Beni culturali: risorsa possibile di un’Italia che piange.

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I beni culturali sono una risorsa per il nostro paese?
Istintivamente, condizionata dalla mia esperienza personale, dico no.
In realtà non credo che la questione sia così semplice. Per rispondere vorrei cominciare con la definizione di bene culturale: “Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico” . Dei beni culturali fanno parte anche le cose immateriali come i dialetti, le tradizioni, le canzoni popolari o le ricette tipiche.
Se può entrare a far parte della categoria di bene culturale sia una cosa mobile (un quadro o un libro), sia una immobile (una chiesa, un centro storico) che una immateriale (tradizioni orali), sia che riguardi la storia o l’arte sia l’archeologia o l’etnoantropologia, ma allora l’ambito dei beni culturali quanto è vasto?
Se pensiamo anche ad una sola di queste categorie e cerchiamo di collocarla mentalmente nel nostro paese, ci rendiamo subito conto dell’immensità del settore.
A questo punto la risposta alla domanda è: Si, i beni culturali sono una grandissima risorsa per il nostro paese.
La vera domanda da porsi, allora, è: ci è permesso utilizzare questa risorsa?
In effetti, negli ultimi decenni si è vista una sempre maggiore attenzione dello Stato verso questo ambito con la formazione di un Ministero per i Beni e le Attività ambientali (1974) con la costituzione del Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004) e con la fioritura di nuovi corsi di studio atti a formare la nuova generazione che deve gestire, mantenere e garantire la conservazione di tali beni. Di fatto lo Stato stanzia sempre meno soldi, bandisce sempre meno concorsi per le Soprintendenze e sforna sempre più laureati qualificati a ricoprire un posto di lavoro inesistente. Gli enti privati sono insufficienti a ricoprire la fiumana di suddetti laureati che, così, subiscono copiosi silenzi come risposte ai loro curricula.
Se analizziamo poi il caso della nostra Sicilia, la situazione è, se può esserlo, peggiore. Unico centro culturale attivo sembra essere Palermo, seguito poi da Catania, tutto il resto è alla scoperta dello studioso, dell’amatore o del turista più curioso. Ci sono beni, paesaggi e tradizioni che andrebbero tutelati e non lo sono, beni tutelati ma non fruibili dal pubblico, iniziative che vengono soffocate sul nascere. A questo si aggiunge la difficoltà dei giovani nel riuscire ad inserirsi in qualche ente, pubblico o privato che sia, per provare a cambiare o quantomeno a migliorare qualcosa, ci si sente sempre rispondere: “Ma qui cosa vuoi fare? Qui non c’è nulla. Vai fuori dalla Sicilia.” Come se “fuori” la situazione fosse migliore o come se la Sicilia non fosse Italia.
Alla luce di ciò la mia risposta alla domanda è questa: i beni culturali sono una potenziale risorsa per il nostro paese e per la sua ripresa ma l’Italia non sa come servirsene.

 

Cristina Pagliaro

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