Cosa vuol dire essere malati di AIDS?

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Così viene raccontato l’AIDS: con schiettezza, semplicità e tanta sofferenza nel cuore. Sofferenza però che lascia spazio ad una grande gioia di vivere. Essere malati di AIDS non vuol dire per forza dover morire. A raccontarcelo in prima persona è una nostra lettrice.

Cara Cinzia, ti invio, come accordi presi, un mio profilo per rendermi utile al progetto del quale mi hai messa al corrente.
Mi chiamo Mariella, sono nata a Torino, nel 1957, e vivo a Prato. Alla età di 3 anni contraggo la poliomielite. Cresco tra la
famiglia di origine a Torino e lIstituto Don Carlo Gnocchi, in cui mi sono potuta curare e studiare.
A 26 anni, a Prato, scopro di essere sierpositiva al test dell’Hiv. A 28 anni nasce mia figlia Maristella, nasce da una relazione difficoltosa. Dopo la gravidanza le mie condizioni di salute si aggravano e contraggo l’Aids. Incomincia il calvario delle cure e degli ospedali. A 30 anni entro in una comunità di recupero per tossicodipendenti, il Centro di Solidarietà di Prato.
Il mio è stato un trascorso di vita degli anni ‘ bui’ dell’aids, in cui ho dovuto superare tutte le difficoltà. Ho dovuto lottare contro l’emarginazione e le devianze comportamentali e della ignoranza che spesso hanno accompagnato la nostra società specie negli anni ottanta e novanta. Ho dovuto imparare a convivere con questa malattia e spesso mi sono abbandonata a me stessa, pensando che i dottori e i farmaci non bastassero per aiutarmi.
Con il tempo e la forza di volontà dovuta al fatto di dover crescere mia figlia, c’è stato un cambiamento positivo riguardo l’aspetto farmacologico e cercando di sforzarmi ad assumere le terapie alle ore stabilite. Allo stesso tempo è migliorato anche il mio rapporto con i dottori che mi seguono, in particolar modo il dottor Adriano Paladini primario del reparto della malattie infettive di Prato e che mi ha aiutato non solo a superare momenti difficili, ma mi ha anche aiutata nel periodo della sperimentazione dei farmaci, dandomi la possibilità di assumere dei farmaci che per me erano necessari, in un periodo in cui le mie condizioni di salute sembravano essere arrivate alla fine.
Ho dovuto affrontare la gravidanza, nell’88, anni in cui la discriminazione  nei confronti delle persone come me, per molte persone è stato devastante e motivo di abbandono. 
Oggi che sono passati 24 anni, da quando scoprii di essere sieropositiva, sono cambiate tante cose, dentro di me, mi sento forte e migliore riespetto alla persona che ero e vivo la mia condizione con consapevolezza, e con dignità, cercando allo stesso tempo di dare un senso alla mia sofferenza, rendendomi utile agli altri; alle persone che sono state meno fortunate di me e anche alle persone che non conoscono la piaga sociale dell’aids e che la confondono con la peste del 2000,come veniva presentata ai tempi in cui si pensava che l’aids riguardasse solo gli’ altri’ i tossicodipendenti , gli omosessuali e le prostitute. In 25 anni di ricerca la tecnologia ha fatto passi da gigante e se presa in tempo
la malattia è curabile, anche se non guaribile.E l’unico modo per avere una diagnosi è fare il test dell’Hiv, regolarmente, specie per coloro che conducono una vita sessuale promiscua e con più partner. senza dimenticare che proteggersi con il preservativo, al momento è l’unica modo per proteggersi, ma non solo per l’aids, anche per le altre 29 malattie sessualmente trasmissibili.
Ad un certo punto della mia vita ho sentito l’esigenza di scrivere le mie emozioni, i miei sentimenti, e la mia impotenza, compresi i momenti di sconforto, quando pensavo di non farcela, scrivendo appunti che dopo anni, 10, è diventato un libro che ho potuto pubblicare attraverso una casa edtriche che ha creduto in me ,oltre che essere sensibile alla causa riguardo la prevenzione dell’aids.
Oggi come oggi, ogni giorno della mia vita è regalato.
Un Abbraccio,
Mariella.

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