Anoressia: ricerca di attenzioni

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Come può un sorriso essere tanto sereno e allo stesso tempo nascondere un malessere così grande?
Noi donne siamo fatte così: niente è troppo forte da impedirci di ridere. Siamo abituate a portare avanti la famiglia, a crescere i figli, siamo abituate a dare forza agli altri anche quando non ne abbiamo per noi stesse, siamo abituate a sorridere, perché sappiamo quanto possa far bene agli altri.
Ma a volte anche noi cadiamo. Cadiamo perché non ci sentiamo bene con noi stesse, cadiamo perché qualcosa ci turba e ci fa stare male, cadiamo perché vorremmo essere perfette agli occhi di chi ci sta accanto. Così scatta un meccanismo, una sorta di lotta contro noi stesse e il nostro corpo per raggiungere degli obiettivi che ci siamo prefissate. Tutto inizia a non andare più bene. Noi non andiamo più bene. Non vanno più bene le nostre gambe, non vanno più bene le nostre braccia, non va più bene il nostro viso. C’è sempre qualcosa che non va bene. E anche quando gli obiettivi prefissati vengono raggiunti noi continuiamo ad essere sbagliate, perché il malessere non è fisico ma è interiore. È qualcosa che ci distrugge dentro, che ci logora, che parte da un cuore perforato dal dolore fino a giungere alla distruzione dell’anima.

Anoressia. Anoressia non è mai una parola semplice da pronunciare, specie per chi l’ha vissuta sulla propria pelle. Eppure fa bene dirla, entrare in confidenza con quella parola che ci è stata nemica per tanto tempo e che con foga abbiamo negato, pronunciarla, ascoltare il suono della propria voce. Un suono che adesso è di nuovo amichevole, così come lo è il resto del nostro corpo.
8-10 ragazze su 100 tra i 12 e i 25 anni soffrono di disturbi alimentari, in Italia sono tre milioni le persone malate di anoressia e nel 90% dei casi sono donne, questi sono i dati agghiaccianti riferiti dal Congresso dell’Associazione Nazionale Dietisti (Andid). Ma perché una donna diventa anoressica?

Si dice che una persona diventa anoressica perché ha dei problemi con la madre, invece nel mio caso, i problemi erano con mio padre, ma l’ho scoperto solo dopo tanti anni.
Lui tornava da lavoro spesso stanco e capitava che non si comportava bene. Non ci ha mai alzato mani, ma tante volte le parole possono fare molto più male. E io non ce la facevo più… Avevo 17 anni, non ero grassa, pesavo 54 chili per 1,70 di altezza, ma volevo attirare la sua attenzione e allora ho pensato, stupidamente, che potevo smettere di mangiare. Volevo mandargli un messaggio, un messaggio che però non è stato notato subito. Sono arrivata a pesare 38 chili. Mi ricordo perfettamente che mia madre doveva prendermi in braccio per farmi alzare dal letto.”

La disperazione diventa esasperazione, non si ha più la forza di andare avanti, e anche chi ti sta accanto arriva al limite. L’aiuto non si chiede né si accetta, ma si prosegue sempre dritti per il proprio cammino, con un solo obiettivo in mente: dimagrire. E non dimagrire perché non ci si trova belle, dimagrire per attirare l’interesse di una determinata persona. Non basta, quindi, perdere 5 o 10 chili, bisogna far sì che l’attenzione  ricada su noi stesse e si fa di tutto per raggiungere questo obiettivo.

Io sono una dietista e ho scelto di studiare gli alimenti proprio per capire cosa poteva farmi dimagrire più velocemente, infatti ero una delle più brave. Poi, però, il primario se n’è accorto e mi ha detto che non ero più in grado di dare il buon esempio alle ragazze che venivano in ospedale.
Con il tempo, oltre al lavoro,
è cambiato anche il rapporto con gli altri: le persone mi guardavano e io pensavo che fossero invidiose. Una ragazza anoressica pensa solo a sé stessa, è una bugiarda, non è capace di vedere allo specchio il suo corpo reale. Io facevo il calcolo delle calorie che mangiavo, sapevo quello che stavo ingerendo e come lo dovevo eliminare. Sapevo anche che i reni ne avrebbero risentito: dimagrendo ho perso il grasso che gli stava attorno e così adesso ho un rene più basso dell’altro. Ho avuto grossi problemi all’utero, sono ipoglicemica, per un lungo periodo non ho più camminato. Queste sono tutte le conseguenze dell’anoressia. A 38 anni  sto pagando tutto quello che ho fatto quando stavo male.”

