Liberaci dai nostri mali: l’inchiesta di Katya Maugeri

"E i colori che non conosciamo? Quelli scuri, magari opachi, offuscati. Brutti. Sì, anche quelli brutti, siamo disposti a guardarli?"

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In queste domande è racchiuso l’intero senso del reportageLiberaci dai nostri mali” che uscirà in libreria a fine marzo con Villaggio Maori Edizioni. Un viaggio oltre le sbarre che la giornalista catanese Katya Maugeri intraprende con estrema professionalità per riportare fuori dagli istituti di pena storie di vite oscurate. Un racconto a più voci, difficile da ascoltare ma che riga dopo riga diventa complicato ignorare.

Un libro inchiesta dalla natura quasi liberatoria che s’inserisce con estrema delicatezza nel dibattito sempre più assopito (o forse mai realmente nato) sul sistema carcerario italiano, tra il noi, il loro e il grande vuoto che sta in mezzo, con una potenza narrativa che stride con la semplicità del racconto, ma che a quella semplicità deve tutto.

Sette storie di uomini al di là di un cancello “banale” che traccia il confine netto, tra ciò che vita e ciò che è altro. Katya Maugeri intraprende un viaggio dove le ore d’aria scandiscono un tempo immutato, fermo al peccato originale anche quando cerca di guardare avanti.

Sette racconti di vita, che riportano l’uomo al centro, con le sue debolezze, le sue decisioni e la sua identità, in una dimensione reale che aspetta di essere riconosciuta come tale.

Ogni singola storia apre una finestra su temi che fanno da ponte tra il dentro e il fuori. Dalla droga alla mafia, passando per il rapporto con Dio, l’annichilimento e la tortura, le alternative mancate, i figli, le famiglie, l’amore, i libri e il teatro.

Un viaggio nelle paure della gente, dentro e fuori le sbarre, speculari. E rimane spazio per l’informazione e i media, per il dialogo che genera fiducia, per le possibilità dell’art. 21 dell’ordinamento penitenziario che prevede il lavoro all’esterno per i detenuti, il sistema punitivo o rieducativo, giustizia e ingiustizia, peccato e redenzione. Per la morte, infine, quella reale e quella che sopraggiunge quotidianamente nel silenzio più assoluto, sotto il peso delle responsabilità e dei peccati. Un viaggio che restituisce la lentezza del processo di cambiamento, ma che in primo luogo restituisce quesiti.

Le domande rivolte a Katya arrivano dritte al lettore, s’insinuino nella mente e piantano lì il seme della riflessione.

“Quel luogo in cui i condannati scontano la loro pena è lo specchio di una civiltà. Ma se alla gente, lì fuori, poco o nulla importa di come si vive in un carcere, che cosa accade?”

“Liberaci dai nostri mali” è un viaggio sottocute, che permette di indossare sentimenti anestetizzati, l’aria che manca, il senso di morte e quello di un futuro che rimane sospeso a mezzaria perché non sa bene dove e se radicarsi.

Ad accompagnare Katya Maugeri, il fotografo Alessandro Gruttadauria, delicato e potente, in grado di catturare il senso più profondo di questo viaggio e di ognuno dei suoi protagonisti. I suoi scatti racchiudono quelle mani, quei profumi, quelle spalle curve o mai sfiorate dal tempo che l’autrice profila in maniera eccelsa, senza perdersi in brame descrittive, restituendo di ognuno forma, profumo e anima.

 

Un sentiero difficile da percorrere senza cadere e scadere nel giudizio o restare intrappolati nel pregiudizio, nell’immedesimazione, nel pietismo o nell’assoluzione.

Eppure non è lì per questo Katya che entra da giornalista e rimane giornalista. Testimone di ” quelle realtà che fa comodo guardare da lontano, con la presunzione di averne capito i dettagli”. Un “liberaci dai nostri mali ” che vale per chi sta dentro e chi sta fuori. Un finale aperto che non basta perché si ha voglia di un’ultima storia, di varcare quel cancello banale che fino a poco prima non ricordavamo nemmeno esistesse.

Non è forse questo il senso ultimo di un reportage?

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