ATTILIO MANCA. LA VERITA’ SI PALESA

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Oggi pomeriggio, nell’Auditorium San Vito di Barcellona Pozzo di Gotto, davanti a un numeroso pubblico, l’incontro “Se Attilio fosse tuo fratello…?” è stato aperto con la lettura da parte della giovane attrice Valeria Di Brisco di un brano tratto da un libro documentaristico sulla storia di Attilio Manca, il giovane urogolo trovato morto nella sua abitazione di Viterbo ben 13 anni fa. Subito dopo è toccato alla neo presidente dell’Associazione “Amici di Attilio Manca”, che ha anche letto un messaggio del sindaco di Palermo Leoluca Orlando dove si esprimeva una “solidale condivisione” con la famiglia Manca. A seguire il saluto dei parenti di alcune vittime delle stragi di Capaci e di via D’Amelio.

 

 

L’incontro, moderato da Luciano Armeli Iapichino, si è sviluppato dall’aggiornamento sulle indagini. Il giornalista ha sottolineato l’importanza di non mettere un bavaglio alla voce della giustizia, come non sia accettabile “zavorrare Attilio Manca”, poiché “la sua morte è una morte di Stato, una menzogna di Stato”. Attilio, per il moderatore, non ha ricevuto un processo serio e così anche la sua famiglia. Tale affermazione è mossa dal tentativo di chiudere, da parte della Procura di Viterbo, le indagini archiviando l’intera vicenda come “suicidio per overdose”. Eppure, viene sottolineato, vi è un elenco troppo lungo di complicità per accettare di tacere ancora. “Siamo di fronte – secondo Iapichino – a una storia che si colloca tra lo stato di diritto e quello barbarico”.

Ma il primo reale intervento è stato quello di Antonio Ingroia, ex magistrato e oggi avvocato della famiglia Manca insieme al collega Fabio Repici.

Per Ingroia, oggi è “un giorno di dolore e di ricordo. La verità è stata negata per troppo tempo anche di fronte all’evidenza”. Eppure, il legale dei Manca continua ad avere una “inguaribile fede” nella giustizia e afferma che finalmente, nel 2017, “siamo di fronte a una reale svolta nella vicenda di Attilio Manca”. Fino a “ieri era difficile vedere risultati concreti, ma oggi sembra che le cose siano cambiate grazie all’interesse del procuratore Pignatone“. Quest’ultimo, infatti, avrebbe deciso di aprire un fascicolo per omicidio alla Procura antimafia di Roma. Risulta comunque assurdo, per Ingroia, che vi siano “due procure che hanno aperto indagini così differenti: una, quella di Viterbo, che vorrebbe chiudere il fatto come suicidio; l’altra, quella di Roma, che invece sembra avere una posizione completamente opposta”.

L’ex magistrato sottolinea, però, come nel registro degli indagati non sia stato ancora inserito nessuno e che il fascicolo sia contro ignoti. Ma certamente la scelta di Pignatone conferma ciò che per i legali della famiglia Manca è fondamentale: non ci si può arrendere di fronte all’evidenza che la morte di Attilio sia avvenuta per mano mafiosa. Ciononostante “a Viterbo – continua instancabile Ingroia – vanno avanti come cavalli impazziti con i paraocchi”.

Vi è un ulteriore fatto nuovo. Ingroia avrebbe ricevuto delle lettere da parte di un detenuto, oggi pentito di mafia, che è vicino agli ambienti mafiosi barcellonesi. Tale personaggio avrebbe più volte scritto delle lettere alle procure, ma senza ricevere alcun interrogatorio. Così come previsto dalla legge, l’ex magistrato avrebbe portato avanti delle indagini difensive, recandosi direttamente in carcere per parlare con tale pentito sulla morte di Attilio Manca. Il mafioso, infatti, sarebbe stato ingaggiato da personaggi dei quali avrebbe rivelato nome e cognome per uccidere, a Barcellona Pozzo di Gotto, proprio l’urologo Attilio Manca. Tale commissione, però, gli sarebbe stata sospesa perché “era il caso di trovare una soluzione alternativa”, che “facesse meno rumore”. Ecco perché, sempre secondo le rivelazioni del pentito, sarebbe stato scelto di ammazzare Attilio nella sua abitazione a Viterbo.

Ma mentre Antonio Ingroia sembra restare abbottonato sui dettagli, l’avvocato Fabio Repici – durante il suo intervento in collegamento con l’Auditorium – non avrebbe esitato a indicare a chi effettivamente si fa riferimento. Il fatto che vi sia una “pletora di pentiti” che ha parlato della vicenda di Attilio Manca, non può far dimenticare che lo stesso Carmelo D’Amico ne avrebbe parlato e che in questa città, Barcellona Pozzo di Gotto, vi è stato un personaggio che ha deviato tutta una serie di circostanze. Il riferimento a Franco Cassata, ex procuratore generale, viene fatto in modo esplicito anche quando si ricorda la vicenda di Adolfo Parmaliana e il dossier anonimo che avrebbe dovuto infangare la sua memoria.

Dopo l’intervento di Fabio Repici è toccato a Renato Accorinti, attuale Sindaco di Messina, che però si trovava fisicamente a Roma  e quindi ha dovuto scegliere per il collegamento telefonico. Il sindaco, in odor di sfiducia, ha sottolineato la propria solidarietà alla famiglia, affermando di essere “con tutta la propria anima a Barcellona Pozzo di Gotto” e che queste giornate sono simboliche, perché la famiglia “deve essere un esempio per tutti, per stimolare le coscienze e andare contro l’omertà che colpisce i nostri territori”. Per Accorinti è necessario abbandonare l’indifferenza e stare vicini alla famiglia Manca, perché anche questa è rivoluzione. Conclude affermando che “la domanda non è se Attilio possa essere nostro fratello, perché Attilio è nostro fratello oggi!”.

