Delle cose e della vita

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Foto di Sergey Ponomarev
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Quando a casa mia si rompeva qualcosa, specie di affettivamente essenziale, spesso i miei dicevano una frase: “sono cose”. Per sottolinearne la natura fragile e fallace e il fatto che spesso, per fortuna, non ci sopravvivono.

Le cose. Spesso smuovono anche l’anima più allenata all’orrore. Gli antropologi forensi, quelli che analizzano come è morta una persona, per dargli nome e sepoltura, non si emozionano facilmente di fronte al corpo. Quella è tecnica. Non si emozionano ai fluidi che colano, nemmeno all’espressione che per esempio nei morti di naufragio è sempre la stessa o quasi. Non si emozionano nemmeno di fronte alla striscia bianca che ne contorna la parte superiore del labbro. Quella spesso è schiuma. Che rimane addensata perché chi annega spesso urla, anche sott’acqua, creando questo effetto strano che se non si parlasse di morte sembrerebbe panna montata.

No. Loro si emozionano davanti alle cose. Sono quelle che raccontano, perché, stavolta sì, sono sopravvissute al loro proprietario e ne svelano segreti, cammino, percorsi e dolori. Sono le cose che ad esempio, stabiliscono definitivamente chi appartiene alla parte del mondo che curerà davvero le sue spoglie e chi no. A prescindere, perché si nasce da una parte e non dall’altra.

C’è una storia raccontata da Cristina Cattaneo, patologa forense che si occupa di dare un nome ai naufraghi del grande cimitero del Mediterraneo, un binario parallelo. Dopo un naufragio, quello rovinoso e pesante del 2013, fu ripescata una donna dai lineamenti molto belli. Nonostante la tragedia, l’espressione era distesa. Giaceva sul tavolo e accanto a lei, i suoi oggetti. Una borsa tradiva i suoi vezzi, pochi, come attaccare un bel foulard al manico. In un barcone non puoi portare molto. Per cui la scelta deve rappresentare, in tutto. Aveva delle treccioline agghindate da mani sapienti. E quella schiuma sul labbro superiore, aveva gridato.

Dentro i suoi indumenti, un foglio. Era dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite. Il foglio recitava che la donna era proveniente da un paese in guerra, che verosimilmente era stata sottoposta anche a torture e vessazioni e che pertanto, una volta presa in cura da altre nazioni, la sua posizione sarebbe dovuta essere oggetto di attenta valutazione, senza procedere a rimpatri o respingimenti immediati. Quella lettera era la sua salvezza una volta messo piede a terra.

Spostiamo la telecamera e andiamo a Linate. Siamo nel 2001. Un aereo di linea finisce contro un Hangar dopo aver investito un piccolo aereo privato. Prende fuoco. Centodiciotto vittime. Il più alto disastro aereo in Italia. Una giovane ragazza deve essere identificata. Accanto a lei uno zaino bruciato ma consultabile. Dentro una agenda vezzosa, stelline, cose, cose, scritte a matita, impegni. Il suo nome e degli indirizzi. Le sue cose, la sua vita dinamica e in viaggio. Troncata. Nel giro di poco tempo, i presunti genitori mandarono impronte dell’arco dentario, tracce di DNA, provvidero a prendere il corpo e portarlo via. Ora giace in un cimitero della Scandinavia.

Il corpo della ragazza eritrea, con dei fogli scritti in tigrino, non ha ancora un nome. Lo hanno chiamato Teraje perché da qualche traccia scritta sembrava quello. Giace in una tomba senza nome in Sicilia. Insieme al suo salvacondotto verso la libertà.

Non ha più quella schiuma bianca sul labbro superiore. Non grida più. Storie.                                                                                               E persone. Incroci di sorti che anche dopo, a volte sono rimesse alla fortuna. E alle cose.

È come un giorno che cammina, anzi è come la notte che si trascina, come una nuvola sulla coscienza, come l’apocalisse, in un racconto di fantascienza. Come dal nocciolo di un’esplosione, come dal chiuso di una nazione, come dal coro di una cattedrale o dalla tana di un animale. Come dal buco di una chiave, come dal ponte di un’astronave, come io e te che stiamo a guardare tutte queste cose, passare.

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