Chi sbatte la testa rompe i muri

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Di chi è la città? Di chi sono i viali, le piazze, i marciapiedi? L’aggettivo pubblico identifica un qualcosa che appartiene a tutti, che è accessibile a tutti, dove per “tutti” si intende la comunità di persone che quei viali, quelle piazze, quei marciapiedi li calpesta, li vive, li vede cambiare. Tale comunità incarica un amministratore, lo Stato, a gestire il possesso comune nel bene della comunità stessa. Tuttavia, l’idea che il termine pubblico rappresenti una proprietà dello Stato si è ormai perfettamente integrata nel pensiero comune. La domanda a questo punto diventa, chi è lo Stato? Chi è? Chi? Chi è lo Stato? Lo Stato è l’autorità, l’amministrazione, le istituzioni, Napolitano è lo Stato, e Berlusconi, Berlusconi è lo Stato! E Cammarata? Cammarata è lo Stato. No! Cammarata è il Comune, non lo Stato. E il Comune chi è? E’ un’articolazione dello Stato, è il dito del Leviatano! E noi? Si può sapere chi siamo noi!? Beh, noi siamo noi, i cittadini “privati”. Privati? Ma privati di che? Di che ci hanno privati? Della possibilità di decidere ci hanno privati! Della possibilità di sentirci parte attiva di una comunità! Della possibilità di migliorarci migliorandola! E noi come reagiamo? Immobili, impassibili, marmorei. Troppo intenti a stare appresso alle nostre inutili nevrosi, alle nostre piccole complicazioni quotidiane, ad ogni nostro problema privato. Privato si, privato, ancora questa assurda parola. Siamo noi che ci siamo privati di noi stessi, e ancora peggio, ci siamo privati degli altri. Qualcuno, però, ci prova a liberarsi dalle catene dell’indifferenza, e qualcun altro ci riesce. I ragazzi del Laboratorio Zeta di Palermo sono nove anni che ci riescono, dall’occupazione, nel Marzo del 2001, di uno stabile abbandonato di proprietà dell’Istituto Case Popolari, che hanno pian piano trasformato in un luogo di socialità vera e viva.
Non hanno avuto paura di chiedere, e non hanno avuto paura di prendersi quello che veniva loro sordamente e inspiegabilmente negato, e l’hanno fatto col coraggio di chi, forse, non sa cosa vuole, ma certamente è cosciente di quello che non gli piace. Non ho abbastanza righe per raccontare la cronologia delle vicende (cosa che viene fatta benissimo da quelli che la storia l’hanno vissuta in prima persona, sul loro sito kom-pa.net) ma ad oggi il Laboratorio Zeta è certamente una solida realtà sociale a Palermo, che accompagna alle attività culturali più diverse, come concerti, dibattiti e cineforum, forti progetti di partecipazione civile, per le battaglie di sempre sui temi dell’antirazzismo, dell’integrazione e del diritto alla casa.

Il Laboratorio Zeta è stato in questi anni il crocevia di storie provenienti da ogni parte del mondo, e la sede di un’esperienza di cogestione interculturale nata quasi per caso dall’incontro di una comunità di Sudanesi richiedenti asilo politico, alla quale fu naturalmente tesa la mano, nonostante ogni difficoltà. Loro, i ragazzi dello ZetaLab hanno sempre dimostrato di esserci, ma chi manca, sempre e purtroppo, è chi non dovrebbe mai. Le amministrazioni locali si esprimono in questi nove anni, come hanno solo e sempre saputo fare: balbettamenti, posizioni poco chiare ed una sorta di doppio filo che le porta, da un lato, ad allacciare l’acqua corrente, pagare le bollette e fornire ogni due mesi le derrate del Banco Alimentare, e dall’altro, a mostrarsi restie ad una regolarizzazione formale della situazione del Laboratorio. Così, la buona vena e la volontà di raggiungere degli accordi con il Comune da parte dei gestori del centro, va ad impattare frontalmente con la prepotenza e la malafede di un sistema, se non palesemente corrotto, certamente poco limpido, che assegna, dopo le snervanti trattative, i locali di via Boito all’associazione Aspasia, la quale non ha peraltro ancora reso noto il futuro utilizzo degli immobili, e la cui referente, la signora Anna Ciulla, si trova nella condizione quantomeno disdicevole di condanna (insieme all’ex assessore comunale per le politiche sociali Giuseppe Scoma) per corruzione e concussione, causa le tangenti che l’assessore riceveva in cambio di convenzioni e contributi concessi alla stessa associazione. Tale associazione, inoltre, possiede già uno stabile dove esercitare la propria attività, stabile che però risulta inutilizzato.

La battaglia dello ZetaLab non è una battaglia per i propri diritti all’immobile, ma una guerra di civiltà e legalità, per una socialità che sia libera dai giochi di potere dei piani alti, guerra che cozza contro il sistema connivente e colluso che la gente si è abituata ad accettare mestamente. La battaglia di questi ragazzi è la battaglia di chi si spacca la testa contro un muro. Quanto sangue, quanto sudore, quanta rabbia, che porta a picchiare più forte. Dimostrare che i muri non sono indistruttibili, è questa la sfida del Laboratorio Zeta. Il 19 Gennaio il centro è stato sgomberato con inaudita violenza da parte della polizia, ma i ragazzi oggi sono ancora dentro, col sostegno di quella piccola infinita parte della popolazione che c’è e si fa sentire. Con o senza lo Stato loro sono lì, a sognare una società più umana e a plasmarla a poco a poco. Non li hanno fermati le false promesse, le ambiguità, l’informazione plagiante, i clientelismi, la sordità della gente, le manganellate, le cariche della polizia. I ragazzi del Laboratorio Zeta sono in trincea, la trincea di chi chiede una libertà diversa di quella che intendiamo comunemente, che non ha niente a che fare con i soldi , né con l’individuo privato. Ma, forse –ed è un forse di sfida-, non tutti possono capire.

 

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