Della Libia e di altri demoni

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Mentre i mercenari arrivati dal Ciad, o dallo Zimbabwe, dalla Mauritania, dalla Nigeria, mentre l’ultima carta del regime libico – che adesso rappresenta l’arma più numericamente forte del colonnello Gheddafi – massacra il popolo insorto, il Ministero della Difesa italiano, in concerto con i capi di Stato Maggiore delle Forze Armate, predispone le pedine sulla scacchiera. Non si ha certezza del numero di elicotteri ed aerei dell’Aeronautica militare in arrivo alle basi di Trapani, Gioia del Colle (BA) e Grosseto, ma la mobilitazione degli Stormi dell’Esercito certifica un forte innalzamento delle misure di difesa del Paese, altamente comprensibile nello stato di timore rappresentato da quella che è stata oramai definita la “guerra civile” libica. Ero pronto a ricredermi, dopo «l’infelice uscita» – virgolettato del Ministro Ignazio La Russa – del nostro ra’īs Silvio Berlusconi, il quale ha avuto il gentile pensiero di non telefonare all’amico  Muʿammerd, troppo impegnato a scaricare piombo sulla Nazione in rivolta; pronto a ricredermi che l’impassibile Europa si fosse svegliata dal sonno della ragione, e avesse deciso di intervenire a fermare i massacri.

Gli aerei si spostano, il livello di allerta sale, l’aviazione italiana è pronta! Ma a fare che? Nulla. Il petrolio libico è già nostro – il 39% di tutto quello che viene estratto – , e le nostre aziende sono già libiche, non c’è nessuna democrazia da esportare oggi, l’Occidente può solo girare i pollici, fischiettare, e sussurrare – nemmeno con tanta convinzione – «fermate la violenza, per favore?». A Gioia del Colle, a Trapani, a Grosseto, infatti, i nostri Eurofighter ed i nostri F16 proteggeranno la Nazione dai disertori. L’interesse dello Stato Maggiore di Difesa è quello di scongiurare situazioni come quelle registrate a Malta, dove lunedì 21 Febbraio sono atterrati due aerei militari libici, con quattro soldati a bordo, fuggiti dal Paese perché rifiutatisi di bombardare Tripoli. Non sia mai che ciò avvenga in Italia, meglio mantenersi neutrali finché non capiamo chi vince! «Abbiamo troppi interessi in Libia, e la Libia ha troppi interessi qui da noi, dobbiamo stare attenti da che parte stiamo» sarà il pensiero di un buon numero di italiani, in questo momento di incertezza. È per questo che le misure di sicurezza non sono mai troppe. Infatti, a breve anche la nave della marina militare “Francesco Mimbelli” – un cacciatorpediniere lanciamissili con un equipaggio di circa 400 persone, specializzata nella difesa dello spazio aereo – salperà presto da Taranto per posizionarsi al largo delle coste libiche, pronta ad abbattere ogni soldato codardo e traditore della Jamāhīriyya nostra alleata, magari puntando anche qualche barcaccia di profughi, che già non si sa più dove metterli.

