Delitto Rostagno, la colorita deposizione di Aldo Ricci

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di Rino Giacalone

L’analisi politica e sociale della Trapani degli anni ’80 offerta ai giudici da un ex dirigente di partito, l’avv. Nino Marino, all’epoca segretario del Pci, il racconto talvolta non propriamente lucido, ma colorito, alla sua solita maniera, del giornalista Aldo Ricci. L’ultima udienza prima della pausa estiva del processo per il delitto di Mauro Rostagno ha avuto questi due testi come protagonisti. Non è stata una udienza, svoltasi davanti la Corte di Assise di Trapani, che ha aperto chissà quali squarci, ma per dirla come ha detto prima dell’apertura del dibattimento di ieri il pm Antonio Ingroia, sono piccoli tasselli che poco a poco vanno riempiendo il puzzle del delitto «frutto di commistioni incredibili», di «matrice e manovalanza mafiosa».

L’Avv. Nino Marino ha ripercorso quegli anni trapanesi di Rostagno, il suo lavoro da giornalista, «puntuale, accreditato e ascoltato». Materia per lavorare non ne mancava: «All’epoca scoppiò anche una sorta di tangentopoli che vide l’arresto di assessori e consiglieri comunali trapanesi, ma fu anche l’anno della scoperta della Iside 2, mentre per chi come noi (attivisti e dirigenti del Pci ndr) aveva una certa contezza di come andavano le cose percepivamo che Trapani più che mai era terra dove i servizi segreti avevano messo le radici, in quell’anno scoprimmo dopo era arrivata la cellula di Gladio, chiamata Scorpio, in provincia di Trapani furono aperti 5 centro di Gladio anche nel piccolo Comune di Santa Ninfa, dove maresciallo comandante della stazione dei carabinieri era Giuliano Guazzelli». Perché il riferimento a Guazzelli? “Perché Santa Ninfa era ed è un paese di poche anime, impossibile che un soggetto estraneo al territorio sarebbe passato inosservato, doveva essere qualcuno che già ne faceva parte, e allora escluso il sindaco, il parroco, restava il comandante della stazione dei carabinieri. Poteva essere lui l’uomo di Gladio nella Valle del Belice”. L’avv. Marimo ha aggiunto anche un’altra circostanza, “il ricordo che di Guazzelli fece il presidente Cossiga”, Cossiga era lo statista che aveva in mano le chiavi di Gladio.

Riassumendo il lavoro di Rostagno, l’avv. Marino, nel confermare l’esistenza di una serie di contatti, anche quotidiani, ha evidenziato l’interesse del giornalista, ucciso dalla mafia il 26 settembre del 1988, ai legami tra mafia e massoneria, prese di mira nelle sue cronache il processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, “percependo non senza ragioni che dentro quel delitto si saldavano forti legami tra le famiglie siciliane”.: È un periodo di trasformazione anche della mafia, Cosa nostra, lo seppimo nel 1994, aveva un nuovo capo mafia Vincenzo Virga, attuale imputato nel processo – ha ricordato Marino – Rostagno poteva avere intuito questa tarsformazione e anche il passaggio del testimone alla guida della cupola». Ma c’è di più: «Rostagno non svelò mai la fonte ma aveva certezza che Licio Gelli il capo della P2 per due volte era stato in provincia di Trapani, prima a Mazara e poi a Campobello, a casa di mafiosi, come Mariano Agate e Natale L’Ala, tutti e due iscritti alle logge coperte di Trapani». Cambiava anche la politica: «La mafia colloca suoi uomini nei Consigli comunali e provinciale, in quest’ultimo viene eletto Vito Panicola consuocero di Messina Denaro, a Castelvetrano viene eletto un genero dello stesso boss».

Nino Marino ha avuto tra le mani un faldone di documenti raccolti da Rostagno: «Sono sicuro che stesse per tirare fuori grosse inchieste giornalistiche». L’avvocato Marino ha parlato anche del famoso editoriale che all’apparenza doveva ridimensionare lo scandalo della Iside 2: «Mi confidò che era un depistaggio, per riuscire ad entrare dentro quella realtà e carpirne i segreti, gli suonò strano che i carabinieri lo convocarono quasi per chiedergli soddisfazione di quell’editoriale, ma forse loro cercavano di capire a cosa puntava Rostagno». E a proposito di carabinieri parlando con lui Rostagno protestò ancora per l’indagine che lo vide coinvolto per il delitto Calabresi: «Lui pensava che quella indagine servisse a ricostruire una storia diversa dell’Italia degli anni ’70». Collegato al mondo dei servizi segreti per Marino poteva essere l’ex guru della Saman, Francesco Cardella. «Bartolo Pellegrino – ha detto Marino – che la sera del 26 settembre 88, giorno del delitto, viaggiò in aereo con Cardella da Milano a Palermo parlò di delitto che “era cosa dei servizi segreti”».

