Vecchia a chi? Non a loro!

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Anni ’80. Tre sedie e un tavolo. Elementi fisici ridotti a simbolo, per lasciare spazio a ciò che conta davvero. Tre donne e le loro storie. Tre generazioni a confronto. Ciò che conta sono le parole.

Questo è “Vecchia a chi? Il Tempo della Mela”, spettacolo di chiusura della rassegna “Qui è estate” organizzata dal Teatro dei 3 Mestieri di Messina, andato in scena il 31 agosto 2017. Con la regia di Marcantonio Pinizzotto, le tre protagoniste, Milena Bartolone, Elvira Ghirlanda e Gabriella Cacìa, hanno portato sul palco la semplicità di tre storie tanto concatenate quanto diverse e in eterno conflitto tra loro.

Una nonna, Milena Bartolone, sessantenne solo per l’anagrafe, che passa le proprie giornate tra fugaci amori e serate danzanti. Il suo pensiero costante è l’amore, in tutte le sue sfaccettature, mischiando cinismo e romanticismo. Solo la pesantezza delle gambe la riporta sporadicamente a una realtà cui è prontamente preparata a fuggire.

Una figlia, Gabriella Cacìa, quarantenne reduce di una rivoluzione che non la abbandona mai. Un’ossessione divenuta uno stile di vita, una compagna senza la quale nulla ha senso. Innamorata della rivoluzione, ma anche dell’amore. Un amore che, in perfetto rispetto delle dinamiche rivoluzionarie, non segue le istituzioni, ma che rappresenta l’unico spiraglio di luce in una quotidianità fatta di conti da pagare, piatti da lavare, e una mamma e una figlia decisamente difficili da gestire. Ma per Rosaria, questo il nome del personaggio, è sempre guerra, o meglio, guerriglia. Chi si arrende è perduto.

Una nipote, Elvira Ghirlanda, ventenne in costante rapporto conflittuale con la madre e la nonna. Due figure per lei rivali, ma anche indispensabili. Conserva in sé un segreto imbarazzante, strettamente legato alla sua incapacità nell’intessere relazioni ‘normali’. E’ un personaggio che cambia, cresce sul palco. La sua maturazione è tangibile e arriva fino alle ultime poltrone.

Un mirabile ed equilibrato esempio di confronto generazionale che si nutre di contrasti e affetti, scontri e riunioni. Ideologie politiche, teorie sull’amore, filosofie di vita, ma anche intrighi e tradimenti rendono “Vecchia a chi? Il Tempo della Mela” uno spettacolo che coniuga lo svago divertito con la riflessione più profonda. Il tutto, con un equilibrio che dimentica i momenti morti, bilanciando perfettamente il riso e la meditazione.

Noi de ilcarrettinodelleidee.com abbiamo intervistato le tre protagoniste, cercando di rivolgerci sia al personaggio, che alla donna che si cela dietro di esso.

 

Milena Bartolone, nonna Mela. Il tuo è un personaggio bivalente. Tanto cinico, quanto innamorato dell’amore, in tutte le sue sfumature. Ma è al tempo stesso velatamente minacciato dall’incalzare del tempo. Cosa comunica realmente? Il principio secondo cui non è mai troppo tardi, o la velata paura del tempo che passa, da combattere con l’ostinazione di una giovinezza che non muore mai? Da donna, non in qualità di attrice, ma parlando con Milena, quale dei due punti di vista ti appartiene di più?

Nonna Mela è uno spirito libero, fortemente irriverente, a tratti egoista, vitale fino al midollo. Non teme affatto lo scorrere del tempo e prende dalla vita tutto quello di cui ha voglia. Vive un’esistenza totalmente priva di rimpianti e probabilmente senza il minimo rimorso. Incarnando a pieno l’amore per la vita ottiene, come in un incantesimo, l’eterna giovinezza.

È stata una bella sfida interpretarla per una donna come me. Io ho un timore viscerale del tempo che scorre, vivo nostalgicamente il mio passato e ho un approccio disincantato e grigio col presente e col futuro. Insomma, io sono vecchia dentro da quando avevo 15 anni. Credo che le uniche cose che mi accomunino a Mela siano il cinismo e la profonda e brutale schiettezza verso il prossimo…che poi, in fondo, sono gli aspetti che di lei amo di più.

