Alla mia Sicilia, sotto lo sguardo di Pippo Fava

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di Massimiliano Perna

Non è facile trattenere l’emozione quando, nel buio di una sala, guardi le immagini di un documentario sulla Sicilia. Non puoi farci nulla, senti il tuo sangue scorrere come fosse mare in tempesta, raccogli i tuoi brividi sparsi sulla tua pelle, provi un senso di amore fiero che è solo tuo, siciliano, unico, difficile da comprendere al di fuori di queste radici. Se poi lo guardi da emigrante, il giorno prima di partire per i tuoi nuovi luoghi che ormai hanno posti conosciuti, nomi, abitudini, allora i tuoi occhi faticano a non lasciar scorrere lacrime calde e discrete. Se poi quel documentario ha la voce narrante e lo sguardo intenso di un uomo come Pippo Fava allora poesia e malinconia, rabbia e orgoglio si mischiano e la tua mente non può che viaggiare tra riflessioni, analisi, sensazioni, letture di ciò che significa oggi essere siciliani. Le immagini di quella che era l’isola 30-40 anni fa mi danno il senso di come sia cambiata questa terra, diversamente da chi sostiene il contrario. Certo, è vero che i problemi sono rimasti gli stessi (mafia, lavoro e clientelismo in primis, che sono però problemi di tutto il Paese), però non vedere le differenze significa negare la storia di un popolo che popolo non è mai stato, ma che ha saputo reagire. Lo diceva Fava: i siciliani non sono mafiosi, i siciliani combattono la mafia da decenni. Solo che qualcuno ha scambiato la minoranza per la maggioranza, per fornire un alibi a secoli di privazioni indotte e di corresponsabilità.

A tal proposito, in questo documentario diretto dal regista Sindoni, c’è la scena di una madre, il volto bianco e stravolto dal dolore, che urla dinnanzi ai giudici di volere giustizia, pregandoli di ascoltare quanto ha da dire. La madre di un giovane che si è ribellato, ha reclamato diritti, ha guidato le lotte ed è stato ammazzato. Dalla mafia. E lo Stato invece ha archiviato tutto, ha lasciato morire due volte la verità. “Dovete farmi parlare”, urla la donna ai magistrati che (rimanendo sempre fuoricampo) continuamente la interrompono e cercano di zittirla. In quel breve frammento ci sono tante storie che hanno i volti di Peppino Impastato, Placido Rizzotto, Mauro Rostagno, Mario Francese, Beppe Alfano, Giovanni Spampinato,  lo stesso Fava, ci sono le solitudini, i depistaggi, le indagini archiviate in fretta. Ci sono Falcone e Borsellino, l’agenda rossa rubata, la trattativa vergognosa. Una Sicilia che ha reclamato e che reclama ancora giustizia, inascoltata da chi poi, dall’alto, la taccia di essere irrimediabilmente mafiosa e irrecuperabile, condannata, segnata in eterno. Un urlo soffocato nell’interesse di chi ai boss ha aperto le porte delle istituzioni, delle aziende, del tessuto economico di quel nord che si è nutrito del lavoro e del sudore delle maestranze meridionali, le migliori sul mercato, partite per costruire l’economia italiana, per poi sentirsi costantemente ripetere che “è solo una parte del Paese a produrre e crescere”. Una beffa, una bugia storica inaccettabile.

 

Penso ai siciliani di ieri e di oggi e il termine che invade la mia mente è sempre lo stesso: solitudine. Questa terra è fatta di scelte di solitudine. Il siciliano è fatalmente solo: nella scelta di ribellarsi e in quella di partire. Anche nelle conseguenze: è sempre solo. Non ha avuto mai la possibilità e il tempo di diventare popolo, sia per ragioni storiche che per conformazione geografica. Ma ha sempre dovuto scegliere. E nella povertà più nera, nel deserto di opportunità ha saputo trovare la sua forza, senza mai svendere la propria dignità. È partito, ha dedicato la propria vita al lavoro, giorno per giorno, solo per dare ai propri figli un avvenire migliore. Storie di uomini che hanno passato la loro vita lavorando come bestie, senza risparmiarsi per mandare avanti le famiglie, spesso lontane, per far studiare i figli. Una semplicità misera volta sempre a migliorarsi, a rispettare il valore della cultura, dell’istruzione. Spaccarsi la schiena, mangiare meno a tavola, ma far studiare i figli. Obiettivo primario rispetto a cui sacrificare tutto. A costo di inevitabili lontananze e isolamenti. Una solitudine accettata, come compagna di un destino immutabile. Molta nostalgia e sguardi malinconici hanno fatto da sfondo alla vita e ai pensieri di chi è partito senza più tornare.

