Della mafia e della paura

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“La mafia fa ancora paura!”, racconta Mario Musotto, uno dei registi di “Trent’Anni di Mafia”, con palese convinzione di chi lo ha potuto testare sul campo.

 

“Trent’Anni di Mafia” è il titolo del docu-film che racconta la storia di ‘Cosa Nostra’ e della ‘Stidda’ in provincia di Agrigento, a partire dal 1972 fino ai giorni nostri. Il progetto, è ispirato a due libri scritti da Franco Castaldo, “Trent’anni di mafia” e “La mafia e la stidda”, il giornalista di cronaca nera per eccellenza della provincia agrigentina e non solo, che da oltre un trentennio si occupa di fatti di mafia.

Sicuramente adatta la scelta cinematografica di combinare fatti realmente accaduti con la finzione, atta a rafforzare i primi.

Mario Musotto, oltre a “Trent’Anni di Mafia” si è occupato del soggetto e della sceneggiatura del docu-film, “Marascià…un eroe antimafia”, la storia del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso dalla mafia nel 1992. Della regia del docu-film “Il Boss senza pietà”, sulla storia del super latitante di cosa nostra Gerlandino Messina. Della  sceneggiatura e regia, di “Si può vincere. Il coraggio di dire no alla mafia” sulla storia del testimone di giustizia Ignazio Cutrò. 

Con la disponibilità che lo contraddistingue, risponde alle mie curiosità.

 

Come e perché nasce l’idea di realizzare questo docu-film?        
“Credo che per costruire un futuro migliore occorre ricordare e non dimenticare il passato.
Capisco che non a tutti fa comodo ricordare.  
Durante le riprese, sono stato raggiunto sul set dalla figlia di un killer che ha assassinato più di 18 persone, ucciso a sua volta dalla mafia stessa. Gli ho spiegato che non avevamo nessun intenzione di coinvolgere la famiglia e che ci saremmo limitati solo a raccontare la verità processuale, ciò ch’è emerso dagli atti processuali. I fatti, insomma. Alla fine ha compreso”.

Che ruolo avrà Franco Castaldo?

“Castaldo e’ la memoria storica. Di fatto sarà proprio Franco Castaldo interpretato da Stefano Tizzino, a raccontarci oltre trent’anni di mafia e a guidarci in questo doloroso viaggio”.

Non hai paura di toccare dei tasti sensibili ed urtare qualche personaggio del mondo che metterai in scena?

“Qualcuno si e’ infastidito e ce l’ha fatto capire. Ma comunque andrò avanti”.

 

Cosa rispondi agli attacchi su facebook?

 “Qualcuno, per fortuna pochi, ci accusano di mettere in luce un aspetto negativo del territorio. Personalmente, credo che la mafia ha fatto parte di questa terra e ne fa parte tuttora. Ci sono stati tempi in cui si negava pure la sua esistenza, e noi non dobbiamo commettere lo stesso errore. È necessario parlarne. Per quanto sanguinosa e mortificante per il nostro territorio è esistita e dimenticare non è la cura giusta, a mio modesto parere. Va cambiata la cultura che c’è dietro a questo concetto. Detto questo, ognuno è libero di esprimere la propria opinione e noi lo accettiamo”.

 

Durante tutto il film, si cercherà di mettere in evidenza e ricordare chi ha sacrificato la propria vita per combattere questo terribili male, come i giudici Saetta e Livatino, come Pasquale di Lorenzo e il maresciallo Guazzelli.

 

Quale è stato il ciak più difficile? 

“Sicuramente, difficile è stato raccontare la morte di alcune vittime innocenti colpevoli solo di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Come il giovane Gebbia morto nella prima strage di Porto Empedocle o la giovanissima vita del piccolo Stefano Pompeo, un bambino di appena tredici anni “colpevole” di amare i fuoristrada”.

Si passerà, infatti,  dal racconto del boss Giuseppe Settecasi, di Carmelo Salemi, dell’omicidio di Carmelo Colletti e la conseguente scomparsa di Piparo e dell’uccisione del super killer Calogero Lauria. Sono state, inoltre, ricostruite cinematograficamente le stragi di Porto Empedocle, Racalmuto e Palma di Montechiaro che hanno insanguinato i paesi della provincia di Agrigento, le figure degli uomini di cosa nostra come il boss Fregapane, Maurizio Di Gati,  Gerlandino Messina e Giuseppe Falsone. Storie di uomini e vicende che hanno scritto la storia di cosa nostra prima e della stidda poi, nella provincia di Agrigento.

In tre mesi di riprese sono state coinvolte numerose location, più di 10 comuni agrigentini e circa 250 attori, tra cui comparse e figuranti. La ‘prima’ del film, verrà presentata giorno 20 marzo al teatro “Luigi Pirandello” di Agrigento. E lo stesso verrà poi presentato nel mese di maggio negli Stati Uniti ed esattamente a Montreal, Toronto, New York e Los Angeles.


Il film è stato dedicato al pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Nino Di Matteo, da mesi vittima delle minacce dal carcere da parte del boss Totò Riina.
  
“Lo abbiamo deciso in una fase successiva, quasi in dirittura di arrivo, visto le vicende che hanno coinvolto diversi pm nella procura di Palermo, come contributo spontaneo a  che decide di combattere la mafia pubblicamente, mettendo a repentaglio la propria vita. Di Matteo, come tanti altri magistrati, l’elogio è anche per loro”.

Cosa ti porti da questa esperienza?
“Un’esperienza molto diversa da quelle che ho concluso. Mi porto qualcosa di bello e qualcosa di meno bello. Si è palesata in me la convinzione che abbiamo ancora tanta strada da fare per sentici pronti a sconfiggere il male che affligge la nostra terra. La mafia fa ancora paura!
Avevamo deciso di girare le scene nei luoghi dove erano realmente accadute. Ti faccio il nome di Porte Empedocle, ma è uno dei tanti. Abbiamo contattato i nuovi proprietari del bar dove la strage, conosciuta, appunto, con il nome di “Strage di Porto Empedocle”, si era consumata. Inizialmente abbiamo avuto disponibilità, ma all’improvviso è emersa la paura di schierarsi. Di schierarsi con l’antimafia. Paura di vivere in un posto dove con probabilità tutt’oggi, si possono incontrare persone che con quella strage sono coinvolte. 
Con me, porto il ricordo di tutte quelle persone, tante, che hanno creduto in noi, e che si sono spese in modo gratuito, che con noi hanno girato anche fino alle 4 di mattina, la disponibilità della magistratura e dei comuni che ci hanno messo a disposizione immagini e documenti”.

Chi vuoi ringraziare?
“Sarebbe un elenco lungo e rischierei di dimenticare qualcuno. Ringrazio tutti, senza distinzione di ruolo, anche la più piccola comparsa è stata fondamentale. A chi ha avuto delle remore nell’interpretare un ruolo che poteva causargli dei problemi, ma che alla fine ha vinto le sue paure. Ci tengo a ricordare che alcuni dei personaggi che abbiamo messo in scena ad oggi sono fuori dal carcere”.

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