Cronologia della morte di uno Stato

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Oggi cammina piano Italia, è vecchia e stanca. E dire che non si è mai fermata nella sue corsa su e giù per la penisola, fra i favori e le tangenti, fra le bombe e le lupare, con la falce e il martello, con lo scudo crociato. Un po’ sovietica un po’ americana. E non si è mai fatta ostacolare da nulla. Ha scansato il corpo di Pinelli gettato dalla finestra del commissariato, l’auto insanguinata dalle membra di un politico mite, l’esplosione sull’A29 di un magistrato solo, l’estintore di Carlo Giuliani contro la pallottola di un carabiniere. Ma ora è diverso, ora è stanca.

9 febbraio 2009, Udine: staccano l’odiata spina ad Eluana Englaro. Trafitta dalle foto-bugia ai telegiornali, uccisa dalle lame dell’ipocrisia, squartata dalle reminescenze della scienza aristotelica, massacrata dai cannoni del controllo ideologico. Un corpo martoriato dagli sproloqui e dalle menzogne dei cacciatori di voti e di anime. Termina la sua passione, la passione di chi chiedeva solo di rinascere a nuova vita. Le macchine, acerrime nemiche e amate compagne, sfruttate a piacimento dall’abito corale e dalla mitria, ora sono spente. Non scimmiottano più un’esistenza svanita, non fingono più una vita che, priva della capacità di autodeterminazione, affoga lentamente nella morte della coscienza. Morta e risorta, Eluana. Uccisa da chi professa l’aldilà, rigenerata da chi vede e capisce l’aldiquà. Sorride timidamente adesso, ascoltando le bestemmie di S. Agostino contro il mondo, e guardando S. Basilio e S. Pietro imitare le ultime bestie dell’Arca del Potere. Oggi le vede, le capre belare dagli altari, i porci grugnire dalle comode poltrone. Ride divertita, adesso che può.

6 aprile 2009, L’Aquila: schiacciati dal cemento Marco Alviani, Luana Capuano, Davide Centofanti, Alessia Cruciano, Francesco Esposito, Hussein Hamade, Luca Lunari, studenti universitari. Uccisi da chi si mangia i pilastri e le fondamenta, le termiti dell’edilizia, dai “grandi eventi”, dagli abusi della Protezione Civile, da chi si fa il lifting sui loro cadaveri. Loro quella notte non ridevano pensando agli appalti e alla ricostruzione, uccisi dal mattone, dagli sciacalli (quelli veri), dalla disinformazione organizzata. Oggi non più segni di calcinacci sui loro corpi. Vestiti nuovi, facce pulite. Composti, la terra amica li custodisce. La nuova Casa dello Studente, donata dalla Regione Lombardia per un comodato d’uso, finirà sotto le mani della Curia. L’ennesimo sputo su morti che non insegnano niente. Si fossero laureati sarebbero scappati anche loro dal Paradiso della merda, ma la terra si è aperta e li ha portati all’Inferno.

22 novembre 2009, Roma: i familiari rivedono finalmente Stefano, 31 anni, dopo qualche giorno senza ricevere sue notizie. È più in carne di come lo avevano lasciato, più gonfio, e ha un colorito diverso, più nero. Morto per cause naturali, in prigione. Capita spesso, nessun allarme. Saranno state le droghe, non c’è altra spiegazione. Era anoressico, drogato e sieropositivo, ha spiegato Giovanardi. Dall’alto del suo acume medico-scientifico, il sottosegretario ha ricevuto le scuse della famiglia del giovane, la quale aveva incredibilmente messo in dubbio che 20 grammi di cannabis potessero provocare “un politrauma nella zona sopracilliare sinistra, ferite alle mani e lesioni al gluteo destro e alla gamba sinistra, nonché l’infrazione della quarta vertebra sacrale”. I familiari oggi chiedono scusa. Scuse agli agenti penitenziari, indagati per lesioni personali e abuso di autorità; scuse a medici ed infermieri, che abbandonarono Stefano senza alcuna minima cura, e falsificarono gli atti ospedalieri sull’”internazione” in ospedale, sulla degenza, sulle richieste del paziente e sulla sua morte. Oggi tutti accettano le scuse, tutti hanno già perdonato.

21 Febbraio 2010, Vo’(Padova): una corda, un nodo che non si scioglie e un lampadario ben fissato al soffitto, bastano a Paolo Trivellin, 45 anni, artigiano e piccolo imprenditore, ucciso da chi vince le campagne elettorali sull’ottimismo e le promesse agli idioti. Non aveva abbastanza soldi per metterli in una banca svizzera e farli rientrare con lo scudo fiscale, non aveva abbastanza amici per evadere con serenità le tasse o dichiarare fallimento e scappare in Sud America, non aveva abbastanza fegato per dire ai suoi venti operai che non avrebbe potuto pagargli il salario. Dondola appeso per il collo nel bagno del suo appartamento. Dondola come i mercati azionari di tutto il mondo, come la Marcegaglia nella sua camminata dinoccolata sui tacchi alti, come la testa di Bonanni che annuisce e plaude ai soprusi del Governo. Il nord-est intanto piange, aspettando la secessione fiscale.