Per altri, invece, è intervenuta una rimozione, l’accantonamento di una bellezza che fioriva tra i sassi e la terra di paesaggi incantevoli, colori, atmosfere, soffi di vento tiepido, raggi di sole infuocato sulla pelle sudata e scura. Vitalità, dura ma seducente, passione, gusto, poesia, sensualità. E quanta ispirazione per intellettuali, scrittori, drammaturghi che hanno incantato il mondo. La carne della Sicilia, abbraccio che ti tormenta, da dimenticare se vuoi convincerti di non tornare indietro, perché altrimenti diviene impossibile non pensarci, giorno per giorno, ora per ora. Perché questa terra è vita, non è morte, non è solo rossa del sangue versato per secoli, in perfetta sintonia con la mattanza dei tonni che tanto piace ai turisti. Quel sangue è il frutto di una lotta che sembra infinita ma non lo è, che sembra solo morte ma non lo è, perché le cose cambiano e da quelle morti sono risorte anime, giustizia, libertà. Le lenzuola bianche di Palermo, la lotta al racket, i tanti gruppi di giovani che oggi lottano a difesa dell’ambiente e del territorio, sfidando sistemi di potere giganteschi e diventando sentinelle attente e precise ogni volta che si sente puzza di marcio, tutti coloro che ricordano, anche se non erano nemmeno nati all’epoca dei fatti, quelli che scrivono e fanno rete per denunciare, svelare, sputtanare chi con la mafia ci va a braccetto. I magistrati che in prima linea continuano a combattere per trovare la verità che decenni di connivenze hanno provato a celare sotto cumuli di fango e tritolo, giornalisti coraggiosi come Pino Maniaci, pronti a sfidare i boss frontalmente e a resistere ad uno Stato che vuole affievolirne la voce, i ragazzi di Addiopizzo che hanno terrorizzato gli estortori.

La Sicilia è cambiata, la Sicilia sta mostrando la sua vera faccia, quella della maggioranza dei suoi figli e sta costringendo, chi per anni ne ha utilizzato strumentalmente un’immagine univoca ad appositamente distorta, a non avere più alibi convenienti. Non è morta questa terra e non è solo memoria di morte. Ma anche di lotte, di movimenti d’avanguardia. Camminando sulla provinciale che conduce a Palazzolo, città natale di Fava che ormai sento come una seconda casa, lungo la strada ho visto una macchina ferma sul bordo della carreggiata opposta alla mia. Davanti  all’auto una signora deponeva un mazzo di fiori dinnanzi ad una lapide, posta in ricordo di uno dei tanti incidenti che hanno funestato la “Maremonti”. Pensavo a come siamo tristemente abituati a commemorare luoghi tragici, come se la vita di chi è andato via all’improvviso si fosse svolta tutta negli istanti del dramma. La fotografia che ci resta in mente è sempre quella finale. Che ci tormenta, ci avvolge. Pensavo che forse dovremmo cambiare abitudine, che non è la morte che dovremmo commemorare, ma la vita che l’ha preceduta e superata. Per il ricordo della fine ci sono già tombe e cimiteri, il resto dovrebbe essere un tributo alla vita. Così anche per chi è caduto per mano mafiosa. Sarebbe più giusto ricordare i luoghi dove certi personaggi hanno offerto al mondo l’esempio delle proprie idee, delle ribellioni, i luoghi in cui hanno costituito il seme per la crescita dei propri conterranei e non solo.

La vita è più forte della morte quando le idee sopravvivono e continuano a stimolare, educare, convincere persone lontane temporalmente e fisicamente dai giorni e dai contesti in cui quelle idee vennero partorite e in cui qualcuno, con il piombo, ha provato a fermarle. Credo che se io morissi, detesterei essere ricordato nel luogo del mio assassinio o di un incidente. Sarebbe come darla vinta al senso di fine, di definitivo. Preferirei mille volte essere ricordato nella mia casa natale o nei luoghi in cui ho cercato di dare qualcosa di me a questa società, quelli in cui ho iniziato ad “esistere”. Capisco che sono usanze ormai radicate, ma la Sicilia mi ha insegnato sempre a guardare la morte come qualcosa che appartiene alla vita e a quel destino che i siciliani hanno imparato a riconoscere sempre, senza mai sottrarsi quando ciò avrebbe significato calpestare la propria onestà e i propri ideali. E ad essa, per poterla vincere, è necessario contrapporre la vita e tutta quella pienezza che l’ha resa unica, attuale, eterna, incancellabile.

Penso a Pippo Fava, a quello sguardo profondo e ampio sulla sua e nostra terra, su tutto ciò che poteva raccontare, su quella completezza benigna e maligna che ha formato alcune tra le menti migliori, le braccia più forti e le dignità più incantevoli. Eroi silenziosi, spesso oltraggiati, offesi, ma sempre ostinati, a schiena dritta. Leggo che qualche giorno fa hanno rubato i fiori apposti sul luogo della sua morte. Un atto vergognoso, incivile, una sfida mafiosa contro quel giornalista vero che dà ancora fastidio in una Catania incancrenita da un sistema di potere che resiste ma che forse adesso comincia a scricchiolare. Ma quel luogo di morte non è il più importante per ricordare Fava. Migliaia di fiori dovrebbero invadere tutte le strade che hanno conosciuto il suo sguardo: dalla sede de I Siciliani alle vie di Palazzolo, da Siracusa alle strade di Catania in cui si svolgeva la realtà che così bene ha raccontato, da Palma di Montechiaro a Ragusa Ibla, di cui in quel documentario mostra miserie e vizi. L’intera isola dovrebbe donare un fiore per tutte le parole di verità e speranza che i suoi figli migliori ci hanno regalato. Il loro profumo saprebbe di vita. Perché è quella la vera essenza della Sicilia. E dovremmo abituarci a respirarla ogni giorno

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