Infine la domanda sull’editore di Rtc, Puccio Bulgarella, di recente scomparso: «Non aveva ruoli censori con Rostagno, penso che l’errore che commise fu quello che non aveva idea della mafia e della mafiosità».

Aldo Ricci che per un mese fu direttore a Rtc dopo il delitto Rostagno (lo si ricorda per la sua stravaganza giornalistica, quando fece irruzione nello studio tv togliendo la giacca allo speaker del tg in diretta) ha invece detto che proprio Bulgarella dapprima gli disse che la mafia col delitto non c’entrava nulla e che di giorno in giorno gli rimandava l’impegno di dirgli chi aveva ucciso Rostagno, poi ha detto che dopo un incontro con Claudio Martelli, all’epoca enfant prodige del Psi, che portò a Rtc un pacchetto pubblicitario sostanzioso, la versione cambio, «mi disse è stata la mafia, ma quella con la m minuscola».Bulgarella è scomparso di recente, nel procedimento era stato indagato per false dichiarazioni al pm, dopo che il pentito Siino aveva detto che con lui aveva parlato di far abbassare i toni a Rostagno. Bulgarella ha sempre negato la circostanza, ma Siino addirittura per evidenziare la confidenza tra i due ha anche raccontato di un viaggio a Roma, con le moglie, e che allora c’era anche il latitante Giovanni Brusca. In quella occasione, a qualche settimana dal delitto, Siino ha detto di avergli ricordato l’avviso su Rostagno, ma il discorso si interruppe perché Bulgarella non voleva, così dichiarò,Siino,che si parlasse dell’omicidio Rostagno alla presenza della moglie, Caterina Ingrasciotta. Durante il processo uno dei giornalisti di Rtc, Ninni Ravazza, ha riferito che Bulgarella aveva invitato la redazione di Rtc ad abbassare i toni, rivelazioni mai fatta prima e che Ravazza ha detto per la prima volta al processo. Un altro teste ha anche riferito diun pranzo a Palermo cio Bulgarellla e un imprenditore milanese, durante il quale Puccio Bulgarella disse che una prima volta era riuscito a salvare Rostagno, ma di non esserci riuscito una seconda volta perché non si trovava a Trapani. E per quel delitto da un mese non salutava un politico, pure presente al ristorante ma seduto ad alltro tavolo, l’on. Francesco Canino. Future indagini dimostreranno l’esistenza di collegamenti tra Canino e il boss Virga, imputato nel delitto come mandante.

Ricci poi ha ripetuto una cosa che dice da anni, che ha alimentato polemiche e ricevuto smentite, e cioè la rottura a suo dire risalente agli anni 70 tra Rostagno e gli ex compagni di Lotta Continua. Attrito forte secondo Ricci, tanto da fare dire a Rostagno, nel 1978, in risposta alle critiche che sempre secondo il racconto di Ricci, Rostagno avrebbe ricevuto  dagli ex compagni, che «se continuano a rompermi  i c….dirò chi ha ucciso Calabresi», una affermazione detta in un epoca in cui non c’era nemmeno un elemento che faceva pensare ad una indagine sul delitto del commissario. E quando invece nel 1988 l’indagine venne fuori per il pentimento di uno degli uomini di azione di Lotta Continua, Marino, e Mauro Rostagno ricevette un avviso di garanzia, la sua testimonianza pubblica fu sempre diversa dal tenore delle cose dette da Ricci davanti ai giudici. La testimonianza di Ricci è stata più che altro un «colorito» atto di accusa contro quelli che lui ha chiamato «i bacchettoni» di Lotta Continua. Più volte Ricci è stato ripreso dal presidente della Corte, giudice Pellino, ad evitare commenti e sottolineature sopra le righe.

Il processo riprende il 28 settembre. Intanto ieri l’avvocato Elio Esposito, parte civile per Saman, ha voluto fare sentire la sua voce critica: «Non comprendo la strategia che l’accusa ha delineato nell’udienza odierna, con l’escussione di testi che passano dalla teorizzazione politica alla divagazione anedottica senza incidere, come sarebbe opportuno, sulla materia processuale». Dichiarazione non proprio campata in aria, ma l’accusa promette che dalla ripresa il processo comincerà con l’essere più vivo, ma «tempo finora non se ne è perduto».

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