Cronaca di una settimana infernale

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E’ un martedì mattina qualunque, eppure l’allerta meteo mi mette ansia. Sono a Palermo, ma la costa tirrenica della provincia di Messina è la mia casa: lì ho la mia famiglia, i miei amici, i miei ricordi. Così passo la giornata a controllare che il maltempo non faccia brutti scherzi, chiamo continuamente casa per avere aggiornamenti. La risposta è sempre “piove tantissimo, ma non preoccuparti”. E’ pomeriggio quando ricevo una chiamata  in ufficio: “Hai visto cosa sta succedendo a Barcellona? Dalle tue parti tutto bene?”. Avevo visto, sì, le immagini del Longano che esonda e trascina via tutto, dai cassonetti dell’immondizia alle auto. Una furia inimmaginabile.

e il tumulto del cielo ha sbagliato momento .. acqua che non si aspetta altro che benedetta .. acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale .. acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

Dalle mie parti continua a piovere, ma sembra sopportabile. Così mi dicono. Verso sera, mentre seguo gli sviluppi dell’alluvione barcellonese, leggo una notizia: due dispersi a Saponara. Saponara, dove sono stata residente fino a due anni fa. Saponara, il Carnevale, il venerdì con le amiche nella “casetta” al Bottesco. Con il vino rosso e il film in bianco e nero.

Due dispersi. Cerco notizie in modo frenetico, non riesco a placare l’ansia. Squilla il cellulare: “Sai chi sono i dispersi? Peppe Valla e suo padre, Luigi”. Rimango in silenzio, gli occhi mi si riempiono di lacrime, che poco a poco mi rigano il volto. Urlo che non è possibile. Non possono essere loro. Per qualche minuto nego la realtà a me stessa, mi convinco che non sono loro. Ma le telefonate ed i messaggi continuano ad arrivare. Sono loro. C’è anche un bambino. E’ morto. 7 anni. Anzi no, 10 anni.

nera di malasorte che ammazza e passa oltre … nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna … nera di falde amare che passano le bare

L’angoscia cresce, voglio andare a casa. Passa la notte, tutto il tempo su internet a vedere se ci sono aggiornamenti. Su Facebook tutti pubblicano i video dei torrenti che esondano: uno alla sinistra di casa mia, l’altro a destra. Leggo che la strada di casa è isolata, sono preoccupata. Continuo a pensare a quei due dispersi: so che per loro non c’è speranza, ma vorrei credere di poterli rivedere già l’indomani. Vorrei tornare al liceo e ricominciare a ridere con Peppe. Vorrei tornare a fumare la sigaretta di nascosto nel bagno, insieme a lui. Ormai è tardi.

Passano i giorni, le notizie si accavallano. Viene recuperato il corpo di Peppe. Io non ho ancora realizzato del tutto, ma quell’ennesima telefonata mi scuote: penso che una frana stia travolgendo anche me. Sento che non posso restare a Palermo, ho bisogno di fare la mia parte. Decido quindi di partire e raggiungere i luoghi che mi hanno vista crescere. E’ venerdì. Faccio un veloce giro a Villafranca, e tutto ciò che vedo mi sembra assurdo. Poi con le amiche decido di provare a raggiungere Saponara: voglio fare qualcosa. Non posso stare ferma a guardare le mie radici estirpate dalla furia della natura. Portare vivande al punto di raccolta non mi basta. Ho un estremo bisogno di andare oltre.

Arriviamo in paese. Entrare è troppo difficile, servono le attrezzature adatte. Lo scenario, già da quaggiù, è surreale. Quel paesino, quella piccola perla, è disastrato. Il fango è ovunque. I cittadini cercano di liberarsene, ma è impossibile. Li guardo in viso, sembrano spettri.

Torno a casa, comincio a riflettere. Devo trovare quell’attrezzatura, anche se mi dicono che i negozi hanno venduto tutto nei giorni precedenti. Con mio cugino, mia madre e alcuni amici, decidiamo di andare a cercare in campagna. Lì un nostro parente ci consegna le pale e gli stivali. Niente guanti. Poco importa, ci spaccheremo le mani perchè lo dobbiamo a chi ha perso tutto.

E’ sabato mattina. Il corpo di Luigi Valla, in nottata, è stato estratto dal fango. Giungiamo a Saponara e lì ci aspettano altri amici. Arrivata in piazza vedo un ragazzo che conosco. Sta lavorando, ha indosso la sua divisa del 118: gli faccio un cenno e quando si avvicina gli chiedo cosa possiamo fare. Lui si rivolge al Coc: ci mandano a spalare fango in una scuola. Sono contenta di potermi rendere utile. Quando arriviamo alla scuola, però, ci dicono che è inaccessibile. C’è troppo fango, serve la ruspa. Mi chiedo come siano coordinati i volontari: ancora oggi non riesco a darmi una risposta.

Tornando indietro riconosco il negozio di un’amica che non vedo da qualche anno. Era una merceria. Entro, la vedo, mi commuovo. Ci guardiamo. Ci salutiamo. Senza dire nulla, comincio a buttare fuori il fango. Aiuto altri volontari a cercare di salvare il salvabile. Il segno del livello del fango sul muro è altissimo. Si tratterà di un metro e ottanta. Per tutto il giorno, mentre cerco di far sparire il fango dai tessuti e dal bordo della strada, guardo i volti degli altri, e sto male. Ogni tanto passa qualcuno che conosco: i nostri sguardi si incrociano, gli occhi si riempiono di lacrime ancora una volta. Siamo tutti cittadini. Di Saponara, di Rometta, di Villafranca. Semplici cittadini che non vogliono farsi piegare dal disastro e che oggi si sentono uniti come non mai.

Sta per arrivare la sera e quindi io e mia madre, infreddolite, andiamo via. Qualcuno resta. Noi cominciamo a camminare a piedi verso Villafranca Tirrena. La discesa al paese è lunga, e ai lati della strada è pieno di coltivazioni. Le foglie degli alberi, quasi sommersi, poggiano sul fango indurito. Sembrano piantati nel cemento, quegli aranci. Quando stiamo quasi per raggiungere la statale, una coppia di anziani, passati di lì per curiosare, ci offre un passaggio. Meno male – penso – ho la schiena e le gambe a pezzi. Arriviamo a casa. Il mio cuore, però, è rimasto lì, in mezzo al fango, con i miei fratelli alluvionati. Il mio pensiero è per il piccolo Luca, per Giuseppe, per Luigi.

Domenica. Non ho voglia di fare nulla, se non tornare a spalare. La mia salute, però, me lo impedisce. La schiena e le gambe, che già soffrono di loro, sono letteralmente a pezzi. Inoltre dovuto restituire l’attrezzatura. Penso che sarei solo d’intralcio. Resto a casa. Sto tutto il giorno a pensare a quel fango che ha invaso le nostre vite, senza avvertire, senza darci il tempo di capire cosa stesse succedendo.

Lunedì, oggi. Sono tornata a Palermo, e il mio cuore è ancora lì, tra fango e detriti. Sono attonita. Una miriade di domande, che non hanno risposta, mi affolla la testa. Tornerò, giovedì, per dare un ultimo saluto a chi da quella melma maledetta è stato trascinato via. Domani, pare, pioverà. Tremo.

Prima di chiudere questa cronaca, che cronaca non è, voglio mostrare una fotografia. Sabato pomeriggio, tornando da Saponara, ho notato che le formiche erano riuscite a bucare l’enorme strato di fango che copriva il terreno, tornando in superficie. Non aggiungo altro, la fotografia dice tutto.

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