Apologia ad un “delitto di solidarieta’”,

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Come riferisce l’ANSA del nove febbraio, “nove persone sono state arrestate dalla Polizia di Siracusa, su disposizione del Gip del Tribunale di Catania, con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’illecita permanenza di stranieri nel territorio dello stato italiano, falso ideologico in atto pubblico e false dichiarazioni a Pubblico Ufficiale. Le indagini, coordinate inizialmente dalla Procura della Repubblica di Siracusa e successivamente dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, ruotano attorno a una presunta organizzazione criminale che aveva la sua base logistica nella chiesa di Bosco Minniti a Siracusa”. Agli arresti domiciliari padre Carlo D’Antoni, parroco della Chiesa di Bosco Minniti, nei suoi confronti il Gip ipotizza il reato di associazione per delinquere. Sempre secondo l’Ansa gli “stessi reati sono contestati anche all’avvocato Aldo Valtimora, un professionista assai attivo anche lui nell’azione di sostegno e di assistenza ai migranti, e ad  Antonino De Carlo, collaboratore di padre Carlo D’Antoni, anche loro posti agli arresti domiciliari”.

Un operatore della chiesa di Bosco Minniti ha riferito ai cronisti che “padre Carlo nei giorni scorsi aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica e al Questore di Siracusa per quello che riteneva un sospetto atteggiamento ostile dell’ufficio immigrazione”. Come riferisce Repubblica “Ora le indagini proseguiranno. Per ora però permane la certezza che padre Carlo, in passato, aveva provato in più occasioni, a denunciare alla Procura della Repubblica le condizioni disumane nelle quali centinaia di uomini e donne sono costretti a vivere. Come ogni anno, infatti, nel periodo di marzo gli immigrati si dirigono verso la Sicilia per la raccolta nei campi. Invadono le campagne di Cassibile e di Pachino, due zone nei pressi di Siracusa”.

Non intendiamo entrare nel merito delle diverse contestazioni riferite dai mezzi di informazione nei confronti dei singoli imputati, per i quali si deve comunque ricordare che nel nostro paese esiste ancora la presunzione di innocenza sino a condanna definitiva e che non è stato ancora abrogato l’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione n. 286 del 1998 e dunque “fermo restando quanto previsto dall’articolo 54 del codice penale, non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”.

Dare accoglienza senza scopo di lucro agli immigrati irregolari non può diventare un “delitto di solidarietà”, neppure per effetto delle ultime disposizioni del pacchetto sicurezza, soprattutto quelle che sanzionano la messa a disposizione di un alloggio per fini di lucro a favore di irregolari. E se qualcuno persegue un personale fine di lucro non è scontato che questo si estenda a tutte le altre persone che collaborano in una associazione.

In tutta Italia centinaia di luoghi di accoglienza accolgono migranti irregolari e richiedenti asilo, dichiarando la presenza di immigrati che sono costretti a muoversi sul territorio nazionale alla ricerca di un reddito e se vi sono, come certamente esistono, associazioni a delinquere finalizzate allo sfruttamento della prostituzione, occorrerebbe chiedersi se sono più efficaci le periodiche retate, con la consueta espulsioni lampo delle vittime del traffico, oppure se non sarebbe più efficace restituire una effettiva applicazione alle misure di protezione sociale previste dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione, oggi dimenticato dagli stessi uffici amministrativi che dovrebbero utilizzarlo.

Rinnoviamo dunque la nostra solidarietà nei confronti di tutti coloro che danno accoglienza agli immigrati irregolari per finalità umanitarie. Se singole persone hanno lucrato sull’accoglienza offerta agli immigrati vanno individuati e puniti senza processi sommari. Se poi le accuse si riferiscono anche alle richieste di asilo, ai documenti di soggiorno, o al reato di falso in atti pubblici, come sembra, sarebbe bene che le indagini si rivolgessero anche agli uffici preposti al loro rilascio, perché in altri processi simili che si sono celebrati in passato, anche in Sicilia, sono spesso emerse complicità interne che consentivano appunto l’indebito rilascio dei permessi.

Di certo toccherà alla magistratura accertare fatti e responsabilità. Che esistano reti criminali straniere ( non solo cinesi e nigeriane, ma anche maghrebine), interessate allo sfruttamento delle persone che transitano nei centri di accoglienza è un fatto notorio, documentato già da numerose indagini penali in tutto il territorio nazionale, cosa più ardua è stata finora verificare quanto queste reti siano riuscite ad infiltrarsi nelle strutture di accoglienza e grazie a quali responsabilità.

