Bollate e il voyeurismo 2.0

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Derubricare il caso di Bollate come un fatto quasi unico nel suo genere, figlio di una generazione che ha perso la bussola, senza più valori e cose simili è un errore molto in voga tra chi, in questi giorni, ha visionato il video della rissa.

Un errore abbastanza marchiano, perché figlio di un modo di pensare molto strano, secondo il quale una cosa esiste solo nel momento in cui la si vede — e in questo caso la prova è stata uppata su Facebook presumibilmente a ridosso dell’evento stesso.

La differenza col passato sta, appunto, esclusivamente qua. Nell’accessibilità a chiunque dei contenuti (forti, perché i calci in testa non sono roba su cui è facile passar su a cuor leggero), per colpa di chi pecca di leggerezza di analisi in casi come questo. Leggerezza che poi si traduce in reazioni incontenibili di chi, guardando il video, smarrisce (stavolta sì) la percezione della realtà, travestendosi da giudice, giuria e boia della situazione, senza contestualizzare il tutto e giungendo alla più facile delle conclusioni.

Attenzione: questo articolo non è affatto un’apologia di quel gesto, che personalmente condanno con ogni fibra del mio corpo; al contempo, è fin troppo facile pulirsi la coscienza andando a sbirciare sui profili social delle due ragazze dando della “puttana” a una e consolando l’altra con delle frasi da avventore di pub di quarta categoria in cerca di qualcuna con cui passare la notte (e, sul profilo della vittima dell’aggressione, ce ne sono fin troppi).

Fermarsi, analizzare. Chiedersi, ad esempio, perché il branco attorno -anch’esso oggetto di un coro unanime di insulti- non abbia mosso un dito, nonostante le richieste di aiuto; non condannarlo, ma chiedersi proprio il perché, senza retorica. Scopriremmo come il mondo descritto da Robert Cialdini nel suo libro Le armi della persuasione trovi facile riscontro in questa situazione. È la legge del gruppo, quella che Cialdini chiama “riprova sociale”: il fatto che nessuno dia una mano alla ragazza fa credere a chiunque che sia giusto non intervenire. È fin troppo facile, da esterni, dire “io sarei intervenuto e avrei salvato la ragazzina” — probabilmente, da esterni, qualcuno si sarebbe davvero mosso, ma lì erano tutti per lo stesso motivo, ovvero osservare la contesa. Alla fine cosa cambia tra chi guarda dal vivo e chi spulcia i profili delle ragazze per avere maggiori informazioni sul perché è nata la rissa?

Il voyeurismo 2.0 consiste in questo: sia Facebook che Ask.fm sono fonti cui attingere per la propria indignazione online e il proliferare di articoli riguardo l’aggressione non serve certo a invertire la tendenza, anzi. Scavando a fondo su quelle pagine si alimenta sempre più il feticcio e il rischio di emulazione; indignarsi per una rissa e per il mancato intervento del pubblico, per carità, è giustissimo e sarebbe preoccupante se non accadesse. Al contempo, è necessario capire che nascondersi dietro un dito e pensare che sia un fatto unico nel suo genere non serve a nessuno, e bisogna educare perché accada sempre meno. La colpa assegnata alla mancanza di valori di questa generazione francamente fa sorridere, perché questi eventuali valori (parola di per sé vuota) dovrebbero essere trasmessi da chi è troppo occupato a pontificare sul web, tornato sulla cresta dell’onda come foriero di ogni male. Da chi ha debellato come il peggiore dei peccati l’educazione civica dalle scuole, rendendola quasi un accessorio inutile, da chi inserisce nei palinsesti della tv pubblica reality show di dubbio gusto e ha definitivamente messo una pietra sopra sullo scopo pedagogico che le apparteneva quando nacque.

È facile, troppo facile puntare il dito verso chi questa realtà la subisce ogni giorno e, se non ha la fortuna di crescere in una situazione ottimale a livello umano, non ne esce fuori nel migliore dei modi, per dirla con toni eufemistici. Piuttosto, sarebbe ora di aprire una discussione seria sulla necessità che molti provano riguardo questi episodi; la morbosità che spinge gente insospettabile, di qualunque ceto sociale, a ricercare ogni dettaglio privato delle persone coinvolte in faccende di cronaca. Forse si capirebbe che il confine del rispetto della persona è stato valicato tempo fa, quando d’improvviso ci si è resi conto che i dati presenti sui social network sono raggiungibili più o meno facilmente, a maggior ragione se uppati senza pensarci su. Il problema non diventa più, quindi, come ottenere informazioni; il problema diventa quali usare, e perché. Non è più il video a fare scandalo, quanto i dettagli sul perché la rissa è scoppiata, i link ai profili ask delle ragazze, i gruppi creati su Facebook per sostenere questa o quella fazione, invasi ovviamente da troll cui non pare quasi vero di aver trovato un terreno così fertile in cui sguazzare.

La percezione della realtà sfugge quando si monta un caso per quello che non è. A Bollate una ragazzina ha picchiato un’altra: è grave ma non bisogna perdere la bussola, specie se, al contrario della diretta interessata, si è adulti e vaccinati. Quando si comincia a parlare di casi così delicati contestualizzare dev’essere il primo atto, altrimenti meglio non esprimersi e lasciare che siano altri a dire la loro, perché di infuocare gratuitamente gli animi ne possiamo fare tranquillamente a meno, così come del feticcio, sempre più comune, dello scoprire ogni dettaglio sulla vita privata delle persone (non imputati, non colpevoli, non criminali: anche dopo l’eventuale terzo grado di giudizio si è sempre persone, con una dignità propria che va oltre la fedina penale) coinvolte in casi di cronaca.

Forse però più che di educazione civica servirebbero lezioni di educazione al rispetto, o di educazione e basta; il problema è che, in questo caso, ci sarebbe un eccesso di alunni e pochi realmente adatti a parlare di quest’argomento con cognizione di causa.

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