Dopo Libero Grassi, lo sfogo di un imprenditore

0
1137
- Pubblicità-

Riceviamo e pubblichiamo

Qualche giorno fa ho avuto il piacere di fare qualche domanda ad Arnaldo Maria Tancredi Giambertone, un onesto imprenditore che ha detto NO alla mafia, che ha collaborato e che collabora con le Forze dell’Ordine. Dopo quattro anni di denunce e collaborazioni si è sentito abbandonato da tutti, anche dallo Stato. Spero solo che possa risolvere quanto prima la sua situazione, perché imprenditori così sono una
risorsa per la nostra bella Isola e andrebbero tutelati su tutti i fronti. Di seguito vi lascio le sue dichiarazioni, da me trasformate in un articolo. Ma prima ci tengo a ringraziarlo perché si è dimostrato fin da subito
disponibile!

Arnaldo Maria Tancredi Giambertone, 55 anni, geometra costruttore. Ha cominciato a lavorare nel settore edile all’età di 19 anni. La sua prima denuncia risale alla primavera del 2016 e a quella, nel corso degli anni,
si sono susseguite più di 30 denunce. Lui è uno di quegli imprenditori onesti che ha deciso di dire NO alla mafia e le sue denunce hanno fornito un importante contributo all’attività investigativa dei carabinieri che
è sfociata nell’Operazione  Teneo del 23 giugno 2020, che ha colpito il mandamento di Tommaso Natale. 
Alcune persone che sono finite in carcere con l’operazione Teneo, qualche mese prima erano state assolte, in un altro processo, per insufficienza di prove. L’imprenditore Giambertone ci tiene a sottolineare che lui oltre ad aver denunciato, ha collaborato e continua a collaborare con le Forze dell’Ordine facendo nomi e cognomi, raccontando i fatti e anche indossando delle microspie per far ascoltare agli investigatori le minacce che riceve. Ma dallo Stato non ha mai avuto nulla, si sente abbandonato da quello stesso Stato che lui ha aiutato, addirittura neanche sapeva dell’operazione Teneo, lo ha saputo la mattina stessa guardando
un telegiornale.

Subito dopo gli arresti, gli avvocati di AddioPizzo contattano Giambertone per informarlo che c’era una giornalista de “La Repubblica”, Romina Marceca, che voleva intervistarlo. Lui accetta a patto che deve risultare la sua faccia e il suo nome e cognome, e non in anonimato. Quindi si  incontrano negli uffici del quotidiano e l’imprenditore Giambertone comincia a raccontare tutto. Conclusa l’intervista lui scende dagli uffici del quotidiano, e si ritrova altri giornalisti che gli chiedono se possono intervistarlo e lui accetta volentieri.

Giambertone mi ha raccontato, che qualche mese dopo il Processo Teneo sono ricorsi al processo d’appello e che l’associazione AddioPizzo lo convoca in uno degli studi degli avvocati perché gli devono parlare. Già
questa cosa a lui non quadra, visto che tutte le riunioni vengono fatte nella sede dell’associazione, che è in Via Lincoln. Comunque lui si presenta, accompagnato dalla moglie e dopo vari discorsi, uno dei tre avvocati
gli dice: “Geometra le devo dare una notizia, purtroppo io nel processo non la potrò seguire…”, prosegue uno dei ragazzi dell’associazione e gli dice: “Noi ti staremo sempre accanto, ma l’avvocato non ti può seguire, perché tanto tempo fa ha seguito una delle persone che hai fatto arrestare”. 

Risponde un altro avvocato e gli dice: “Arnaldo se tu sei d’accordo noi ti possiamo segnalare il nominativo di un avvocato molto bravo, che segue l’associazione Pio La Torre, l’avvocato Ettore Barcellona. Tu pensaci e noi nel mentre vediamo cosa ne pensa lui”. A questo punto Giambertone si alza e gli dice: “Signori arrivati a questo punto non abbiamo più niente da dirci e comunque ci sto rimanendo male”, risponde la moglie e dice “Caradonna (uno dei tre avvocati) perché non lo segui tu mio marito?”, e l’avvocato Caradonna risponde: “Sai non può essere, perché abbiamo deciso con l’associazione che ogni avvocato può seguire al massimo tre vittime”. Giambertone prosegue il suo racconto dicendomi che a questo punto se ne vanno, e non mi nasconde che erano rimasti molto delusi da quell’incontro, perché anche l’associazione, a suo dire, li aveva lasciati soli. L’indomani mattina, senza consultarsi con sua moglie, Giambertone chiama l’avvocato
Caradonna e gli dice che per lui va bene l’avvocato Barcellona e che lo chiamerà per firmare il mandato.

