Bambini in gabbia

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“ Non dimenticare di chiudere le porte e aprirle quando lascerai queste mura. Non dimenticare di incollare le buste, non avrai più censure. Non dimenticare di lavarti e di mangiare, non dovrai più chiedere l’ora. Non dimenticarti di ricordare, come si comunica senza  farsi scoprire. Non dimenticarti di condividere. Non dimenticarti di scrivere. Non dimenticarti di scegliere lame adatte al rancore”.

Questa poesia di Geraldina Colotti lascia senza parole e trasmette con eccezionale fedeltà i sentimenti e le raccomandazioni di una madre detenuta al figlio, nella consapevolezza che a breve si dovranno separare

Ci troviamo dinnanzi ad una realtà angosciante, lontana  dagli occhi e dalla conoscenza che la gente “libera” può avere, una realtà lontana dagli interessi dell’opinione pubblica,  perché riguarda “soltanto”dei criminali,  persone che hanno commesso un reato,  e che devono “ripagare” la società attraverso la detenzione.

Nella prassi giudiziaria però, non avviene sempre così, poiché c’è un caso in cui anche gli innocenti finiscono in carcere.

Si tratta dei bambini di età inferiore a tre anni, che hanno  la sola colpa di essere figli di una donna detenuta . Questi bambini, molto spesso, finiscono per scontare la detenzione assieme alla madre.

Ma cosa ci fanno degli innocenti in carcere?

Personalmente non condivido quella che definisco la “colpa da riflesso” che travolge il destino di questi bambini , reclusi nelle varie Case Circondariali sparse sul territorio italiano.

Bambini che vengono privati legalmente della libertà , della normalità, della conoscenza del mondo, delle persone, dell’aria , e di tante altre cose … quello che attualmente è una prassi normale è a dir poco terrificante e dovrebbe far sollevare l’indignazione di tutti gli uomini di buon senso.

Vi siete mai chiesti come si svolge la quotidianità di uno dei 70 bambini che in questo momento sono rinchiusi ?

Pensate che parecchi di loro sono nati in carcere, altri ci sono entrati dopo aver conosciuto la normalità.

Soffermiamoci sui primi, i nati in carcere. Non sanno ancora che oltre quelle mura, esiste un mondo diverso dalla cella. Non hanno mai conosciuto il mare, i prati, le giostre, le macchine, i motorini, il caos delle città.

Non hanno mai vissuto in una casa, ma hanno solo percorso lunghi corridoi pieni di cancelli e di guardie, con tante stanze fatte di sbarre e ancora di guardie. Non hanno mai avuto una famiglia come comunemente la si intende, ma solo è soltanto un genitore,  vissuto per tre anni in un ambiente “superprotetto” e ridotto, spesso malsano. Non sanno che la gente fuori  è libera di uscire e di spostarsi.

Probabilmente, quello che sanno  è di vivere in una gabbia, che le porte si aprono solo per volere altrui, e che si chiuderanno perché quelli che hanno le chiavi lo tengono chiuso e non potrà mai comprendere razionalmente il perché …. Quello che sanno e che si trovano li da sempre, o si sono abituati forzatamente a starci assieme alla sua mamma . Come per gli adulti , sanno che i giorni in carcere sono tutti uguali, e li passano attaccati con le manine alle sbarre del cancello della cella in attesa che qualcuno lo apra per poter uscire. Conoscono le voci, i pianti, le grida di altri pochi bambini, ospitati come loro in quel microcosmo infernale …

“Alle agenti della Penitenziaria che passano per il controllo i bambini chiedono sempre ogni volta: – Perche’ non apri? Voglio uscire!”

E usciranno da lì un giorno,  ma saranno i soli ad uscire, senza la madre, unica persona che sino ad allora hanno conosciuto. Avete idea di quello che rappresentare nella vita di un bambino un tale perfida  esperienza?

Nei bambini che vivono all’interno degli istituti penitenziari, è stata osservata una sorta di regressione o di ritardo nello sviluppo, poiché risulterebbero ipo-stimolati dall’ambiente

in termini di movimento, materiali, giochi, attività, spazi, esperienze di socializzazione ed

esplorazione . E’ stato osservato come prediligano giochi già strutturati e ripetitivi (apertura e chiusura delle porte e il gioco delle chiavi) e mostrino evidenti difficoltà nei processi di socializzazione, accentuate dalla natura del legame che si instaura con la madre, spesso di tipo simbiotico, improntato da una marcata iperprotettività e tensione per l’eventuale e dolorosa separazione, che porta il bambino a manifestare disagio, rabbia ed insicurezza.

 

Nonostante la letteratura di riferimento confermi più volte le ripercussioni che  una tale esperienza ha sullo sviluppo; nel frattempo , in attesa di buone nuove,  si continuano a privare i  bambini della libertà personale, ostinandosi sulle “prioritarie” finalità punitive e rieducative della madre, e mettendo in secondo piano la centralità dell’innocenza del minore, sacrificandola in favore dell’espiazione della pena del genitore.

Il carcere è un mondo a parte, non è mai come lo si immagina, è per eccellenza luogo di emarginazione, è un luogo di sepolti vivi. Il carcere è una città murata, violenta, crudele in cui si respira un’atmosfera infelice, irreale, fatta di confini esistenziali alterati.

La presenza di bambini residenti anche parzialmente in strutture penitenziarie per qualsiasi motivo appare come una pratica contraria ai diritti umani più elementari sia nei riguardi dei bambini che del/i genitore/i se detenuto.

Per fortuna, qualcosa negli ultimi anni si sta muovendo. Ci sono infatti,  importanti cambiamenti , racchiusi un una legge , la n. 62 del 21 aprile 2011 che interviene  in materia di custodia cautelare ed esecuzione della pena da parte delle detenute madri, garantendo una maggior tutela del  rapporto tra detenute e figli minori.

Quello che cambia è l’aumento dell’età del bambino  (da tre a sei anni) al di sotto della quale non può essere disposta o mantenuta la custodia cautelare della madre in carcere (ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole), salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. 

In presenza di tali esigenze, e sempre che le medesime lo consentano, la legge prevede la possibilità di disporre la custodia cautelare della donna incinta e della madre di prole di età non superiore ai sei anni in un I.C.A.M. Questo tipo di istituto rappresenta un percorso alternativo alla detenzione con lo scopo di risparmiare ai figli delle detenute un’esperienza negativa come quella carceraria. Madre e figlio vivono infatti in un’ambiente accogliente, privo di sbarre visibili, anche se per le madri vigono le stesse regole presenti in carcere.

L’avvio della sperimentazione  di questo Istituto è iniziata a Milano (2007), ma presto potrebbero essere aperte altre sedi anche a Torino e Firenze.

Al di la della soluzione che il Governo deciderà di adottare per risolvere questo problema,  il nostro pensiero e le nostre azioni devono sempre essere  rivolte alla protezione dell’infanzia.

Auspichiamo che venga restituita al più presto una vita normale ai bambini attualmente detenuti, e che si trovi la migliore via affinché queste ingiustizie non vengano più commesse soprattutto da chi la giustizia dovrebbe garantirla.

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