Gabriella Cacìa, Rosaria. il tuo personaggio è una reduce della rivoluzione. Verrebbe quasi da definirlo vittima più che reduce. Interpretando questo ruolo, tanto forte quanto debole, tanto combattivo quanto sensibile e delicato, in che posizione ti sei collocata rispetto agli ideali della rivoluzione? E’ un’entità che ha mietuto e continua a mietere vittime con un idealismo che illude e non porta a nulla? Oppure è talmente forte e importante che deve continuare a essere seguito e sostenuto?

E’ importante dire che lo spettacolo è ambientato nei primissimi anni 80. Quelli erano anni che hanno segnato svolte politiche ed ideologiche fondamentali:  erano gli anni delle brigate rosse,  solo una manciata di anni prima si era stati chiamati a votare  per i referendum su aborto e divorzio. Rosaria è una donna di 40 anni che vive quel fermento anche perché ne ha preso parte da giovane. Nel suo disincanto Rosaria combatte, combatte continuamente ed è per questo che ho imparato ad amarla e stimarla. Io vivo l’età di Rosaria oggi dove politica, ideologia, pensiero rivoluzionario sembrano essere stati chiusi nella soffitta dei ricordi. E questo con rammarico  lo percepisco  nel quotidiano.

Quanto c’è di Gabriella in Rosaria?

Io non sono  madre prima di ogni cosa ma il passato rivoluzionario di Rosaria lo avrei voluto vivere. Sono combattiva come lei, credo nel pensiero rivoluzionario e ideologico da adattare ai tempi imbrattati che viviamo. Riesco ad accettare ed incassare ma mai con vittimismo. Mai!!

Elvira Ghirlanda, Carmen. Il tuo personaggio è in bilico tra una giovinezza quasi infantile, che necessita di sostegno e consigli, e una maturità di donna che pur di ottenere ciò che desidera va contro il proprio stesso sangue. Comunica fortemente sia il conflitto madre/figlia che la recondita paura di affrontare il passaggio che da bambina porta al diventare donna, con le responsabilità che ne conseguono. Il tuo personaggio è incapace di instaurare rapporti sentimentali ‘convenzionali’. Cosa si vuole comunicare? L’impossibilità di instaurare rapporti ‘sani’ in una società in cui la fedeltà è ormai un’utopia? O, come si evince dal tuo intervento finale, è una reazione a una condizione familiare in cui manca la presenza di una forte figura genitoriale? Quanto c’è di contemporaneo in questo?

Amo molto il mio personaggio: nelle sue forme inquiete e irrisolte e nei suoi atteggiamenti ostili ed egoisti vedo estremi tentativi di sopravvivenza e di esistenza. Le derive amorali delle sue relazioni sentimentali credo (ambientandosi il testo nell’81) che siano, infatti, non tanto la denuncia di una fedeltà utopica, quanto invece il modo del personaggio di affermarsi come essere umano agli occhi di due modelli (la nonna e la madre) conflittuali. L’equilibrio tra imposizione, permessivismo, limite e cura è molto labile; il personaggio di Carmen è la risultanza che si profila di quando queste dinamiche cadono nel disequilibrio. Subisce infatti l’assenza di figure maschili (nonno e padre non si sa neanche che fine abbiano fatto), l’egoismo della nonna e il (probabilmente a questo conseguente) permessivismo della madre, senza mai sentirsi profondamente accudita. Con la sua enorme carognata finale Carmen, secondo me, ha cercato di urlare il suo malessere, di chiedere aiuto, di far sì che qualcuno le dicesse “no”. I no, i limiti sono un importante parametro per l’autodefinizione di sé e in tal senso vanno posti.

Oltre a essere un’attrice, sei anche una docente, a contatto con adolescenti. Quanto di ciò che è stato rappresentato sul palco riscontri quotidianamente nei giovani con cui ti rapporti?

Ciò che a scuola ho riscontrato è proprio l’incapacità di far arrivare il divieto come una forma di tutela per il ragazzo stesso. Note e brutti voti vengono così recepiti come forme di accanimento contro la classe e quindi, perdendo ogni valore, abbondano. Ho visto classi di ragazzini demoralizzate e arrese al loro stesso essere “terribili”, concetto che con così tanta dedizione è stato loro inculcato dagli altri docenti. Inevitabilmente, purtroppo, come Carmen dovranno fare la loro carognata, con più o meno consapevolezza, con più o meno dolore per sopravvivere. Spero che un giorno non sarò più supplente, ma docente di ruolo, perché invece io di queste classi “terribili” mi innamoro… e fa bene “innamorarsi anche a novant’anni”, parola di Mela.

GS Trischitta

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