Maddalena, donna e mamma di Scampia

Maddalena Stornaiuolo, da donna posso fare ciò che voglio. Scampia? E' la vita che ho scelto

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Maddalena Stornaiuolo
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Attrice, imprenditrice, insegnante e mamma, a soli 31anni rappresenta opportunità, riscatto e un modello da imitare. Maddalena Stornaiuolo è nata e cresciuta nelle Vele di Scampia, dove abitava con la famiglia, la nonna e lo zio materni,

“una baraonda sotto un tetto” per dirla con parole sue, e gli spacciatori e la camorra sotto casa.

Al primo anno di liceo decide di andare a studiare ai Colli Aminei perché ha “fame di studiare” e non si accontenta del pressapochismo che ritrova nel suo liceo a Scampia. In contemporanea inizia a lavorare con Sergio Castellitto per la serie tv “U’ professore” e comincia a capire che c’è qualcosa al di là dello studio che la affascina. S’iscrive a una scuola di recitazione a Napoli e inizia a lavorare in teatro.

Ad appena 20 anni fonda a Scampia la sua compagnia “Vodisca Teatro“. E’ protagonista insieme al marito di una rivoluzione silenziosa che avviene in un quartiere difficile per antonomasia. Insieme con Rosario, (intervistata contestualmente ) porta avanti moltissimi progetti. Tra questi lo storico marchio editoriale Marotta&Cafiero editori, che trasformano in una casa editrice con testi prodotti dal basso, il Marotta&Cafiero Store, prima libreria di Scampia e “La Scugnizzeria” prima libreria-teatro del rione.

E’ qui che Maddalena posa l’ennesima pietra nel suo sogno di una Scampia diversa, portando i bambini sul palco e togliendoli alla strada.  

La storia di un’araba fenice, che ha un sapore che va oltre quello di speranza, che proprio come nella leggenda, una volta imparato a controllare il fuoco diventa indistruttibile. Abbiamo chiamato Maddalena per capire come una ragazzina di Scampia sia diventata in poco tempo un modello da seguire e come il rione sia cambiato grazie anche al suo lavoro.

Cosa significa crescere a Scampia e in particolare nelle Vele?

Quando ero piccolina, non mi accorgevo proprio del contesto. Vivevo in casa, giocavo in casa. Per me era come vivere in un altro posto, con mia nonna le Vele erano il luogo dell’amore. Solo quando sono cresciuta mi sono resa conto che effettivamente crescere lì era come se mi avesse negato un po’ l’infanzia, perché sono stata costretta a crescere prima. Il semplice fatto di non potere uscire, di non potere invitare l’amichetta a casa perché era fonte di disagio passare davanti agli spacciatori per salire su. Crescendo mi sono accorta che oltre ad essere fatiscenti, le Vele erano ancora più brutte di quello che potevo immaginare.

Da donna in particolare come vivevi le Vele e il quartiere?

Ho paura ancora oggi ad andare alle Vele. Mi fa terrore perché è proprio il luogo…tu lo vedi, lo senti, ti mette ansia, disagio…nonostante io ci abbia vissuto. Durante la faida andavi a scuola e avevi paura di venire scambiata per qualcun altro e anche quando non c’era la faida c’erano tantissimi tossici, magari scendevi dal pullman e vedevi un tossicodipendente morto di overdose, accanto alla fermata del bus.

Sul pullman erano più i tossicodipendenti che andavano al “mercato di spaccio” che noi adolescenti, ma arrivi a non farci più caso e la cosa brutta è questa. 

Durante la faida sono state molte le vittime innocenti. Tra questi anche il cugino di tuo marito Antonio Landieri, riconosciuto solo dopo 10 anni vittima innocente.

Quando è accaduto noi stavamo insieme da due anni ma eravamo due bambini…durante quel periodo e per tutta la durata della battaglia per far riconoscere l’innocenza di Antonio, venivamo guardati con quell’aria “eh va beh se è stato ucciso…allora in qualche modo…”, tutti cercavano di dire che era coinvolto, gli amici, i conoscenti, i giornali che fecero un casino e lo descrivevano come un criminale e uno spacciatore. E tu lì non ce la fai più e cresce la rabbia.

Quella rabbia avrebbe potuto portarvi altrove, come l’avete affrontata?

Fortunatamente siamo riusciti a trasformarla in quello che abbiamo costruito proprio qui, in questo quartiere. Abbiamo cercato di canalizzarla, Rosario l’ha buttata nella scrittura ed io nel teatro. Rosario mi faceva leggere i racconti che scriveva di nascosto e io li correggevo, lui supportava me con la recitazione. Quando salivo sul palco, tutte le emozioni che i personaggi portavano all’esterno erano tutte cose che io volevo cacciare fuori, non solo rabbia ma un mix di sentimenti rispetto a quelle vicende che rappresentavano un bacino enorme da cui attingere. Se non avessimo canalizzato quei sentimenti avremmo probabilmente fatto delle stupidaggini. 

Prima di quell’episodio eravamo praticamente spensierati, ma quando accade qualcosa di così importante per forza cresci prima. E’ una vicenda che ti tocca da vicino, tocca un tuo familiare e il tuo territorio, e tu devi difendere con le unghie e con i denti quello che è tuo. Ma la leggerezza come la recuperi? Basti pensare che ci sono voluti 10 anni per aver riconosciuta l’innocenza di Antonio.