Non si finisce di stare male nel momento in cui si guarisce, l’anoressia è qualcosa che ti porti dentro per sempre.

“Quando inizi a dimagrire sei contenta, perché ti rendi conto che stai ottenendo ciò che desideravi. Inizialmente perdi peso molto lentamente, poi invece butti via tutto in una volta. Io vedevo che mio padre si preoccupava, che si sbatteva la testa al muro ed ero felice perché stavo riuscendo ad avere la sua attenzione. Non mi rendevo conto però che mia madre stava morendo, non mi rendevo conto di niente.
Ero contenta di quello che stavo ottenendo e allo stesso tempo ho iniziato ad allontanarmi da tutti, non volevo più vedere nessuno. Le amiche mi davano fastidio perché mi dicevano sempre che dovevo nutrirmi.”

Tutti coloro che ti invitano a mangiare diventano nemici, anche quelle persone che hai sempre avuto accanto, quelle persone che ti amano. Diventano degli ostacoli lungo il tuo percorso e quindi si evitano, si allontanano. Si resta soli con la propria anoressia, che a volte quasi diventa un’amica.

“Ad un certo, dopo essere arrivata a pesare 38 chili, i muscoli hanno iniziato ad atrofizzarsi. Il medico di Padova ha detto a mia madre che dovevo essere ricoverata lì e intubata perché non riuscivano ad alimentarmi in nessun modo. Il mio cervello era talmente potente che non accettava neanche le flebo. È una cosa strana, lo so, ma è così. Non accettavo più niente, non volevo più niente.
Sono riuscita a guarire grazie a un cagnolino. Ho chiesto a mia madre per tanto tempo che mi comprasse un cane e lei un giorno mi ha detto:
Io il cane te lo compro, ma devi dargli tu da mangiare altrimenti muore con te.
È stato così che io ho ricominciato a mangiare anche se non è stato facile: inizialmente con omogeneizzati, in un secondo momento ho deciso di eliminare il limone che era diventato il mio migliore amico in quegli anni, insieme alla bilancia. Prendevo il succo di limone dopo pranzo e dopo cena perché questo aiutava a bruciare ciò che mangiavo, ma una dose troppo elevata brucia anche i globuli rossi, adesso, infatti, sono anemica. L’anoressia è una malattia che parte dal cervello, a causa di un cattivo rapporto tra madre e figlia o, come nel mio caso, tra padre e figlia, e diventa organica. C’è chi muore e chi si salva, ma anche chi guarisce pagherà quello che ha fatto. Io sto pagando adesso, a 38 anni con due bambini, quello che ho combinato quando ero più piccola.”

L’anoressia è qualcosa che resta, quindi, all’interno di chiunque l’ha vissuta, una ferita che ti straccia il cuore e dalla quale non ti puoi ritenere mai del tutto guarita. Ma, allo stesso tempo, da questa tragica esperienza se ne può trarre anche qualcosa di positivo: imparare a non sbagliare con i propri figli. L’anoressia, come su scritto, deriva da un malessere interiore dovuto ad un cattivo rapporto con uno dei due genitori, l’arma migliore per sconfiggerla è quindi il dialogo. Dialogare con i propri figli, cercare di stargli accanto, essere presenti, non lasciarli soli.

“Quando guardo mio figlio di 11 anni non vedo una grande differenza con la me di qualche anno fa: vedo che sta cercando di attirare l’attenzione e vedo che ha bisogno del mio aiuto. In un certo senso so già come parare il colpo, come aiutarlo, riesco a vedere oltre. C’è un filo invisibile che ci lega.”

È come aver sviluppato una sensibilità maggiore, una sensibilità maggiore che permette una migliore comprensione del mondo e delle persone che amiamo. E mentre prima si teneva tutto dentro, adesso si trova il coraggio di urlare la propria rabbia, il coraggio di dire quello che si pensa e quello che si prova.
La forza di una donna sta in questo: riuscire a trarre un insegnamento anche dalle esperienze più tragiche

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