La Rete antirazzista di Catania ricorda però “la disponibilità della parrocchia di Boscominniti e di padre Carlo D’Antoni nel seguire il processo per il naufragio del Natale ’96 al largo di Portopalo. In seguito alla controinchiesta di Dino Frisullo sulla holding degli schiavisti, all’impegno degli avvocati e dei familiari delle vittime e delle associazioni antirazziste,  dopo 13 anni si è arrivati alla condanna a 30 anni  dei 2 imputati, anche se in seguito alle leggi securitarie ed ai respingimenti in Libia le mafie mediterranee continuano sempre più ad ingrassarsi “.

2. Riteniamo opportuno a questo punto chiarire alcuni aspetti della situazione degli immigrati nella provincia di Siracusa, aspetti non marginali, che oggi sembrano trascurati dai mezzi di informazione che hanno dato ampio rilievo alla vicenda degli arresti, dopo avere taciuto su altri fatti non meno gravi, come le accuse ben documentate contenute nel dossier di MSF (Medici senza frontiere) contro il sistema dei Centri di identificazione ed espulsione e dei CARA ( centri per richiedenti asilo) ed in particolare nei confronti della struttura di Cassibile, gestita fino al 2009 dall’associazione Alma Mater, a pochi chilometri da Siracusa, un centro di prima accoglienza ed identificazione che in parte funzionava come un CIE, chiuso dal ministero lo scorso anno. Una struttura nella quale, oltre a verificarsi gravi omissioni dal punto di vista dell’assistenza sanitaria, risultava del tutto carente anche l’assistenza legale, gestita dall’associazione “Un Ponte sul Mediterraneo” e la mediazione linguistica. Riteniamo opportuno un contributo di riflessione, anche per sollecitare che le indagini si svolgano in tutte le direzioni. E’ vero che molti extracomunitari finiscono nelle maglie del mercato illegale delle regolarizzazioni ed è anche vero che un traffico di clandestini tra Siracusa e la Campania esiste. Un traffico nel quale potrebbero anche essere coinvolti operatori umanitari infedeli ed avvocati disonesti. Molti immigrati denunciano oggi di essere stati abbandonati dai loro avvocati, ed alcuni che ritenevano di avere presentato ricorso contro un provvedimento negativo di diniego dello status di protezione umanitaria stanno amaramente scoprendo che in realtà non esiste nessun ricorso a loro nome. Esiste tutto un “universo sommerso” di associazioni che in Sicilia come in Campania vedono nei migranti soltanto una fonte di guadagno, lecito o illecito che sia. Speculazioni e truffe ai danni dei migranti non sono fatti nuovi. Una verità amara, ma che si conosce da tempo e che qualcuno sembra scoprire soltanto oggi.

Tuttavia occorre accertare responsabilità individuali e non esprimere affrettati giudizi sommari. E occorre sempre tenere presente il quadro ambientale nel quale si svolgono i fatti. Un quadro ambientale già assai inquinato sul quale non erano mancate in passato le indagini della magistratura.

Uno sforzo di riflessione appare utile in questo momento di grave confusione con evidenti rischi di grave strumentalizzazione della vicenda nei confronti degli operatori umanitari e di quanti assistono gli immigrati che in misura crescente sono ridotti alla condizione di irregolarità per gli effetti perversi dei tanti pacchetti sicurezza e delle prassi applicative di molti uffici immigrazione delle questure italiane. Questi uffici ricercano sempre la soluzione più restrittiva, o più ritardata nel tempo, per negare agli immigrati il conseguimento o il mantenimento del permesso di soggiorno e questo contribuisce ad alimentare un vasto giro di illegalità che si può riscontrare su tutto il territorio nazionale. Anche i ritardi o i dinieghi generalizzati nell’ammissione al patrocinio a spese dello stato comprimono i diritti di difesa, impediscono la proposizione tempestiva dei ricorsi e creano confusione tra i tanti avvocati onesti che lavorano, rimettendoci anche di tasca propria, e quei pochi che vogliono lucrare ad ogni costo sulla pelle dei migranti. Magari spacciandosi per avvocati senza neppure avere conseguito l’abilitazione alla professione, come hanno amaramente scoperto molti immigrati, in gran parte richiedenti asilo, privati dei più elementari diritti di difesa. Da tempo la situazione dei migranti richiedenti asilo nella provincia di Siracusa, e più in generale degli irregolari, che avevano ricevuto un diniego, era all’attenzione di politici ed associazioni. Di certo non ha contribuito alla chiarezza in questa materia la mancata risposta del governo, fino allo scorso mese di gennaio, alle numerose sollecitazioni presentate nel corso del 2009 dalla parlamentare radicale Rita Bernardini, che ha chiesto per un anno intero, invano, una risposta scritta con una interrogazione presentata sulle gravi irregolarità riscontrate durante le visite nel 2008 nel centro di Cassibile, irregolarità emerse anche dal punto di vista della difesa legale. E non sono stati neppure chiariti tutti i dubbi che aveva sollevato negli anni scorsi l’incriminazione degli stessi gestori del centro di Cassibile, in convenzione con la Prefettura di Siracusa (sembrerebbe senza gara d’appalto), dopo un processo penale abortito sul nascere, anche per gli errori nei quali sarebbe incorsa l’accusa ( su questi fatti si rinvia ai dossier su www.fortresseurope.blogspot.com).