 

Dopo il sindaco di Messina, è toccato parlare a Gianluca Manca che non ha nascosto il proprio entusiasmo di fronte ai nuovi fatti che finalmente avvicinano alla verità. Verità che è incessamente ricercata dalla famiglia. Lo stesso Luca, infatti, di professione avvocato, ha tenuto all’oscuro i genitori rispetto alle foto del ritrovamento del cadavere di Attilio. Gli scatti, duri e crudi, però sono stati mostrati a un certo punto perché ormai “il muro di gomma che si era alzato era insopportabile”.

Così Gianluca Manca ha preferito mettere in rete le fotografie affinché la verità fosse sotto gli occhi di tutti e non si potesse ancora continuare a tacere. L’appello al Presidente Mattarella ha anche tale ragione: non si può più tacere di fronte alla realtà. La famiglia Manca non smetterà di cercare la verità finché non sarà esclusa la possibilità che Attilio sia entrato in contatto con Bernardo Provenzano. Attilio è andato in Costa azzurra proprio quando Provenzano doveva essere operato. Coincidenza? Il boss, per recuperare le forze dall’intervento, si è recato in due piccole città della provincia di Viterbo. Coincidenze anche queste? Fatti alquanto strani e quindi collegabili tra loro, oltre al fatto che il legame con un convento di Barcellona Pozzo di Gotto non lasci scampo ad alcun dubbio.

Gianluca Manca ha ricordato un “vecchio” discorso di Pasolini, nel quale egli diceva che conosceva i nomi e i cognomi, ma non aveva le prove. Il fratello di Attilio, al contrario, dice che non solo in questa storia si conoscono i nomi e i cognomi, ma adesso si hanno anche le prove. Perché non si può accettare che nelle siringhe con le quali Attilio ipoteticamente si sarebbe iniettato un’overdose nel braccio sinistro (!) non vi sia alcuna impronta, né sua né di terze persone. E “non è credibile, logicamente credibile, che la motivazione risieda nella dimensione della siringa (piccola, tipica per l’uso insulinico)”. Le prove sono evidenti, fotografiche e non solo, oltre alle dichiarazioni dei pentiti che devono in qualche modo essere prese in considerazione.

Questi come molti altri, sono i fatti ricordati da Gianluca Manca. Dopo questo importante intervento, è toccato a Marcello Minasi che non ha esitato a dire che “si vergogna” per il fatto che “certi magistrati viterbesi siano stati suoi colleghi”, perché “non è possibile non vedere le evidenze sulla faccia di Attilio Manca, soprattutto partendo da una foto che non è stata fatta da un parente, ma dalla polizia scientifica”. Per l’ex procuratore della Corte di Appello di Messina, “è questa la trattativa Stato-mafia, è questo silenzio troppo diluito che fa capire come non sia più accettabile tacere”. Minasi ha ricordato, tra le varie, che lui stesso aveva subito dei procedimenti disciplinari, nonostante non avesse fatto chissà quale indagine e non avesse parlato di qualcuno specificatamente. Tra tutti, sicuramente un intervento particolarmente sentito che ha messo in luce anche la posizione dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha preferito tacere su fatti che invece dovevano essere chiariti. Per l’ex procuratore, “la storia di Attilio Manca è una autentica simulazione rozza di suicidio” ed è così evidente che solo una cecità potrebbe non far emergere le evidenze. La cecità è proprio la trattativa tra stato e mafia. Minasi ha ricordato che una volta si trovò in Toscana, per un importante interrogatorio in un luogo segreto. Il suo interlocutore, sapendo la città dalla quale veniva, gli disse che “Messina era l’università della mafia, mentre a Palermo erano ancora alla scuola elementare”. A seguire, l’ex procuratore ha fatto alcuni riferimenti importanti di tutte le cecità che sono accadute negli anni: Graziella Campagna, Beppe Alfano, il prof. Matteo Bottari, etc. Inaccettabile, quindi, ciò che si vuole fare su Attilio Manca. Un silenzio, però, che riesce ugualmente a far dormire la magistratura di Viterbo come se nulla fosse…

Anche Giulia Sarti, contenta di essere stata invitata per una occasione così importante, ricorda Attilio Manca e l’esigenza di arrivare finalmente alla verità. Anche per Sarti è una questione di Stato, un vero e proprio depistaggio. Ed è tale quando si preferisce far passare per altro qualcosa di così evidente come la causa della morte di Attilio Manca. La stessa onorevole si chiede come sia possibile dare credito ai finti amici di Attilio – che facilitano il depistaggio – anziché alla famiglia, alle prove, alle evidenze.

Anche l’intervento di Maria Teresa Collica, ex sindaca di Barcellona Pozzo di Gotto, ha toccato particolarmente quando ha ricordato la schiena dritta dei familiari di Attilio Manca e quando ha detto, a chiare lettere, che a Barcellona Pozzo di Gotto alcuni preferiscono – anche in mezzo all’antimafia “nuova” – soffermarsi solo sul bello e non mettere in evidenza ciò che invece andrebbe smantellato, come se fosse una vergogna dire la verità. Oltre al fatto che certe amicizie con Saro Cattafi sono evidenti e soprattutto vengono manifestate alla luce del sole.

Di Attilio Manca e di questo presunto strano suicidio del quale sarebbe rimasto auto-vittima si parlerà ancora, sapendo che la famiglia e una buona fetta della società civile non si fermeranno finché la verità non sarà evidente a tutti. A maggior ragione ora che è stato aperto un fascicolo per omicidio.

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