In questi dieci anni di lotta avete messo su la vostra parte di Scampia, partendo dalla casa editrice Marotta e Cafiero. Eravate solo due ragazzetti, come l’avete ottenuta e come agiscono due ragazzini con questa responsabilità addosso?

Questo è stato un dono enorme perché Tommaso Marotta e Anna Cafiero ci hanno regalato il loro marchio, tutti i loro libri, il loro catalogo…delle persone strepitose. Loro hanno deciso di andare in Francia per un nuovo percorso e cercavano qualcuno che potesse portarla avanti e sono stati praticamente due folli a dirci “se voi la volete la gestite voi” e noi da Posillipo l’abbiamo portata a Scampia. All’inizio è stato pazzesco, praticamente la nostra cameretta era diventata l’ufficio. Poi abbiamo lavorato affinché diventasse una realtà seria e professionale.

Alla base di quello che avete creato ci sono legami forti, il vostro, quello con il territorio…

La nostra è stata una storia talmente vissuta, sono capitate milioni di cose. Le nostre strade si sarebbero potute dividere ma non ci siamo mai persi. Abbiamo cominciato col fare rete con l’associazione, perché da soli non si va da nessuna parte. Per cambiare le cose bisogna essere in tanti. E ci siamo resi conto che la cosa che riusciva ad aggregare tutti era il teatro. Un bambino con una famiglia complicata alle spalle che sta tutto il giorno da solo, magari per strada, lo devi andare a beccare e il teatro era quella cosa che li aggregava subito e non li lasciava andare via. Tanti bambini che abbiamo recuperato all’epoca ce li siamo portati fino ad oggi.

Perché credi che il teatro abbia questa forza di cambiamento?

Perché quando un bambino arriva sul palcoscenico si dimentica di dover “recitare una parte”. Il bambino bulletto che ti diceva “no, no voglio fa…ma caggia fa”, poi guardava gli altri e si dimenticava di essere il bulletto…toglieva i panni da attore e paradossalmente diventava finalmente bambino. Lo vedevi nella sua genuinità e spontaneità, con le sue debolezze. E’ una cosa magica. Non capisci come ma accade praticamente sempre. A “La Scugnizzeria” di situazioni complicate ne abbiamo tante, ma lì si mescola tutto. L’idea non era di formare attori ma di crescere dei bambini cui dare opportunità e alternative.

Cinque dei miei allievi parteciperanno con me a un film di Valeria Golino. E per me è un’emozione enorme! Inoltre stiamo lavorando a un cortometraggio, sempre con i bambini de “La Scugnizzeria”, una storia molto forte. Abbiamo ingaggiato due attori de “L’amica geniale”. Io penso che uno debba offrire delle opportunità. A noi sono state offerte tante cose anche in un territorio che ha poco da offrire e in qualche modo devi restituire quello che hai ricevuto altrimenti che senso ha?

Potevi vedere quello che ti è stato tolto invece hai visto le opportunità.

Ma no! Se vedi il nero che fine fai? Devi sempre trovare la porticina aperta da qualche parte. Il ragazzo troppo burrascoso che bocciano “così ce lo togliamo dalla scuola”, che a casa magari ha anche diversi problemi. Ma chi le apre le porte a questi qua? In qualche modo ci dobbiamo sostenere a vicenda.

La tua passione ti ha portato a essere un esempio di donna lontana dall’idea di “angelo del focolare” tipica del territorio.

Guarda è stato un casino. Io vinsi il premio per l’imprenditoria femminile e ricordo Veronica Pivetti che mi disse proprio questo “tu come sei vista ora li?” Perché in un territorio del genere tu donna devi stare in casa, a badare ai figli e al marito. Stop. E’ pazzesco che inizi a lavorare e soprattutto a fare un lavoro che ti chiedono “che lavoro è”? Però adesso sono tantissime le donne che si stanno emancipando, perché la società cambia. Tu puoi essere donna, mamma, moglie e puoi fare tutte le cose che vuoi fare, la vita è una. Organizzarsi è fondamentale ma io non riuscirei a immaginarmi in una maniera differente.

Con Rosario avete anche trapiantato una parte di Sicilia a Scampia, con “La fabbrica dei pizzini”. Come li avete scoperti e perché avete deciso di portarli a casa?

Li abbiamo scoperti per caso. Eravamo in Piemonte per una presentazione e in uno stand c’erano questi pizzini. Ci siamo innamorati di questi blocchettini perché l’idea di legare i pizzini, che sono sempre stati sinonimo d’illegalità, alla legalità…era pazzesca! Poi quando venne a mancare Salvatore Coppola abbiamo incontrato i familiari che ci hanno detto “se volete prenderla voi” e abbiamo iniziato a ripubblicare i testi di Coppola, pizzini in primis perché sono strepitosi, sono storie di antimafia in blocchettini minuscoli. Storie forti, importanti. Legano due territoti che si somigliano tanto.

Terre che si somigliano tanto e che sono sempre difficili da spiegare. Al di là di tutti i modi in cui è stata narrata, cosa è per te Scampia?

Per me è la vita. E’ l’aria. Non so qual è il motivo che ci rende così legati a questa terra. Ma è l’aria che ti manca quando non ci stai. E’ la vita che ti sei scelto. Per me è questo. 

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