Vinafausa, in morte di Attilio Manca

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Chiude la rassegna teatrale il Cortile lo spettacolo “Vina fausa, in morte di Attilio Manca”; il titolo come ci racconta l’autore Simone Corso è il risultato di un intreccio complesso di significati e di rimandi; vena di sangue e vena d’acqua legata alla vecchia mafia contadina degli anni ’40 e ’50 e che poi passa brutalmente da una sorta di oscura epicità alla crudezza di un cold case con i suoi falsi moventi e le sue false motivazioni. Vina fausa fa così riferimento a quell’improbabile endovena che Attilio avrebbe utilizzato per togliersi la vita. La vicenda ha troppe falle che vengono dipanate e condivise insieme al pubblico; con una storia ricca di toni diversi, ricostruita per fotogrammi, senza la continuità di una fabula rigorosa, per impressioni e per flash; in un sovrapporsi di voci e personaggi, vittime e carnefici, innocenti e colpevoli, chiesa e stato. Si decide insomma di trattare l’argomento non come un caso di cronaca alla Saviano ma mettendo in campo domande, mettendo in discussione il pubblico, facendolo sentire partecipe,  in questa ennesima e delicata testimonianza della trattativa stato- mafia; lo spettatore inteso come agente attivo del teatro civile.   Così in un monologo/dialogo a tre molto vivace, interpretato da Francesco Natoli, Simone Corso e Michelangelo Maria Zanghì, ci passano davanti agli occhi diversi fotogrammi: Attilio piccolo con la maschera da sub che osserva curioso ed estasiato i girini in una gebbia di campagna, la latitanza di Bernardo Provenzano e le stragi di mafia, Attilio che vorrebbe vivere intorno ad un’oasi nel deserto, lui stesso come medico oasi che è dove serve. Attilio che scarta il suo regalo di laurea, Attilio che a Marsiglia cura un malato di prostata che non è uno qualunque si tratta infatti del  latitante boss Bernardo Provenzano “ u tratturi” celato sotto falsa identità e diviene un testimone scomodo.  Attilio che chiede spiegazioni ad un prete di Barcellona che lo invita a fare il dottore e non l’investigatore, Attilio irreperibile dall’ 11 febbraio 2004 e che viene trovato morto nel suo appartamento di Viterbo il giorno dopo. Dal palco unanime e crudo il coro di fantasmi della coscienza che potrebbe dare alle indagini un altro e definitivo “seguito”, una verità che pulsa sotto il fango,  un impianto accusatorio che diventa sempre più corposo e complesso e che ultimamente ha ipotizzato il coinvolgimento, nell’omicidio, persino del cugino del Manca.  La volontà nel palco come nelle vicende processuali di restituire ad Attilio, per usare le parole di mamma Angela e del fratello Gianluca Manca,  quella dignità di uomo e professionista serio e stimato qual’era e che una mano oscura gli ha sottratto a 34 anni. 

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