Gli arresti di Siracusa giungono proprio nel momento in cui molti migranti vittima della “pulizia etnica” a Rosarno stavano ritornando nella provincia di Siracusa, nelle campagne di Cassibile in particolare, per la raccolta delle patate, una coltura stagionale che ogni anno attira, proprio nel mese di febbraio, migliaia di lavoratori stranieri.

Quest’anno molti di coloro che giungono da Rosarno in Sicilia hanno ormai visto scadere il proprio permesso di soggiorno, dopo essere stati licenziati dalle imprese del nord. Altri sono invece richiedenti asilo denegati proprio dalla Commissione territoriale di Siracusa, persone che a centinaia avevano presentato un ricorso, ma che gli avvocati, o loro faccendieri, non avevano rappresentato fedelmente, al punto che in molti casi, come adesso stanno rilevando diversi avvocati in tutta Italia, non era stato neppure depositato l’atto di ricorso, oppure l’avvocato non si era presentato in udienza. Anche su queste vicende, maturate nella stessa zona di Siracusa, che potrebbero essere collegate agli arresti di oggi, perché riguardano gli stessi gruppi di immigrati presenti a Siracusa ed ospitati sia nel centro, adesso chiuso, di Cassibile, che nella parrocchia di padre Carlo D’Antoni a Boscominniti, attendiamo dalla magistratura, al più presto, verità e giustizia. Anche per consentire a quanti hanno comunque diritto ad esercitare una difesa effettiva ( art. 24 della Costituzione) di fare valere il loro diritto alla protezione internazionale, quantomeno ottenendo una rimessione in termini e dunque la possibilità di opporsi all’espulsione, evitare l’applicazione del nuovo reato di immigrazione clandestina e (ri)presentare un ricorso effettivo contro la decisione che li priva di uno status legale.

3. Non vorremmo in sostanza una giustizia a due velocità, forte con i deboli e debole con i forti, e saremo vigili sull’andamento del processo che si svolgerà a Siracusa nei confronti di padre Carlo e degli altri imputati.

Soprattutto ci auguriamo che, se si accertino illeciti, a pagare non siano sempre e soltanto gli immigrati coinvolti, ma tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito a truffare persone giunte da lontano in evidente stato di bisogno. Vorremmo soprattutto che si distinguesse sempre tra le vittime del traffico, alle quali può sempre essere concesso un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale, coloro che in buona fede prestano assistenza umanitaria e gli autori di reati che vanno perseguiti e puniti quale che sia la nazionalità o la funzione pubblica che assolvono.

Il ministro Maroni dopo i fatti di Rosarno aveva individuato in Cassibile e nella provincia di Siracusa un area di elevata concentrazione di lavoro stagionale, spesso irregolare, dove applicare la “tolleranza zero” divenuta ormai emblema della gestione dell’immigrazione da parte di questo ministro e della sua maggioranza di governo. Adesso giunge questa indagine della magistratura che, al di là della sua fondatezza, da dimostrare, chiude uno dei pochissimi punti di riferimento che gli immigrati stagionali, anche irregolari, potevano trovare in quella zona.