3 marzo 2010, Cernusco sul Naviglio (Milano): dopo una notte di vomito e dolore, alle 5 del mattino si addormenta serena Rachel, 13 mesi. Ancora non sa di avere due colpe, avere la tessera sanitaria scaduta ed abitare in Italia. Ore d’attesa, urla, schiamazzi, indifferenza, rabbia. Non ha niente, compri queste medicine e passa tutto. Ma non passa niente, sono già le 2. Sono le 5, è passato tutto. Bianca o nera non importa, dicono oggi dall’spedale. Non è razzismo, dicono. Non è il bianco contro il nero, non è l’autoctono contro lo straniero. L’emarginato e l’autorità, l’emarginato e la società, il miserabile e il perbenismo. Il povero, il nero, il vagabondo. Razzismo sociale, come sempre, dietro ogni ideologia. La foto di Rachel, ride, è felice, denti bianchi su un viso nero. Rachel sta nella piccola bara di legno, non è grave. Fosse stato Balotelli avrebbe saltato la fila del pronto soccorso. Nero si, ma anche azzurro. Ultimo pensiero all’unica vittima della vicenda, il povero razzismo, sempre tirato in ballo per nulla.

29 aprile 2010, Palermo: trasportato cadavere in ospedale Roberto Noto, 24 anni, operaio. Ucciso dal profitto illegale, dallo Stato, dai sindacati. I carabinieri indagano sulle responsabilità, lui intanto sta con le mani in mano sotto un pezzo di terra, l’osso del collo rotto forse lo guariranno i vermi. È il numero 141 dall’inizio dell’anno, si dirà, come sempre, che non è colpa di nessuno.

13 maggio 2010, Napoli: dopo tre giorni di coma muore Mariarca Terracciano, 45 anni, inermiera. Uccisa da chi lucra ogni giorno sulla salute e la vita delle persone, morta per protesta, morta per lo stipendio. Dissanguata dai vampiri coi colletti bianchi. Nemmeno una goccia di quel sangue umano hanno lasciato cadesse a macchiare le proprie costose giacche, nemmeno una goccia hanno lasciato nel suo stanco corpo. Sangue fresco, sangue rosso, sangue amaro, come piace a loro. Sangue sangue sangue. Gli organi sono già nel bancone del macellaio, pronti all’asta della morte. Il dottor Frankestein ha già prenotato il cervello, al conte Dracula coronarie di ottima qualità. Il direttore sanitario, l’assessore e il ministro si spartiscono il resto. La stomaco per parlare con la gente, il cuore per parlare con il prete, il retto per parlare fra loro.

17 maggio 2010, Avellino: tre giorni di agonia silenziosa e anche Remigio Giovanni Meola, 52 anni, operaio, toglie il disturbo. Toglie il disturbo a sua moglie e ai suoi figli, stanchi di piangere in un reparto di rianimazione. Toglie il disturbo al proprietario del tabacchificio, che ha ricevuto prestazioni gratis per mezzo mese. “IL FUMO UCCIDE”. Avrà riso pensando a queste parole mentre cadeva dai 5 metri della postazione dove aveva sistemato le balle di tabacco essiccato. Ora anche lui è pronto per le statistiche. La sua morte forse verrà decisa da un arbitro, forse sarà lui a dire se è davvero morto, e per colpa di chi. L’arbitro deciderà che il padrone dovrà essere risarcito della perdita del lavoratore, e che la moglie di Remigio dovrà pagare tale affronto vendendo allo stesso uno dei due figli, per riscattare il debito. E giustizia sarà fatta.

17 maggio 2010, Bala Murghab: saltano in aria Massimiliano Ramadù, 33 anni, e Luigi Pascazio, 24, alpini. Uccisi dai terroristi di tutto il mondo, da quelli col turbante e da quelli con la cravatta. Ieri, a bordo del blindato, difendevano la patria e la democrazia. Ignari che la pace non possa avere la forma di un fucile, 23^ e 24^ bara italiana dall’inizio della guerra, tornano onorati a casa dall’Afghanistan. Altro che aereo militare. Oggi prima classe, dentro casse maestose in legno pregiato, più comode della branda da campo. Oggi, i familiari li piangono, i terroristi accanto a loro.

Oggi è stanca, Italia. Si è seduta sul ponte fra Messina e Reggio, i piedi a mollo. Pensa a tutte le storie passate, mentre guarda l’Africa aldilà del piccolo mare. Ma è debole, troppo debole. Sente i muscoli rilassarsi al caldo del Sud, e i polmoni faticare all’afa estiva, il cuore sta per placarsi inesorabilmente. E chiude gli occhi, appoggiando la testa sull’amata Sicilia. E muore qui. Muore dov’era nata, questa maledetta Repubblica. Niente funerali di Stato per lei.

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