“Adorazione di Caravaggio”

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È una vera e propria “adorazione di Caravaggio” quella che si è svolta in questi ultimi mesi presso il Punto Camera di Roma. Interminabili liste di prenotazioni online e orde di persone incuriosite affastellate innanzi alla vetrata di Piazza del Parlamento, tutto per vedere, o almeno sbirciare, il restauro dell’Adorazione dei Pastori. In occasione del quarto centenario della morte del pittore, si è deciso di sottoporre il dipinto messinese ad un restauro conservativo eseguito dallo studio Merlini – Storti, sotto la Direzione di Gioacchino Barbera, Direttore del Museo Regionale di Messina. I lavori sono iniziati nel settembre del 2009 e si concluderanno nel febbraio 2010, quando l’opera verrà esposta alle Scuderie del Quirinale di Roma in occasione della maestosa mostra CARAVAGGIO (18 febbraio – 13 giugno 2010).
La particolarità di quest’operazione consiste nello svolgersi sotto gli occhi di tutti, regalando stupore a chi, passeggiando per le vie del centro, si ferma ad osservare i lavori attraverso le vetrine e una grande emozione a coloro che, previa prenotazione, possono ammirare l’opera da vicino e porgere domande direttamente agli esperti.
L’Adorazione dei pastori ha già subito due interventi di restauro, quello del 1921, eseguito dal pittore-restauratore Gualterio De Bacci Venuti, che comportò la liberazione del retro della tela da una tavola precedentemente applicata e una pulitura della superficie. Quello del 1950-1951, invece, eseguito dall’Istituto Centrale del Restauro (attuale Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro), rientrava in una campagna di restauri per il recupero di alcuni dipinti siciliani, tra cui l’altro dipinto messinese la Resurrezione di Lazzaro. La tela venne rifoderata e fu cambiato il telaio, ma, per mancanza di tempo, la pulitura della superficie fu limitata solo ad alcune zone, prediligendo le figure. Se a questi interventi ufficiali aggiungiamo tutti quelli effettuati in passato ed affidati a pittori, com’era prassi fino all’inizio del Novecento, si comprende perché l’opera messinese all’inizio di questo restauro presentasse una notevole disomogeneità della superficie dipinta, ulteriormente danneggiata da ossidazioni, sbiancamenti e alterazioni delle precedenti reintegrazioni pittoriche.
Lo studio Merlini-Storti ha quindi eseguito dei test per individuare la composizione chimica dei vari strati superficiali, così da poter scegliere i tipi di solvente più adatti da utilizzare in fase di pulitura, il tutto accompagnato da una campagna diagnostica non distruttiva.
Il fine del restauro, infatti, consiste nel ripristino dei valori cromatici e dei rapporti chiaroscurali originari e nello ristabilimento dei piani prospettici attraverso la progressiva rimozione delle sostanze estranee al dipinto.
Oggi, a pochi giorni dalla conclusione del lavoro, sono già note molte novità. Grazie alla radiografia è stato possibile leggere le tracce del telaio originale: il decentramento dei listelli orizzontali ha confermato che il dipinto è stato ridotto di 15 centimetri nel margine superiore, notizia, tra l’altro, già riportata da Francesco Susinno. La pulitura ha riportato alla luce elementi ormai quasi, se non totalmente, oscurati dagli eccessivi strati di vernici alterate, come le figure del bue e dell’asino, le travi della capanna e il montante che le regge. Ma la vera chicca del restauro riguarda senza dubbio il cesto da falegname di San Giuseppe, che ci ha riservato ben due sorprese. Il fazzoletto attorcigliato al manico è ornato da delicatissimi fiorellini beige che prima non erano visibili perché dello stesso colore delle vernici ossidati. Infine, si è scoperto che quella che è sempre stata indicata come una pagnotta è in realtà una zucca, del resto, come raccontano le restauratrici, era una prassi comune dei falegnami, svuotare una zucca, farla essiccare e usarla come porta attrezzi. Il bilancio di questo restauro è indubbiamente positivo sia per le scoperte, sia per il grande impatto sociale che ha riscosso riuscendo a ottenere l’attenzione tanto degli studiosi quanto dei passanti.

 

Cristina Pagliaro

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