Angelina Manca come Felicia Bartolotta

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Angela Manca: ”Non posso permettere che mio figlio sia stato ucciso e che la sua memoria rimanga infangata”.
Un’altra donna contro la mafia: Angelina Manca. Questo è il titolo del convegno che ha avuto luogo presso l’Università di Messina, all’interno del incontro- dibattito organizzato nell’ambito della terza edizione del corso”Donne politiche e istituzioni”. Un’occasione, per parlare di mafia e di antimafia ma soprattutto di Attilio Manca: il brillante urologo, diventato tristemente famoso per essere morto in condizioni misteriose. La professoressa Maria Antonella Cocchiara, coordinatrice del corso di laurea ha aperto i lavori sottolineando l’importanza del parlare di queste vicende: ”È importante che questi saperi vengano veicolati, all’interno di un’aula universitaria, più ,di altri luoghi. Noi offriamo modelli positivi di vita siciliana che combattono il cancro della mafia.
Santo Laganà, presidente dell’associazione antimafia Rita Atria di Milazzo, ha rimarcato invece le peculiarità di questa storia. Storia che rientra tra i grandi misteri d’Italia, come altri misteri che godono di una verità storica ma non giuridica. Storia che si alimentata della delegittimazione. Una delegittimazione nella maggior parte dei casi verosimile che convince la mafia e ognuno di noi. La mamma di Attilio, non ha nascosto la sua commozione nel ripercorrere la vita di suo figlio: ”È emozionante sentir parlare di Attilio. Sono contenta di poter parlare ai giovani. La conoscenza è importante perché si ha la memoria di ciò che è accaduto.
Fino a nove anni fa non mi sono occupata della mafia. Conoscevo qualche storia come quella di Rita Atria e Peppino Impastato. Mi ricordo anche che un giorno quando ero a Roma ho guardato i cento passi con mio figlio Attilio e lui uscendo dal cinema mi ha detto: “Mamma ma la mafia è capace di questo?” Un destino beffardo quello della famiglia Manca, che mai avrebbe pensato che la mafia avrebbe bussato alla sua porta. La signora ha poi ricordato ancora una volta quei momenti tragici e concitati in cui le venne detto che suo figlio morì per un aneurisma. Momenti che sono stati seguiti dal chiacchiericcio vuoto, quello del paese, che ha infangato la memoria di Attilio, dicendo che era un drogato. Infine,oggi, resta la consapevolezza della famiglia e dell’opinione pubblica che la verità è sepolta nei misteri di Provenzano e delle connivenze che hanno permesso la sua latitanza. “Non avrei pensato che io avrei dovuto lottare come la madre di Peppino Impastato”conclude Angelina. .
Olga Nassis cofondatrice dell’Associazione nazionale amici di Attilio Manca ha rivisitato in chiave sociologica quello che è il ruolo della donna : ”La donna ha una forza marginale ma trasmette i valori e i disvalori della famiglia. Agisce sull’interazione o sulla reazione. Questo è quello che è successo ad Angela Manca. È il caso della mamma che trasforma il lutto in impegno civile. Bisogna emanciparsi dal momento emozionale e passare al momento politico. A chiudere l’incontro l’intervento di Gianluca Manca, fratello di Attilio, che ha spiegato tutte le anomalie e gli indizi, che sono racchiusi in quel fascicolo della procura di Viterbo che richiedono approfondimenti.
Non manca poi, da parte di Gianluca un “rimprovero”verso lo Stato spesso assente ”Le istituzioni dovrebbero proteggere il cittadino ma queste vanno a braccetto con la mafia”. A rendere ancora più toccante l’incontro la lettura dei libri scritti su questa vicenda, curata dell’attore Maurizio Marchetti, che ha tra l’altro regalato alla platea attenta e scossa alcuni versi di Bertold Brecht:
“Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.
Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio”
Forse, aggiungiamo noi, è possibile vincere la sfida: squarciando quel velo di omertà che accompagna le vicende del malaffare mafioso.
Claudia Benassai

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