C’avevo l’amante a Reggio.

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Era l’8 maggio 2005, quando Silvio Berlusconi da un palco di Messina annunciò che avrebbe costruito il Ponte, così se uno c’aveva l’amante al di là dello Stretto poteva andarci pure alle 4 di mattina, senza aspettare i traghetti.

Motivazione di immensa forza morale, in grado di scuotere anche le coscienze più sorde e retrive e valida ragione per spendere una carrettata di miliardi, senza tirare in ballo i guai di Impregilo e certe chiacchierate amicizie.

A quel punto io, uomo da sempre ligio e rispettoso verso le istituzioni, intrecciai subito una liason con una procace signora di Reggio Calabria, fidando nella promessa del Presidente del Consiglio.

Inutile rivangare.

È andata com’è andata. Il Ponte non s’è visto, mentre la signora, stanca dei miei continui ritardi, ha smesso di rispondere alle telefonate.

La cosa dispiace, naturalmente. Molto, anzi parecchio.

Un dolore in cui all’ennesimo potenziale volano, perduto dal sistema paese, si mescolano le miserrime vicende personali del sottoscritto.

Passano anni vorticosi. Pieni di ipotesi, disillusioni, false promesse.

Poi, d’improvviso, compare all’orizzonte il Recovery Fund e la fantasia riprende a galoppare. Il Ponte si fa, si fa.

A 4 o 5 campate. Non per aria, ma in solido und affidabile terreno sismico. Anzi no, meglio un tunnel, un viadotto transoceanico, una pista ciclabile, un cunicolo spazio-temporale.

Continuo gioco al rialzo che si esaurisce, ahimè, nell’ennesima atroce coltellata. Ponte nisba.

I cospicui fondi del Recovery serviranno a tutto, fuorché all’opera più melodrammaticamente impellente. La più Traviata tra le possibili, future o futuribili, infrastrutture italiane.

Ingiusta pecunia pioverà per ogni dove. Su porti e idroscali, passerelle e cavalcavia. Come colomba dal disio chiamata, ovunque si millantino occasioni di sviluppo e necessità di modernizzazione.

Intanto le due sponde dello Stretto restano alla mercé di zattere e piroghe.

Nel colpevole silenzio generale l’unica voce, bisogna riconoscerlo, è stata quella della Giunta Regionale Siciliana, da sempre attenta, per ovvi ed evidenti motivi, ai bisogni del tessuto economico insulare.

Il primo a protestare è stato l’assessore regionale ai Trasporti Falcone, il quale ha definito l’estromissione del Ponte come il più grave fra gli schiaffi inferti dal Governo Conteai sogni e alle necessità della Sicilia.

Gli fa eco il vicepresidente regionale Armao che, utilizzando uno strumento di alto spessore istituzionale qual è un post di Facebook, parla di documento onirico in cui si archivia senza motivazioni il Ponte di Messina. Ora io mi domando, Presidente Conte, vogliamo rimanere insensibili al grido di dolore di sì alte e degne figure?

E sia, facciamolo pure. Infischiamocene della loro opinione e soprattutto di sogni et bisogni di un’isola troppe volte vilipesa.

Pur tuttavia vi sono delle considerazioni che rischiano di pesare sulla coscienza dei molti galantuomini di questo grande paese.

Il fatturato delle Mafie si aggira intorno ai 150 miliardi annui. Circa il doppio di Enel e il triplo di Eni. Un impero imprenditoriale colpito a morte dai lockdown, che hanno depresso il commercio di droga e deprezzato i possibili introiti del pizzo. Senza che uno straccio di Dpcm prevedesse un aiuto, un ausilio, un ristoro per un settore così vitale dell’economia siciliana, meridionale e italiana in genere.

E che non si pensi solo agli affiliati e alle loro famiglie, le quali hanno pur tuttavia le stesse urgenti necessità di altre ben più fortunate categorie.

Pensiamo all’indotto.

Crollata la Mafia, i mega appalti si ridurrebbero come per incanto a cifre da mercatino rionale. Con un bel saluto a ogni risonanza politica.

La Sanità rischierebbe davvero di funzionare e poi ci va lei, dal direttore dell’Inps, a spiegare che anche questo mese l’età media è aumentata dello zero virgola tot.

Non solo.

Niente più supercarceri, aule bunker, auto blindate. Armi, munizioni, divise, computer. Maxiprocessi, udienze in commissione parlamentare, intercettazioni ambientali, pedinamenti, inchieste fiume che infliggano un colpo mortale.

Un taglio anche a superprefetti, alti commissari, pubblici ministeri.

Un volano edilizio e manifatturiero che dà lavoro a centinaia di migliaia di persone, permettendo a milioni di famiglie italiane di sguazzare nel benessere.

Ma se non lo vuole fare per loro, Presidente, lo faccia almeno per me.

Per un onesto contribuente la cui vita affettiva e sentimentale langue, da quindici anni a questa parte, in triste e mesta solitudine.

Di Alessio Pracanica

“È stanca ormai a gente
Sono anni ca ciù raccunti
Mio caro presidente u faciumu stu cazzu i punti
U facimu stu punti
Tengo na femmina a Messina cu u punti ma fazzu prima

-Checco Zalone-U facimu stu punti

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