Angela Caponnetto: la reporter ‘a casa loro’

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“Aiutiamoli a casa loro”, slogan da anni protagonista di un pingpong tra i diversi partiti, soggetto a diverse interpretazioni in base alla ‘bocca di provenienza’, è divenuto fonte di ispirazione per il reportage “Viaggio a casa loro” dell’inviata di RaiNews24 Angela Caponnetto. Con il supporto video del collega Andrea Vaccarella, Angela documenta nel vero senso del termine, e con quella fedeltà che rende meritato l’appellativo di giornalista, le condizioni di vita dei migranti ‘a casa loro’. Un viaggio nell’Africa subsahariana, quella da cui si va via, quella da cui si scappa. La casa da cui si scappa, con la speranza forse, un giorno, di poter tornare per cambiare le cose.

Noi de ilcarrettinodelleidee.com, siamo riusciti a contattare telefonicamente Angela Caponnetto per chiederle come si sta, effettivamente, a casa loro. Ma non solo. Ci si chiede cosa resti dentro chi quei posti li documenta, dopo averli vissuti.

Parliamo di migranti…di chi va via dalla propria casa. Quella casa in cui si sostiene si debbano aiutare… ma dov’è casa loro? C’è una “casa loro”?

“Casa loro” è dove si nasce. Ognuno dovrebbe vedere dove nascono le persone e perché se ne vanno. Così come noi ce ne andavamo via da casa nostra quando, ai tempi, i nostri avi si pigliavano la valigia e scappavano.

Ma casa propria è anche dove c’è qualcuno che ha rispetto per la tua vita e per la tua dignità… E questo purtroppo in alcuni posti non succede, per cui non posso immaginare che ci sia gente che consideri ‘casa’ il posto in cui viene perseguita e uccisa.

La casa è dove si nasce. Per chi ce l’ha, poi, questa casa… Una casa che poi non viene rispettata. Violentata tutti i giorni o dalla guerra o dalla fame, che comunque è una guerra. Chi combatte la fame combatte una guerra, anche se in modo diverso. I posti che ho visitato io, sono posti dove non c’è guerra. Il Senegal diciamo che è uno dei paesi in via di sviluppo rispetto ad altri… Ma se quella è la via di sviluppo, non oso immaginare che cosa può essere il Congo, il Burkina Faso o altri paesi dell’Africa che sono ancora più sottosviluppati del Senegal. Io lì ho visto la povertà nera. Da lì si parte perché si cerca di sopravvivere… in qualche modo.

Da qualche tempo i numeri di arrivo e di sbarchi sono pressoché irrisori da noi. Dove finisce tutta questa gente che comunque fugge dalla fame, dalla paura, dalla guerra e dalla violenza… Comunque fugge. Dov’è bloccata? Dove si ferma?

Da una parte è bloccata da quelli che vengono dall’Iraq, dalla Siria, dalla parte dell’Est del mondo. Sono fermi in Turchia per gli accordi fatti con la Turchia; non partono più da lì. Ma ci sono tanti profughi richiedenti asilo. Dall’altra parte, molti africani, come sappiamo, sono bloccati in Libia. Io lì non ci sono stata, quindi parlo per riferito. Mi riferiscono di luoghi di detenzione strapieni, stracolmi di persone. E persone non soltanto che continuano a partire adesso, ma anche persone partite anni fa. Altri mi dicono che molti sono già finiti nelle fosse comuni.

Negli altri paesi che hai visitato c’è un’ idea di ripresa, di futuro? C’è rispetto per donne, bambini e fasce deboli?

Dove sono stata io, i paesi sono a percentuale musulmana: 92% musulmani, 6% cristiani, 2% animisti. Ma convivono in maniera assolutamente tranquilla e civile. Non ci sono donne velate, se non in pochi casi. Per la maggior parte sono donne che lasciano liberi il viso e i capelli. Quindi c’è una forma di islamismo molto moderato. C’è rispetto per la donna, mi sembra di sì. Ci sono molti più uomini. Il problema dei bambini è quello che mi ha lasciato abbastanza interdetta. Ci sono tanti bambini per strada in condizioni abbastanza precarie: con scarsa igiene, scalzi, stracciati… Arrivano nel fango, giocano in mezzo all’immondizia. Manca, secondo me, un’ educazione alla sanità, a quello che può essere l’educazione igienico-sanitaria. Da un punto di vista della possibilità di sviluppo, ci sarebbe la possibilità di sviluppo, ci sono molte associazioni che cercano di aprire loro gli occhi. Ma molti, nell’attesa, dicono “sai che c’è? Io parto. Se poi questo progetto non va avanti? Io comunque parto…”.

Qual è l’idea che hanno della nostra terra?

Molti la immaginano una Eldorado che non è. Altri sanno perfettamente quello che succede, perché ci sono quelli che comunque guardano la televisione, si informano sui social, guardano i giornali online. Molti mi hanno detto che sanno che in Europa non è facile, che molti sono chiusi in centri di accoglienza. Ma mi hanno detto “guarda però qual è la nostra terra… Guarda da noi com’è la situazione, quindi l’Europa per noi è comunque un passo avanti, rispetto alla povertà assoluta”.

Cos’è che ti ha fatto veramente male, Angela?

I bambini, gli occhi dei bambini. Il sorriso. Il sorriso dei bambini quando gli davo un pacco di biscotti e se lo mettevano tutto in bocca. Quattromila biscotti in bocca tanto che non riuscivano a ingoiarli tutti insieme. Le urla di gioia per un pacco di biscotti. E poi mi ha fatto malissimo la mamma che dà in braccio una bambina di circa un anno al mio cameraman e gli dice: “portatela via”. Gliela voleva regalare… Io ho pianto lacrime di sangue per giorni interi. Alla fine del viaggio mi sono sfogata sulla spalla di una signora dell’associazione perché quello che si vede… viverlo…

Se tu dovessi essere non la giornalista, ma la donna che parla in un talk show. In poche parole, cosa vorresti dire alla comunità italiana rispetto a quello che tu hai visto? Qual è il monito che tu daresti agli italiani?

Te lo dico non da giornalista, ma di pancia: lo dico con un detto senegalese che vuol dire “pensate di guardare loro come se foste voi”. Oggi siamo nati qua. Domani, in un’altra vita, potremmo nascere là. Quindi guardate loro come se fosse uno specchio, anche se il colore della pelle è diverso.

GS Trischitta

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