Lanciamo un appello perché le istituzioni locali e le associazioni umanitarie che operano nella provincia di Siracusa intensifichino gli sforzi per garantire spazi di accoglienza per tutti gli stagionali e per contrastare lo sfruttamento dei lavoratori migranti nelle campagne, uno sfruttamento facilitato dall’inasprimento delle norme contro l’immigrazione clandestina e dalle retate di polizia che arrivano puntualmente alla fine del raccolto, privando i lavoratori espulsi dei loro modesti guadagni, e premiando dunque chi li sfrutta. Esattamente come è successo a Rosarno, lo stesso potrebbe succedere nei prossimi mesi a Cassibile e nelle altre campagne della Sicilia dove il lavoro degli stagionali è fondamentale per l’esercizio dell’agricoltura. Una regione, ricordiamo, dove domina il lavoro nero, dove sono irregolari otto aziende su dieci, con premi assicurativi non versati per 6 milioni di euro ed una alta incidenza di infortuni sul lavoro, e questo sia ai danni degli autoctoni che dei migranti. Le verifiche sono state effettuate in 1.563 imprese e 1.188 (cioè il 76%) sono risultate non regolari. I controlli hanno permesso l’emersione di 3.141 lavoratori irregolari.

Ci aspetteremmo che la magistratura eserciti anche in questa direzione un controllo più penetrante al fine di consentire ogni forma possibile di emersione del lavoro irregolare dei migranti anche attraverso la denuncia dei datori di lavoro, come sarebbe possibile in base all’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione. Una questione che nella provincia di Siracusa, e nella zona di Cassibile in particolare, è di scottante attualità, ma che rischia di arenarsi nel generale ostruzionismo che incontra la concessione del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale. Emblematico, in questo senso, è anche il rinvio voluto dal governo, appena pochi giorni fa, delle norme che potevano dare attuazione alla direttiva comunitaria che contiene sanzioni per i datori di lavoro irregolare e prevede varie ipotesi di denuncia e di autodenuncia per la emersione e la regolarizzazione dei lavoratori stranieri “in nero”.

Se non si riuscirà a colpire l’illegalità dilagante nel mercato del lavoro, applicare le norme dei vari pacchetti sicurezza, che vietano con pene sempre più severe l’immigrazione irregolare, l’agevolazione all’ingersso clandestino e sanzionando principalmente le vittime, o magari anche coloro che in buona fede prestano loro assistenza, appare solo come volere svuotare il mare con un bicchiere. Intanto le organizzazioni criminali continuano a lucrare sul proibizionismo delle migrazioni, anche ai danni dei rifugiati e dei potenziali richiedenti asilo, forse anche con l’aiuto di qualche collaboratore infedele interno agli uffici ed ai luoghi di accoglienza. Oppure, più tristemente, con la chiusura dei pochi spazi di accoglienza ancora aperti sul territorio, si continueranno a creare le condizioni ambientali e giuridiche per praticare le operazioni di deportazione “assistita” volute dal ministro Maroni per decongestionare le aree a più alta concentrazione di lavoro irregolare stagionale.

Chiediamo quindi che padre Carlo sia liberato, che la sua situazione sia chiarita al più presto e che possa tornare a svolgere la sua preziosa opera di solidarietà presso la sua parrocchia!
In Italia non esiste ancora il «reato di solidarietà». Giù le mani da Padre Carlo D’Antoni! Dopo Moni Ovadia, anche Riccardo Orioles, Don Paolo Farinella, Vincenzo e Caterina Consolo, padre Alex Zanotelli hanno aderito all’appello! Ad un mese dai domiciliari a Don Carlo e ai suoi collaboratori le firme sono più di 250.
*** Tra i firmatari:
Annamaria Rivera (Università di Bari), Eugenio Melandri (Chiama l’Africa), Moni Ovadia, Daniele Barbieri (Scimmie verdi, Imola), Padre Alex Zanotelli (missionario comboniano), Vincenzo e Caterina Consolo, Maria Immacolata Macioti (Università La Sapienza Roma), Alessia Montuori (Senzaconfine, Roma), Iuri Carlucci (Ass. Azad-per la libertà del popolo kurdo), Shabir Mohamed (Ass. lavoratori pakistani in Italia), Renato Sarti (Teatro della cooperativa, Milano), Nella Ginatempo, Vincenzo Miliucci (Confederazione cobas), Domenico Lucano (sindaco di Riace), Chiara Sasso (coord. Rete dei comuni solidali)

 

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