Bruxelles: la vita ai tempi dell’attentato

“Nessuna capitale europea è più sicura

al 100%, ma bisogna andare avanti”

 

Uno spettro si aggira a Bruxelles, capitale d’Europa: quello del terrorismo islamico. Da quando si è diffusa la notizia che Salah Abdelslam, uno dei terroristi coinvolti nell’attentato di Parigi, è riuscito a rientrare in Belgio prima ancora che fosse accertata la sua complicità negli eventi di Parigi, la città vive in una situazione fuori dalla norma, sospesa nell’incertezza.

 

La notte di sabato 21 il governo Belga ha innalzato al massimo livello l’allerta terrorismo, chiudendo tutte le metro e abolendo tutti i tram che passano dalle gallerie sotterranee. Sembrava che il provvedimento dovesse valere soltanto per il weekend, invece è rimasto valido fino a mercoledì 25 novembre.

 

Provate a immaginare se a Milano o a Roma chiudessero la metro per quattro giorni, di cui due lavorativi: non solo si creerebbe un enorme disagio ai cittadini, ma si fomenterebbe anche il panico e l’ormai certa consapevolezza di trovarsi a vivere in una situazione preoccupante e straordinaria.

 

Ma non sono solo i mezzi pubblici a essersi fermati a Bruxelles: per ragioni di sicurezza, sono stati chiusi tutti i musei e i centri commerciali della città e sono stati annullati tutti gli eventi del weekend che prevedevano la partecipazione di piccole o grandi folle. Sabato 21 anche gli uffici postali sono stati obbligati alla chiusura. Infine, sono state annullate tutte le lezioni scolastiche e universitarie fino a mercoledì 25.

 

Durante la serata di domenica 22 e la mattina di lunedì la polizia ha effettuato diversi raid in città che hanno portato all’arresto di 21 persone. Di queste, 20 sono state rilasciate poco dopo l’arresto.

 

Da questo quadro, e da quello che tutti i media nazional e internazionali fanno emergere, è facile immaginarsi Bruxelles come una città fantasma. Ma è davvero così? Abbiamo deciso di chiedere a un giovane expat italiano di nostra conoscenza, Stefano Reitano, di raccontarci come ha vissuto questi giorni. Stefano ha 27 anni, siciliano, precario e da qualche mese si è trasferito a Bruxelles per uno stage di lavoro. Una delle tanti menti italiane che lasciano il paese in cerca delle opportunità che meritano.

 

 

 

Puoi raccontarci che atmosfera si respirava a Bruxelles degli ultimi giorni?

 

“I media italiani hanno parlato di una Bruxelles paralizzata e militarizzata, esagerando un po’. Però è vero che l’atmosfera era strana. Sabato mattina mi sono recato alle poste per spedire delle cartoline, scoprendo che l’ufficio era chiuso per ‘ragioni di sicurezza’. Ho raggiunto il centro commerciale vicino casa mia per fare la spesa, e anche quello era chiuso. Alla fine, ho rimediato andando in un supermercato più lontano ma rimasto aperto. E poi ho preso un bus per fare due passi in centro”.

 

È vero che il centro città era deserto?

 

“Le persone c’erano, ma sicuramente meno del solito. La presenza dei militari e dei poliziotti nei punti nevralgici (come la Grand Place) effettivamente ti faceva avvertire che qualcosa non andava. La maggior parte dei negozi di De Brouckere, il quartiere commerciale, erano chiusi, qualcosa di solitamente inimmaginabile. Però le persone in giro c’erano, d’altro canto la voglia di normalità è alta”.

 

Che messaggio daresti a chi ha parenti o amici a Bruxelles?

 

“Di non preoccuparsi eccessivamente. Purtroppo al momento nessuna capitale europea è sicura al 100%, ma le autorità locali stanno facendo del loro meglio. Bisogna ricominciare a vivere normalmente. Le tinte fosche dei media esteri fanno sembrare la situazione peggiore di quel che è davvero! Ma Bruxelles è una città che saprà riprendersi da questa situazione”.

 

E mentre i media nazionali e internazionale amplificano e fanno notizia, la voglia di normalità spinge prepotentemente.

 

 

 

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