Da Montanelli a Travaglio, dove va il giornalismo italiano

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Marco Travaglio è uno dei giornalisti più noti d’Italia, è uno di quei personaggi pubblici che suscitano odio o amore nel pubblico, non sono previste vie di mezzo. Su una cosa tutti concordano: è l’erede della lezione montanelliana. Travaglio è effettivamente stato uno degli allievi di Indro Montanelli. Il fondatore del Giornale e della Voce lo ha voluto con sé in entrambe le esperienze. Ma quanto è vero che Montanelli ha influenzato il modo di fare giornalismo di Marco Travaglio?

A voler prendere come regola base per essere dei buoni giornalisti quella che dice «Scrivi sempre la verità, tutta la verità, solo la verità», si potrebbe paradossalmente affermare che Montanelli non è stato un buon giornalista. Se, inoltre, consideriamo lo stile, Montanelli si discosta spesso da quello giornalistico, avvicinandosi più a quello letterario. Infine, se per giornalismo intendiamo il mero racconto dei fatti, puntualmente documentati, la celebre “firma” non solo non lo pratica ma lo avversa. Sono due i capisaldi del giornalismo “alla Montanelli”: la convinzione che solo lo spettatore oculare avesse il diritto di parlare dei fatti; in secondo luogo, la dichiarata preferenza per il “verosimile” rispetto al “vero”. 

Nonostante Montanelli sia riconosciuto come uno dei più grandi giornalisti italiani, insomma, si discosta di molto dal modello anglosassone, che invece ha fatto della sua indipendenza dal potere politico e del suo stile neutro i propri cavalli di battaglia, al punto che è diventato sinonimo di giornalismo obiettivo. Ciò nonostante, sin dagli anni Venti, si è affermata la consapevolezza dell’impossibilità di eliminare le inferenze dell’osservatore nella rappresentazione della realtà. Ma quello anglosassone è considerato, nell’immaginario collettivo come nelle teorie di alcuni studiosi, il modello ideale di giornalismo. Ed è a questo modello che si ispira Marco Travaglio, che ha fatto propria la battaglia per ridare centralità ai fatti.

In un suo saggio spiega perché sono così importanti: «Se ci riuniamo tutti in una stanza insonorizzata per qualche giorno, sbarrando porte e finestre, abbassando le tapparelle e tenendo spenti telefonini, radio, televisori e computer, e discutiamo del tempo che fa, ciascuno potrà legittimamente sostenere che c’è il sole, oppure piove, o grandina, o nevica. Ciascuna opinione avrà la medesima dignità, credibilità, attendibilità. E il dibattito potrà proseguire per giorni, settimane. Almeno finché uno dei reclusi, con un blitz, non deciderà di spalancare una porta o una finestra, o di telefonare a qualcuno all’esterno, o di accendere la tv o la radio o il computer collegandosi a internet per scoprire che tempo sta davvero facendo. Poniamo che apprenda che sta piovendo: tutti dovranno prenderne atto e, da quel preciso istante, nessuno potrà più sostenere che fa sole, o nevica, o grandina. Fine del dibattito e tutti a casa. Se però si riesce a fare in modo che nessuno dei reclusi possa entrare in contatto con l’esterno, il tempo che fa resterà per sempre oggetto di dibattito fra tesi contrapposte che, in mancanza di dati di fatto con cui confrontarle, manterranno intatta la loro validità».

Una visione diametralmente opposta a quella cui si attiene Montanelli. Al pari di Lucien Bodard, il fondatore del Giornale appartiene alla schiera dei giornalisti che mischiano cronaca e letteratura. Il reporter di «France-Soir», a Santo Domingo nella primavera del 1965 per “coprire” la guerra civile, attraverso dettagli inventati e i resoconti dei colleghi sul campo, riusciva a dare il senso, il significato della situazione, comunicando l’essenziale, pur standosene in un bar locale. La stessa tecnica è stata più volte usata da Montanelli, suscitando non poche polemiche. Un caso esemplare è l’enigma sull’incontro con Francisco Franco. Le versioni dello stesso Montanelli sono contrastanti, a conferma del fatto che al giornalista non interessava la veridicità di quanto scriveva, quanto la sua verosimiglianza. Nel 1937 Montanelli si trovava a Salamanca, e qui ha visto per la prima volta Franco, da lontano. Esattamente dieci anni dopo, al fine di inserire in un suo articolo un aneddoto sul Caudillo, la versione cambia: «Io non ho visto Franco, stavolta […] L’ultimo e unico ricordo che ho di lui risale esattamente a dieci anni fa quando a Burgos (e non Salamanca) di sulla scalinata del palazzo della divisione, egli porse l’estremo saluto ai resti del generale Mola. Fu una delusione per noi Italiani presenti, avvezzi alla teatralità di Mussolini. Quando il feretro passò, Franco alzò il braccio nel saluto romano e sotto l’ascella apparve una scucitura che mostrava il bianco della camicia di sotto. Da noi un simile incidente sarebbe bastato per mandare a monte non solo la cerimonia, ma la dittatura. Degli Spagnoli invece nessuno sorrise e quando un aiutante si appressò all’orecchio del Caudillo per dirgli di tirar giù il braccio, il Caudillo lo rispose con aria annoiata: “Lo sapevo, ma non ho avuto il tempo di farmela ricucire” e seguitò a restare a braccio alzato». Questa versione è durata fino al 1998, quando Montanelli l’ha rimessa in discussione scrivendo di aver avuto vari incontri con Franco, prima che diventasse il capo della rivolta militare.

In cosa si assomigliano Marco Travaglio e Indro Montanelli, a conti fatti? Nell’uso dell’ironia e dello sberleffo, che rende i loro articoli puntuti e al confine con la satira (tant’è che Travaglio si è difeso in più processi per diffamazione sostenendo che i nomignoli affibbiati al potente di turno rientravano nel diritto di satira).

Per il resto, l’allievo si distingue di molto dal maestro.

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