.Ma l’avvocato Caradonna gli dice che al momento l’avvocato Barcellona è fuori Palermo e che si potranno incontrare lunedì. Così l’imprenditore Giambertone il venerdì chiama la segreteria dell’avvocato Barcellona
e prende un appuntamento. Si incontrano e la prima cosa che gli chiede l’avvocato è come mai l’associazione AddioPizzo non lo ha più seguito, e Giambertone gli risponde che lui non ne ha idea del perché, allora  l’avvocato gli dice che magari è possibile che l’associazione non ha gradito le interviste che lui ha rilasciato alla stampa. Ma Giambertone controbatte dicendo che la prima intervista gliela aveva organizzata proprio uno degli avvocati dell’associazione e che quindi non è assolutamente per quel motivo.
Comunque, alla fine l’avvocato Barcellona prepara il mandato e gli dice che da quel momento in poi lo seguirà lui.

L’imprenditore Giambertone mi dice anche che dopo le prime interviste nessun giornalista si è più fatto sentire, lui ha provato a contattarli più volte, dicendo che aveva altre cose da dire, ma nulla. L’unico che si è
dimostrato sempre disponibile è stato il giornalista Ignazio Marchese che gli ha sempre detto: “Se hai qualcosa da dire me lo dici e ci incontriamo”. E ha sempre sottolineato che non lo faceva perché voleva l’esclusiva ma per far conoscere alle persone la situazione di questo onesto imprenditore che dopo aver aiutato lo Stato è stato abbandonato dallo stesso.

Giambertone ha subito tante minacce da parte della mafia, l’ultima intimidazione è stata al cantiere per il rifacimento di un palazzo in Via Roma, nel febbraio scorso, dove gli hanno fatto sparire tutta l’attrezzatura.
Lui pensa che per questo furto gli spetti un risarcimento e quindi dopo essersi consultato con l’associazione AddioPizzo, vanno insieme dal Comandante dei Carabinieri. Il Comandante gli dice che gli spettava
assolutamente. Stiamo parlando della legge del 23 febbraio 1999, N° 44 “Disposizioni concernenti il Fondo di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura”. Ma, purtroppo, ad oggi la Prefettura gli ha
riconosciuto come diritto solo l’articolo 20 della suddetta legge, e cioè entro una settimana si è visto sospesi i termini per quanto riguarda i suoi debiti. Come se non bastasse Giambertone è in attesa da più di un anno di essere udito dalla Commissione Parlamentare Antimafia, che dopo più di 10 pec non gli ha mai risposto, fatta eccezione per l’Onorevole Aiello che ad aprile gli ha risposto dicendogli che a causa del Coronavirus non si facevano audizioni.

A causa dei suoi elevati debiti ha dovuto vendere tutto quello che possedeva e che aveva acquistato lavorando onestamente. Per gli altri lavori ha dovuto ricorrere al noleggio, visto che gli avevano rubato tutto, e quindi altri costi. Inoltre, a causa del Coronavirus si è dovuto fermare, ed ha dovuto pagare la cassa integrazione ai suoi operai. Mi dice, con tanta amarezza, di non aver avuto mai nessuna agevolazione da nessuno, che si è sento abbandonato da tutti, anche da qualche familiare ed amico, ha subito solo danneggiamenti e delusioni, e questo è il risultato di quattro anni di denunce. E addirittura dopo tutto quello che ha fatto per lo Stato, una volta si è sentito dire da un Carabiniere “ma lei ha mai pensato di farsi una nuova vita e andarsene?”, e questo per lui è stata un’ulteriore umiliazione. Ma lui sempre, con
fermezza, ha sempre detto che non arretra di un passo e che sono loro (i mafiosi) che se ne devono andare, non lui che lavora onestamente.

A causa delle intimidazioni della mafia lui ogni volta che deve andare al lavoro o deve rientrare a casa è costretto a chiedere assistenza alle Forze dell’Ordine, perché questi esseri schifosi dei mafiosi gli si presentano anche sotto casa. Lui ha chiesto più volte di essere ascoltato dalla Prefettura, inviando decine di pec e telefonando, al Signor. Prefetto e al Vicario del Prefetto, ma nessuno gli ha mai risposto. La presenza parziale della protezione dello Stato, lo ha visto costretto a dover stipulare un contratto con una ditta di  vigilanza privata, che nonostante, a causa delle difficoltà economiche, non gli paga le fatture da più di otto mesi continua ad effettuare il servizio di vigilanza.

Voglio concludere questo articolo con una frase del Signor. Giambertone: “A me la vita ha insegnato che il tempo è il miglior giudice, in qualunque circostanza, in qualunque situazione”!

Giuseppe Galeazzo

- Pubblicità-

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome qui