Donne Calabresi … indignatevi

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Indignatevi donne, non solo quelle calabresi,  è la cosa giusta da fare, è il solo sentimento che potete provare davanti alle dichiarazioni aberranti e frutto di convincimenti personali,  fatte in questi giorni da un giornalista calabrese, Domenico Naso e consegnate a noi,  sotto forma di protesta, di gesto coraggioso di un concittadino che dice finalmente la verità … la sua però. 

Naso , ci racconta della considerazione che gli uomini in Calabria hanno delle donne … è un racconto grottesco, medioevale,  denigratorio e riferito ad una realtà alienata, non effettiva. Pare che il giornalista abbia vissuto una realtà parallela, cieco all’emancipazione femminile che in Calabria,  così come nel resto d’Italia e del mondo , ha appassionato le donne di ieri e di oggi.  Adesso, grazie a queste lotte, anche le donne calabresi vanno a scuola, escono  di casa quando vogliono, guidano l’automobile, lavorano, abitano da sole … ma tutta questa libertà è invisibile ad alcuni … 

Confezionato a modo di confessione delirante,  la visione raccontata dal giornalista, sembra un oracolo direttamente  provenuto dalla Bocca della Verità,   una lettura trasfigurata della realtà odierna , che non sarebbe andata  bene neanche vent’anni fa  …  eppure,  per sola provenienza geografica, Domenico Naso,  si palesa conoscitore e coraggioso portavoce di  aspetti culturali di genere,  che sembrerebbero essere vigenti oggi in Calabria … in specie in riferimento alla sottomissione, alla schiavitù al servizio della famiglia, alla vittimizzazione a cui è destinata la donna ….  

Tutto l’articolo è inaccettabile, ogni affermazione è sconvolgente, ogni deduzione si basa su convincimenti personali,  a partire dall’incipit “ Calabria, la donna non vale nulla”  ,  proseguendo con le varie affermazioni e coronando il tutto con la espressa mancanza di stupore per la barbara morte di una quindicenne.  

Pur palesando chiaramente di far parte di coloro che ascoltano l’ennesima notizia di donna trucidata per mano di un uomo e la tratta come fosse consuetudine  quotidiana,  è  “la solita” donna  uccisa da un partner o da un familiare … la mano armata però , è sempre quella  di un uomo …

Il tipo di lettura data dal giornalista ad un fenomeno che desta preoccupazione a più livelli , contestualizzato  e generalizzato  ad una intera regione che si interroga su una prematura scomparsa  … in realtà, desta profondi sospetti.

In particolare, i sospetti sono due … in primis la visibilità derivata dall’articolo, primo risultato ottenuto dal giornalista e che ci illumina sulle motivazioni che lo hanno indotto a sostenere quanto detto  …   per questo motivo, e  ci tengo a precisarlo,   sarà la prima e l’ultima volta che ne parlerò.  

Il secondo sospetto nasce dal fatto che questo articolo  è stato scritto da un uomo , di 33 anni, calabrese, che si dice conoscitore e  divulgatore di una cultura di genere condivisa ma che nessuno ha il coraggio di raccontare …   nella società calabrese la donna sarebbe considerata pari a zero, un niente …  animato da profondo spirito di rassegnazione,  scrive questo articolo di denuncia.

Gli articoli di denuncia, sarebbe opportuno basarli sui fatti, non su convincimenti personali, perché quando si fanno certe affermazioni , si corre il rischio di creare confusione tra  denuncia e propaganda,  tra critica e promozione di se stessi  ….

Non è un articolo che aiuta, che suggerisce qualcosa di utile a difendere le donne dalla violenza e dalla morte, in Calabria come in Lombardia …  la divulgazione di certi messaggi non invogliano , bensì potrebbero rinforzare comportamenti denigratori ,  non stimola nell’uomo una revisione critica che sarebbe ora di fare,  e soprattutto non condanna un gesto così grave.

Mi voglio convincere che l’intenzione di fondo , che ha armato di penna e forbici questo giornalista, fosse un’altra.  Forse,  più personale, più oscura … l’elemento che fa accapponare la pelle  è l’assoluta generalizzazione …  il non specificare che questo modo di pensare e di agire nei confronti delle donne è presente , ma in contesti strettamente  legati alle organizzazioni societarie di tipo  tribale, come quella mafiose per intenderci. È in questi contesti a forte connotazione familistica, che  ogni appartenente alla famiglia viene determinato in ogni aspetto della sua vita. Le donne in particolare, vengono  considerate oggetti di proprietà, in una logica tribale di appartenenza e di rinuncia all’individualità.

Ma la Calabria, non è tutta ndrangheta  e la società raccontata dal Naso è lo show  della rassegnazione ,  è la retorica di un pensiero immobile,  è una realtà a cui vengono applicati schemi antichi che non hanno senso oggi… più che una realtà , è lecito parlare di una trasfigurazione di essa.

Si palesa come un conoscitore della cultura calabrese, ma rischia di diventare portavoce di una cultura di genere maschilista, patriarcale e tribale.          

La tragedia di Corigliano Calabro va letta cos’ì com’è , al di la dell’età,  è un uomo che  uccide una donna, estrema ratio di un sistema di controllo, diffuso in ogni dove dai maschi sulle donne,  che si declina attraverso un continuum di violenza ,  che va dall’imposizione coatta di un ruolo alla limitazione della libertà di scelta e di movimento.  La decisione di allontanarsi, il rifiuto, l’abbandono  che l’uomo non accetta, è alla base di questo tipo di omicidi.

Il problema dell’uccisione delle donne è  profondo, è allarmante, è di carattere culturale, e riguarda il rapporto che gli uomini hanno con le donne,  i primi sempre più assassini e le seconde sempre più vittime …  al nord come al sud.

Nicoletta Rosi

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