Donne e violenza nell’arte

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Musa ispiratrice dell’uomo fin dall’antichità, la donna è stata sempre descritta, rappresentata, dipinta dagli artisti in ogni sua forma ed espressione.
 L’uomo ha più volte cercato di percorrere un cammino simile al suo, lo intravede, ci si avvicina, a volte quasi lo sfiora, ma non riesce mai a tracciare un chiaro percorso che possa proseguire parallelamente a quello della donna. Un universo impossibile da raggiungere e comprendere per chi non vi appartiene, ma, allo stesso tempo, un universo infinite volte splendidamente intuito dagli artisti di ogni epoca.
Quale tema potrebbe essere più affascinante da rappresentare della violenza nell’universo femminile, violenza subita e perpetrata, violenza fisica e psicologica, violenza tollerata e combattuta, violenza  autoinflitta e imposta.

Più e più volte è stata sviscerata in ogni suo aspetto, e l’arte, specialmente l’arte figurativa, ne offre infinite rappresentazioni.
Uno sguardo alienato, un ultimo abbraccio violento e un pugnale stretto tra le mani: è così che Eugène Delacroix, pittore francese della seconda metà dell’ottocento, ritrae Medea un istante prima di uccidere i suoi figli. Figura appartenente alla mitologia greca, moglie di Giasone, viene da lui tradita e abbandonata per un’altra donna. Lacerata dalla disperazione decide di vendicarsi, privando il marito del bene più prezioso da lui posseduto. Istinto materno e desiderio di riscatto scatenano il dissidio interiore di Medea che la porterà, preda di una lucida follia, a compiere il più efferato dei crimini: l’uccisione della prole.
Una composizione piramidale formata dalla madre e dai due figli, viene investita da una luce obliqua che penetra all’interno della grotta, nella quale la donna decide di rifugiarsi. I tratti ben definiti del dipinto evidenziano la sicurezza della scelta compiuta, ma il volto, contratto dal dolore, tradisce l’inumana sofferenza dovuta all’atto che ella stessa sta per compiere.
Anfore conservate al Museo del Louvre, affreschi ritrovati a Ercolano e Pompei, sarcofagi risalenti al II, III secolo d.C. sono alcune delle tante rappresentazioni della tragedia di Medea appartenenti all’epoca greca e romana.

Il Ratto di Proserpina,  gruppo scultoreo di Gian Lorenzo Bernini, è un’altra delle rappresentazioni più emozionanti della violenza subita dalle donne.
Lo scultore rappresenta il rapimento di Proserpina, narrato nelle Metamorfosi di Ovidio: la giovane, figlia della dea Cerere viene rapita da Plutone, re degli Inferi, e portata da egli nell’Ade. La madre, grazie all’aiuto di Zeus,riesce a liberarla accettando la dura condizione che Proserpina trascorra sei mesi nel regno degli Inferi. E’ con questo mito che i Greci si spiegavano l’alternarsi delle stagioni.
La scultura realizzata da Bernini è tanto reale quanto irreale: il movimento descritto dallo scultore è delicato, la spirale formata dalla due figure sembra quasi una sinuosa danza; allo stesso tempo i volti e le espressioni ben delineate di Plutone e Proserpina sono incredibilmente percepibili, tanto da rendere reali due figure mitologiche. Il re degli Inferi viene rappresentato con un corpo possente e muscoloso, nell’atto di rapire la giovane ninfa, il cui volto è rigato da una lacrima. Ponendo una mano dinanzi al viso di Plutone, Proserpina tenta di divincolarsi dalla sua stretta, stretta che la legherà a lui per tutta la sua esistenza.
Anche  Rembrandt Harmenszoon Van Rijn, pittore vissuto nel XVII, raffigura la violenza subita da Proserpina, ritraendola sul carro di Plutone mentre delle fanciulle, sue amiche, tentano di impedire che venga rapita.

