Diario da Lampedusa

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In questi giorni quello che abbiamo raccontato di Lampedusa è stato soprattutto come ci appariva l’isola dopo l’emergenza creata dei giorni di aprile. Pochissimo spazio hanno avuto in questo diario le vicende dei migranti, i lager chiamati Cie, la vergogna delle politiche sull’immigrazione italiane. Raccontare la Lampedusa di questi giorni, pensavamo, è soprattutto raccontare di un’isola scioccata come nel più classico dei casi di shock-economy, di un luogo occupato militarmente sottoposto ad una pressione inimmaginabile. Raccontare Lampedusa di questi giorni è provare a mettere insieme i pezzetti di un’isola che quasi tocca la costa d’Africa, il suo rimettersi in piedi, il suo provare a non cadere nel disastro in cui prova a spingerla quest’italia che balla a pochi centimetri dal disastro in cui tutti noi viviamo.

Non ci interessava il sensazionalismo, la “caccia” al migrante come si cerca l’animale raro, l’andare a Lampedusa come si va al safari. I ragazzi di Askavusa hanno come motto “Io Vado A Lampedusa. Per una nuova concezione di turismo sostenibile.” Ecco anche noi vorremmo che fosse così e non vorremmo che quest’isola di cui in questi giorni ci siamo innamorati diventasse meta solamente per giornalisti e turisti affamati di scoop e “sensazioni forti”.

Migranti non se ne vedono a Lampedusa. Anche in occasione degli sbarchi le operazioni di carico e spostamento nei centri sono velocissime, così da nascondere le innumerevoli violazioni che il meccanismo Lampedusa porta con sé. Non ci sono migranti visibili sull’isola, però ci sono le storie di chi, in varie forme, ha accesso ai campi. Ci sono i racconti che abbiamo messo insieme in questi giorni parlando con avvocati, medici, membri di associazioni e tutte quelle persone che intorno ai Centri sull’isola in qualche modo gravitano. Abbiamo ascoltato a volte non condividendo i punti di vista, a volte rispettando i silenzi che dicevano più delle parole, i “non posso dire altro”, i sorrisi desolati, le verità fatte solo intendere. Abbiamo ascoltato e spesso, molto spesso, la sensazione di disagio e orrore era più forte di qualsiasi altra cosa.

I Centri di Lampedusa non sono come quelli che conosciamo, come i Cie o i Cara di Mineo e Manduria. Quelli di Lampedusa dovrebbero essere semplici centri di accoglienza e identificazione, teoricamente (molto teoricamente) il tempo massimo di permanenza dovrebbe essere di sole 48 ore, ultimamente il tempo in cui è possibile rimanere lì parcheggiati è salito a 45 giorni. Sarà che la cooperativa che li gestisce viene pagata a seconda di quanti migranti le strutture accolgono e di quanto tempo questi rimangono lì. I centri possono tenere quindi segregati donne, uomini e minori per giorni e giorni, e durante questo tempo i detenuti (perché questo di fatto sono) non hanno diritto a nulla. Tenuti sotto controllo dalle forze dell’ordine, passano le giornate senza speranza, parcheggiati in un limbo. Non hanno diritto a leggere, studiare, passare il tempo, giocare a carte e qualsiasi altra attività ricreativa che possiamo immaginare. Non hanno diritto a vivere in maniera dignitosa. Possono solo aspettare. Aspettare e ancora aspettare. Così quasi immediatamente l’unica attività per provare a uscire da questo torpore è compiere atti di autolesionismo: tagliarsi le vene, ingoiare lamette o oggetti che in qualche modo sono arrivati fino a lì. Farsi del male pur di fuggire dal niente.

I centri sono semplici luoghi in cui stipare corpi, non esiste nessuna divisione per etnia o sesso. Solo i minori (anche in questo caso senza nessuna distinzione) sono stipati in massa in un centro a parte. Tutti ci raccontano che gestire così i “ragazzi” (come vengono chiamati da tutti i migranti) non fa altro che creare tensioni su tensioni all’interno dei campi. La condizione di stallo, la disperazione, la mancanza di condizioni igieniche minime, tutta la follia di questi campi fanno sì che spesso nascano divisioni etniche all’interno dei centri. In questi casi, riusciamo a capire, la gestione è una sola: l’intervento brutale delle forze dell’ordine. Poi, come accennavamo, c’è la promiscuità imperante nelle strutture. Lo scriviamo non per moralismo ma perché questo equivale ad una situazione sanitaria esplosiva, dove si moltiplicano i casi di malattie veneree e dove, ci viene raccontato, si registrano anche casi di prostituzione.

Come leggerete nella firma di questo pezzo di diario, queste parole non sono state scritte a Lampedusa, ma nel ritorno da quell’isola. Chi scrive ha voluto così perché ciò che nelle righe precedenti abbiamo provato ad accennare è qualcosa che rende il cuore pesante, un po’ più tetro del normale. Forse c’è chi pensa che, in fondo, questo è il mondo in cui viviamo, dove anche il peso delle tue speranze, le aspettative delle tue speranze, provengono dalla ricchezza del Paese da cui provieni, se quella da cui vieni è la parte del mondo più o meno ricca. Questa è la realtà, qualcuno potrebbe pensare.

La realtà al giorno d’oggi per molti è simile all’inferno. È un centro che dovrebbe essere d’accoglienza e da cui si fugge solo facendosi del male. È un poliziotto in assetto antisommossa che picchia un minore arrivato qui fuggendo da una guerra o avendo su di sé tutto il peso delle speranze di una famiglia. È un luogo pieno di reti, gabbie, check point in cui a nessuno è permesso entrare. Ma, in fondo, la realtà di oggi è anche un’isola che il nostro governo ha provato a violentare, a spingere a una guerra tra poveri e che si è ribellata accogliendo i profughi arrivati da poco più in là del mare e riscoprendosi comunità.

Per questo vogliamo chiudere questo diario con una frase che, tra le altre, ci è rimasta nel cuore in questi giorni. Una frase che, badate bene, non ci è stata detta da un attivista politico, ma da un mite parrocchiano che nei giorni di aprile era con altri a distribuire coperte, pasti e vestiti ai migranti che sbarcavano sull’isola. E che fa più o meno così: “Io proprio non capisco cosa ci sia di così sensazionale. Sembra quasi che nelle altre parti del mondo accogliere una persona non sia normale.  Cosa c’è di strano nell’accogliere chi sta scappando o chi ne ha bisogno?”

A. Milito

Di ritorno da Lampedusa

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