la risposta che l’esecutore morale del testamento di Adolfo Parmaliana è stata costretta a dare al Periodico L’Informazione.

“Dott. XXXXX, se avesse conosciuto Adolfo Parmaliana in vita, avrebbe immantinente strappato questi suoi insopportabili questionari e si sarebbe rassegnato all’idea che la memoria di Adolfo non può essere un pret a porter per chiunque abbia necessità di scriversi addosso. Ha già ricevuto dai familiari di Adolfo inviti a non percorrere improbabili scenari delittuosi in ordine a questa dolorosa vicenda che è più chiara che la luce del sole. Avesse avuto il privilegio di conoscere o interessarsi alle vicende di Adolfo mentre da solo o con l’ aiuto di pochi le subiva, si sarebbe reso conto che non quattro pagine ma anche cento avrebbe potuto scriverne in poche ore, in italiano forbito o anche in inglese o in russo. Reca nocumento alla memoria del professore e vantaggio ai responsabili morali della sua scelta di non continuare, inventare ipotesi clamorose, offensive del buon senso e, mi sia concesso, anche della professionalità di chi le scrive.”

Per correttezza riportiamo anche la risposta del Periodico.

“Troppo rancorosa questa lettera, e troppo sereno il sottoscritto per potere rispondere con la stessa moneta. A beneficio dei lettori, dico solo che ho cercato di fare il mio mestiere di cronista ponendo dei dubbi, senza “inventare ipotesi clamorose”, “offensive”, eccetera eccetera eccetera. Dopodiché, egr. Avv., mi consenta di dirLe una cosa: la prego di non mettere di mezzo i familiari delle vittime, che di queste vicende dolorose sono i più esposti. Dato che Lei è così piena di certezze, Le chiedo un’intervista su questo argomento, in modo da fugare questi “questionari” che Lei disinvoltamente giudica “insopportabili”, e addirittura “a vantaggio dei responsabili morali”.

Dopo tutto questo e dopo aver ascoltato le fonti e i protagonisti di questa vicenda non rimane che concludere come iniziato. Vi sono delle storie, dei fatti e delle persone che richiedono il silenzio che si deve riconoscere ai defunti.

In gallery l’ultima lettera del Prof. A. Parmaliana

@PG

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