Un altro atto di crudele violenza è rappresentato da Jacques-Louis David con la raffigurazione del Ratto delle Sabine. Il dipinto descrive la leggenda secondo la quale i Sabini, guidati da Tazio, tentano di riprendere le loro donne, rapite dai romani per poter popolare la neonata città di Roma. L’estrema  sofferenza delle giovani spinge loro a compiere un atto disperato: interporsi insieme ai loro figli fra le due fazioni in lotta riuscendo così a far cessare il sanguinoso combattimento.
Nel quadro è presente una forte influenza classicista, evidenziata nella rappresentazione di Tazio e Romolo, i cui corpi vengono dipinti nudi e senza alcun difetto. Ersilia, compagna del primo re di Roma, è posta quasi al centro della scena, braccia e gambe divaricate tentano di fermare i due uomini in procinto scontrarsi. Attorno ai tre personaggi principali David rappresenta la disperazione delle donne sabine, nell’atto di impedire un inutile spargimento di sangue. Il loro gesto fu premiato dalla fine della guerra e dall’unione dei due popoli.
A descrivere il rapimento delle Sabine è presente anche una statua di Giambologna realizzata alla fine del  1500 e attualmente posta nella Loggia dell’Orcagna in piazza della Signoria a Firenze.
Scolpita con lo schema dell’avvitamento, la statua è composta da tre corpi che si intrecciano tra loro: due nudi maschili e uno femminile. Alla base della statua vi è un vecchio, piegato su un ginocchio, nel cui volto è delineata la disperazione della sconfitta, è posto tra le gambe di un giovane vigoroso le cui braccia stringono una fanciulla che tenta di divincolarsi protendendo le mani verso l’alto.

Un atto di violenza psicologica viene descritto dalla leggenda di Apollo e Dafne, rappresentata da una statua, scolpita tra il 1621 e il 1623, da Gian Lorenzo Bernini. La scultura mostra la giovane ninfa nell’atto di sfuggire al dio del sole, infatuatosi di lei. Dafne colta dalla disperazione chiede aiuto al padre, Peneo, dio dei fiumi, che la trasforma in un albero di alloro impedendo la loro unione.
Bernini riesce a dare al volto della ninfa  un’espressione di terrore e sbigottimento del tutto naturali, Apollo invece, essendo una divinità, viene ritratto con uno sguardo impassibile.
Ci sono molte altre rappresentazioni di questa leggenda mitologica, tra le più importanti un’incisione su legno di Liberale da Verona, un olio su tavola di Giorgione e un olio su tela di Giovanni Battista Tiepolo.
Quest’ultimo ha anche rappresentato il “Sacrificio di Ifigenia”, un affresco posto a Vicenza nella Villa Valmarana. Il dipinto raffigura l’ingiusta pena che Ifigenia, figlia del re Agamennone, deve scontare per pagare le colpe di un grave torto che la dea Artemide ha subito dal padre.
Il re, inizialmente, distrutto dal dolore e dal rimorso rifiuta di sacrificare la figlia, ma in seguito, non avendo altra possibilità di scelta è costretto a cedere. La leggenda si conclude però positivamente: quando la giovane Ifigenia sta per essere uccisa, Artemide, impietositasi, decide di risparmiarla e sacrificare un cerbiatto al suo posto.
L’affresco di Tiepolo coglie il momento preciso in cui compare il miracoloso animale a salvare la fanciulla, ancora ignara della sua venuta. Lo sguardo è rivolto al sacerdote che avrebbe dovuto ucciderla, e ritrae una triste rassegnazione alla vista di quel pugnale che sta per affondare nelle sue carni. Il padre Agamennone, anche lui ignaro della pietà della dea Artemide, è chiuso nel suo dolore all’estrema destra del quadro, coprendosi il volto con il mantello; il resto del quadro è invece popolato da numerosi soldati che, accortisi dell’apparizione del cerbiatto, lo guardano con occhi stupiti.

L’arte, soprattutto quella figurativa, è stata nel corso dei secoli il modo più efficace per far conoscere e per esorcizzare la violenza subita, ma anche compiuta dalle donne ed è l’unico mezzo con cui l’uomo riesce ad avvicinarsi e comprendere le difficoltà dei malesseri interiori dell’universo femminile.

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