Caritas diocesane; la povertà continua a crescere

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di Francesco Polizzotti

Quali sono i diritti dei poveri previsti dalla Costituzione e a livello internazionale? Quale è il ruolo svolto dalla Chiesa nel contrasto della povertà economica in Italia? Sono alcune delle domande che ci sentiamo di rivolgere a chi vive la frontiera del bisogno umano nelle nostre città, provando a denunciarne lo stato di precarietà, il livello di esclusione sociale di talune fasce deboli, coinvolgendo proprio i poveri alla vita attiva nella società e alla partecipazione degli stessi alla comunità.

Non è raro assistere che al banco alimentare di una delle parrocchie del centro di Messina, si rivolgano non più solo disoccupati, persone prive di sicurezza sociale ed economica ma anche monoreddito e dipendenti pubblici, che si aggiungono ai numerosi extracomunitari e alle famiglie numerose che settimanalmente si ritrovano per avere un po’ di viveri, prodotti per l’igiene della persona e qualche dono straordinario per i propri piccoli.

Aumenta in maniera drammatica la povertà in tutta Italia. Non bastano i dati statistici a certificare la crisi economica e sociale, la perdita del potere d’acquisto anche di coloro che beneficiano di busta paga e dell’annoso, per non dire ciclico, aumento di tasse ogni principio di anno nuovo a seguito del milleproroghe dell’ultima ora. Aumenta la povertà proprio perché l’empasse economica sta spingendo pezzi sempre più ampi del ceto medio verso le “nuove povertà”, mettendo alle corde i cosiddetti “poveri storici” e ampliando il fantasma della povertà a nuovi frequentatori dei centri caritatevoli.

Parlare dell’urgenza di misure di equità sociale che passino anche attraverso una riforma del fisco, magari con interventi che favoriscano l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro è forse scontato ma occorre ribadirlo. E’ quanto emerge nel bilancio da brivido ad esempio dell’ultimo  Convegno nazionale delle Caritas diocesane. Nel 2010 erano 8 milioni e 272 mila i poveri di povertà relativa, 3 milioni 129 mila quelli di povertà assoluta- come afferma Mons. Giuseppe Pasini, direttore della fondazione Zancan e già direttore nazionale della Caritas, secondo cui “stiamo fabbricando oggi i poveri di domani”. Il riferimento ai giovani è diretto.

Quello della Caritas è un osservatorio di estrema importanza per conoscere i mutamenti sociali e le nuove emergenze. Le stesse caritas diocesane parlano anche di un preoccupante aumento delle richieste di aiuto al “Prestito della speranza”( si tratta di fondo di solidarietà per famiglie ed imprese promosso dalla Cei), da parte non solo di famiglie ma sempre più anche di imprese, altrimenti destinate a fallimento. “In questo periodo 140 Caritas su 220 – spiega don Andrea La Regina, referente Caritas per il fondo – hanno attivato prestiti con il metodo del microcredito per andare oltre l’emergenza e favorire una ripresa economica sostenibile dei nuclei familiari”.

Un esempio concreto di microcredito realizzato nell’Arcidiocesi di Messina è quello di un giovane apprendista panettiere che decide di mettersi in proprio. Seguendo l’iter previsto, dall’idea iniziale – grazie alla consulenza di esperti dell’Ufficio diocesano per il problemi sociali – nel giro di 12 mesi (6 mesi di progettazione e 6 mesi di sviluppo e recupero di risorse) oggi questo giovane vanta un proprio panificio a Milazzo, con un finanziamento accordato a parametri fiscali favorevoli.

Una storia positiva questa che ritrae solo la parte migliore del possibile aiuto che la Chiesa italiana offre ai giovani che vogliono investire nella propria creatività per realizzarsi.

Ma dietro i numeri più grossi ci sono storie di disagio, di miseria e di fragilità psichica che nessun progetto potrà mai lenire. Tutti i direttori diocesani conoscono bene la drammaticità di alcune situazioni che si consumano nelle loro città, con poveri in crescendo consegnati alle strade e all’abbandono. Non fanno più notizia, gli sgomberi dai ricoveri fortuiti della Galleria Vittorio Emanuele di Messina, fiore all’occhiello di una città distratta, lasciata all’incuria e per questo, luogo di incontro per sbandati e senzatetto che vi rimangono anche per più notti. Diverso è infatti ascoltare e aiutare nei centri diocesani un nucleo familiare che di povertà non ha nulla se non il fatto di essere cascata nel rischio povertà, perdendo magari il posto di lavoro che garantiva reddito al nucleo, con risorse scarse o nulle a disposizione per poter garantire il pagamento dell’affitto, del mutuo e la possibilità per i figli di frequentare la scuola. Difficile diventa invece, andare incontro a situazioni conclamate nelle città, per cui solo l’intervento delle Istituzioni garantisce l’efficacia di ogni azione.

In breve, ci si trova di fronte a una precarietà che, non considerata per tempo, rischia di far scivolare questi nuclei familiari dentro situazioni di vera povertà che andrà sempre più aggravandosi per l’incombenza di scadenze, per l’indebitamento, per l’impossibilità di restituire serenità alla famiglia, nonostante gli aiuti spesso favoriti da genitori anziani o pensionati di cui si accudiscono le condizioni di vita.

Il volontariato stesso non basta più, se concepito come ruolo di cuscinetto tra le risorse pubbliche e i beneficiari ultimi.

Come afferma Don Gaetano Tripodo, direttore diocesano della Caritas di Messina – Lipari – Santa Lucia del Mela, “ si assiste – malgrado il valore intrinseco del volontariato – ad una professionalizzazione dello stesso nell’ambito delle attività svolte senza una pari acquisizione di soggettività politica. La frammentazione e la separatezza tra gruppi, spesso di piccole dimensioni, è dimostrata dal faticare degli stessi a lavorare con gli altri. Subalternità alla politica stessa, e come Messina dimostra, i politici diventano fiancheggiatori delle organizzazioni di volontariato e talvolta le creano a uso proprio. Subalternità non solo economica ma anche culturale di prospettiva rispetto agli altri soggetti del terzo settore. Ruolo di supplenza nelle emergenze purtroppo ricorrenti”.

In questo senso, il responsabile della Caritas messinese, non risparmia il proprio monito in un suo intervento pubblico dello scorso 29 dicembre, a margine di un incontro con le Associazioni del Terzo settore della Città. In quella sede Don Tripodo ha  denunciato l’assenza di una programmazione delle politiche sociali, l’omissione nella denuncia degli sprechi, chiamando in causa la stessa Consulta comunale delle organizzazioni di volontariato di Messina rea di mostrarsi poca autonomia rispetto alle scelte delle amministrazioni locali.

Resta il fatto che attorno ai diritti dei più poveri c’è sempre la paura dello spettro della s peculazione una volta mediatica, una volta politica, una volta appunto di sprechi.

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