“C’era un unico giornalista”

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“Rimasi colpito dalla figura di questo intellettuale che aveva deciso di venire a stare in Sicilia: con il suo telegiornale per un’ora raccontava Trapani come nessuno aveva mai fatto, citando nomi e cognomi senza evocare presenze astratte, con grande professionalità ma al contempo con una grandissima ironia. Mi ricordò Peppino Impastato, aveva la stessa capacità di dissacrare denunciando”.
Così Claudio Fava ha ricordato Mauro Rostagno lo scorso 21 novembre a Trapani, durante la sua testimonianza al processo per l’omicidio del sociologo e giornalista, ucciso a Lenzi di Valderice il 26 settembre del 1988. Fava ha detto di aver conosciuto Rostagno in occasione del processo per l’assassinio del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari: “Ero stato citato come testimone per alcuni approfondimenti su punti significativi della vicenda, che all’epoca avevamo raccontato su I Siciliani. In aula non c’erano giornalisti, a parte un operatore di una rete televisiva locale, che scoprii poi essere RTC, mandato da Rostagno”. Una conoscenza “breve ma intensa”, che si era rafforzata nell’estate dell’88, quando Fava era tornato a Trapani per intervistare Rostagno per la rivista King.
Trapani, spiega Fava, viveva in una cono d’ombra ed era per questo diventata un luogo in cui si rinsaldavano interessi economici, politici e mafiosi: la proliferazione degli sportelli bancari, per esempio, contraddittoria rispetto alla capacità di risparmio della città, era segno che qualcosa stava succedendo e Rostagno lo aveva capito. “Si stava delineando una nuova geografia mafiosa: il fatto che alcuni imprenditori della Sicilia occidentale investissero altrove indicava che ormai la mafia non si concentrava solo a Palermo ma si era radicata in tutta l’isola”. Fava sottolinea anche il livello di impunità a cui era arrivata Cosa Nostra in quegli anni: “molte cose accadevano quasi alla luce del sole ed era imbarazzante quanto venissero ignorate dalla stampa. Quel processo sulla morte di Vito Lipari, fondamentale perché l’omicidio di Vito Lipari era una metafora significativa della capacità espansiva di Cosa nostra in Sicilia, era stato snobbato in modo incredibile da tutti tranne che da Rostagno. Proprio per il silenzio generale, la presenza di Mauro, la sua determinazione, non potevano sfuggire allo sguardo di nessuno: lui si trovava in una condizione di oggettiva solitudine”.
A proposito del suo impegno con i tossicodipendenti della Comunità Saman, Fava ha sottolineato che il desiderio di Rostagno era riportare alla vita questi ragazzi: “parlando dei tossicodipendenti, mi disse ‘questi ragazzi sono più ricchi di noi, perché hanno guardato la morte e sono tornati indietro’, manifestando una sensibilità e una profondità rare. C’era un forte elemento laico nel modo di intendere la terapia di Rostagno. Lui non voleva giudicare ma essere d’aiuto a chi lo chiedeva”.
Fava, sollecitato dall’avvocato Carmelo Miceli, specifica che parlò con Rostagno della loggia massonica Iside 2, che coinvolgeva imprenditori, esponenti di Cosa Nostra e delle istituzioni. “Emergeva il policentrismo mafioso che il generale Dalla Chiesa aveva intuito e che cercammo di approfondire dopo la sua morte. La P2, Sindona, la mafia: ognuna di queste vicende apparentemente autonome in Sicilia trovavamo un punto di ricaduta comune. Una delle manifestazioni di questo policentrismo era appunto l’omicidio Lipari: la mafia catanese che si sposta per ammazzare un sindaco fuori dal suo territorio era un chiaro segno di una svolta da raccontare giornalisticamente, andava ben oltre la cronaca giudiziaria; era il modo per mettere a nudo quel che era successo a Trapani in quegli anni”. Siamo nell’88, l’elemento di novità rispetto al passato era la convergenza di interessi fra un pezzo del sistema economico e la nuova nomenclatura mafiosa. Qui, più che altrove, proprio per l’apparente tranquillità che la caratterizzava, potevano svolgersi trame e affari illeciti, dalla massoneria al traffico di droga e armi. “A Trapani – ha detto ancora Fava – la Commissione antimafia non veniva, era considerata una provincia immune”. E invece proprio le vicende trapanesi sono state anticipatrici di quel che venne fuori dopo in tutta la Sicilia.
Rostagno, nell’indifferenza generale, era l’elemento estraneo che vedeva, faceva collegamenti e li raccontava a tutti dagli schermi di RTC. Una trasmissione seguitissima, la sua, che svuotava letteralmente la città: nessuno se la voleva perdere. “Quando Mauro parlava in televisione lo capivi dalle strade vuote”, ricordano ancora oggi a Trapani. Aveva ricevuto minacce per il suo lavoro? “La sensazione di avere toccato qualche nervo scoperto l’aveva avuta – ha supposto Fava – ma in Sicilia riuscire a cogliere la linea di confine fra il consiglio, il ‘ma chi te lo fa fare?’, e l’avvertimento è molto raro”. Che il clima intorno a lui fosse cambiato, in quell’ultima estate dell’88, lo ha confermato anche Anna Buono, ex ospite della Comunità, che ha testimoniato durante la stessa udienza. Buono fece visita alla Comunità Saman in luglio e ricorda che Mauro scherzava sul fatto di “aver dato fastidio a qualcuno”, anche se “aveva un modo particolare di mostrarsi preoccupato: la sua solita risata era più forzata”. Sulle ipotesi sull’omicidio, Buono ha detto che “tutti abbiamo subito pensato al suo impegno politico e sociale, niente che avesse a che vedere con Saman, comunque”.
L’altra teste chiamata a deporre sulla scorta di un una precedente deposizione del ’96, Francesca Lipari, anche lei ex utente della Comunità, è stata a lungo interrogata dagli avvocati della difesa sui suoi rapporti personali con Rostagno, e sui rapporti fra Chicca Roveri, la compagna di Mauro, e Luciano Marrocco, oltre che sui “sentito dire” di relazioni fra altri utenti. L’attenzione era appuntata sul periodo e la durata delle due relazioni: Lipari ha risposto chiarendo che tra lei e Rostagno c’era stato solo un flirt, “una relazione brevissima” nell’estate dell’86. Entrambe le “storie”, la sua e quella tra Roveri e Marrocco, si sono concluse nella stessa estate dell’86. Incalzata dalla difesa, Lipari ha reagito con decisione, chiedendo a sua volta indignata cosa avessero a che fare queste cose con la morte di Rostagno: “non ricordo cosa ho detto nel ’96, non avrei mai dovuto firmare quella deposizione”, ha concluso, lanciando più di un sospetto sul modo in cui sono stati tenuti gli interrogatori in quella circostanza.
L’udienza si è conclusa con la lettura, da parte del presidente Angelo Pellino, di un’ordinanza in cui è stata ricusata la richiesta della difesa di acquisire le dichiarazioni di Curcio (testimone nella precedente udienza) nell’ambito del procedimento bis sui mandanti occulti dell’omicidio Rostagno. La prossima udienza, la 39esima, si terrà il 28 novembre e sarà dedicata a integrazione di testi e documenti.

Federica Tourn

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