Smentite le voci di aiuti, da parte del nostro Governo, alla repressione libica, e riplasmato il pensiero del Premier, che ora parla di «inaccettabili violenze», l’onore d’Italia è di nuovo alto, e la “situazione” libica si trasforma nell’ennesimo spunto per le polemiche fra maggioranza ed opposizione, nell’ennesima bagarre fra quelli che si accusano l’un l’altro di irresponsabilità istituzionale. Tutto questo mentre – secondo quanto riportato dalla tv Al-Arabiyya – la Corte Penale Internazionale afferma che in Libia circa 600 persone sono morte negli ultimi 5 giorni, e che il tribunale con sede all’Aja sta già cercando prove per processare il presidente libico Muammar Gheddafi per genocidio, dopo l’appello del vice ambasciatore libico all’ONU, Ibrahim Dabbashiì. Tutto questo mentre giungono nuove notizie di mitragliatrici ancora puntate contro la popolazione, mentre i morti salgono a mille solo a Tripoli, secondo quanto riportato ancora da Al-Arabiyya, e confermato dalla testimonianza di Foad Aodi, presidente della Comunità del mondo arabo in Italia (Comai) – in continuo contatto con la capitale libica – , che si appella al Governo perché si muova «per un aiuto economico e con l’invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore». Ma i comatosi sono fin troppi, si incontrano e rincontrano a Bruxelles, si vedono e rivedono nei televisori di tutta l’Europa, dove non si vede nient’altro, mentre i computer del mondo si riempiono di video amatoriali che mostrano corpi carbonizzati, assassinii in diretta e corpi su corpi mutilati ed annientati da un genocidio che fa riempire le bocche d’Occidente di  parole d’accusa, ed aprire le mani di rammaricati capi di Stato europei, che fingono impotenza per mascherare connivenza. Perché la Libia è un alleato importante, perché ci rifornisce di energia, perché la situazione del Nord Africa sta prendendo una piega pericolosa, perché Gheddafi ha ridotto notevolmente i flussi migratori dal continente africano, con le motovedette che l’Italia gli ha regalato, e con i campi di concentramento che l’ONU ha fatto finta di non vedere. A porte chiuse, il Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (U.S.A., Regno Unito, Francia, Cina, Russia e pochi altri che non contano quasi nulla) cerca di trovare una giustificazione alla propria impassibilità, da sputare sull’ignara popolazione mondiale, quando l’UE – mentre la Libia esplode sotto i colpi di regime – ha già prospettato «un dialogo pacifico di riconciliazione libica», la Russia si è già preoccupata di garantire ospitalità al Colonnello in caso di fuga,  e gli U.S.A. – nelle parole di Hillary Clinton – si presentano smielati come non mai: «Ci uniamo alla comunità internazionale nel condannare fermamente l’uso della violenza in Libia. I nostri pensieri e preghiere vanno a coloro che hanno perso la vita e ai loro cari […] Stiamo lavorando con urgenza con i nostri alleati per recapitare questo messaggio al governo libico». E la Francia cosa fa? Non reagisce allo sterminio di Gheddafi? Loro che, il 27 Giugno del 1980, cercando di freddarlo in volo, abbatterono un Douglas DC-9 dell’Itavia, provocando l’oramai celeberrima Strage di Ustica? Proprio no. No perché, ancora oggi, Sarkozy sogghigna in solitudine per i soldoni intascati dallo Stato libico per la compravendita di qualche innocente armamento, fra i quali – come riferisce Seif Al-Islam al quotidiano Le Figaro – tre elicotteri da combattimento e un reattore nucleare per l’energia civile (fonte: Lettera43). Non da meno la “perfida Albione”, che, pur di ottenere concessioni sul suolo libico per la British Petroleum, rilasciò il terrorista libico Abdelbaset Alì Mohamed Al-Megrahi – condannato per la Strage di Lockerbie del 1988, in occasione della quale morirono 270 persone – che non finì di scontare la pena per un presunto cancro alla prostata, e che rientrò subitamente in patria con l’aereo personale di Gheddafi, accolto come un eroe nazionale (Lettera43).

I rapporti economici, energetici, finanziari, umani che vi sono fra Libia e Italia, poi, sono noti a tutti, tanto da provocare imbarazzo verso un’Europa che non è esente da collusioni con la Repubblicissima Popolare nordafricana. Gli imbarazzi italiani oggi occupano ampiamente le pagine dei quotidiani, le finestre televisive, ed ogni altro mezzo di comunicazione di massa, spesso dimenticando, però, di ricordare che parte delle armi – insieme a quelle provenienti dalla Russia – che Al-Qadhdhāfī utilizza per reprimere l’urlo del “suo” popolo sono di produzione Finmeccanica. Nel 2008 la Libia ha infatti comprato dall’Italia armamenti per 93 milioni di euro, e l’anno dopo, i nostri amati Stati – dei quali, uno crede di essere democratico, e l’altro si considera socialista – , hanno stipulato un’alleanza da 15 miliardi di euro per trafficare insieme armi in tutto il mercato africano e nel Medio Oriente. Ma, il discorso di Gheddafi, gli ambigui riferimenti all’Italia, le velate minacce, le accuse agli Stati occidentali di guidare i “ratti” della rivolta, tutto ciò dissolve ogni baciamano ed ogni amicizia, rimanda letture del Corano ad un tempo primitivo. L’Italia è sola adesso, il Governo ammette di non avere un piano realizzabile per il rientro dei connazionali dalla Libia, le forniture di gas si interrompono, e i flussi di profughi non arriveranno nel “vecchio continente”, si fermeranno qui, in questo Paese solo, ormai fuori dall’Unione Europea.

Così, mentre l’UE chiude egoisticamente le porte dell’umanità, e l’ONU si fa complice silente di un genocidio annunciato e tremendo, l’Italia sta a guardare impassibile la rivoluzione libica, conta insensibile i morti nelle strade, col pensiero ai flussi migratori ed al metano, in questo mondo che si occupa solamente dei crolli finanziari, dello sfruttamento delle risorse, e della crescita industriale. In questo mondo, dove la nostra Italia si presenta sempre più come il prossimo regime a cadere.

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