E l’atomo disse:«provami, sono sicuro!»

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Non conta nulla, non ha alcuna valenza politica, non è un test per il Governo. Libertà di voto dice il Pdl, come Lega Nord, Fli, Udc, Api. Libertà di voto, come se non fosse una cosa ovvia in un Paese democratico, come se la scelta di «non metterci il cappello» di Pd e Idv fosse una scelta strategica, un atto d’arguzia per raggiungere il quorum. Insomma, come se fossimo degli stupidi, che abbiano bisogno della strada segnata da seguire, come se non lo capissimo da soli dove sta il nostro bene, come se non vedessimo la realtà. Il prof. Franco Battaglia – nostro siculo compatriota – , zigano televisivo ogni volta che si tratta di difendere la scelta nucleare, fermo sostenitore della tesi dell’imbroglio delle vittime dei tumori prodotti dalle radiazioni nucleari, ci ha deliziato in questi giorni con le sue delucidazioni. «Chernobyl è una colossale mistificazione mediatica» mi pare di avergli sentito dire, zero morti prodotti dall’esplosione del 1986 della Centrale nucleare V.I. Lenin ucraina. Effettivamente le conclusioni delle fonti citate dal Battaglia – UNSCEAR (Comitato scientifico delle Nazioni Unite per lo studio degli effetti delle radiazioni ionizzanti) ed AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) sono meno allarmanti di quel che ci si aspetterebbe: 65 morti accertati e 4000 presunti in un arco temporale di 80 anni. Senza voler citare le ben più drammatiche e preoccupanti rilevazioni di altre fonti, i popoli hanno oramai compreso che non ci si può fidare ciecamente delle notizie che arrivano dall’alto, che cos’ tante volte ci hanno gabbato. Per un’analisi attenta, impossibilitati di giungere alla constatazione diretta degli effetti delle radiazioni nucleari, sarebbe per questo importante avvicinarsi con un occhio critico alle fonti dei dati alle quali attingiamo, in quanto, ad un primo sguardo – nemmeno molto attento – ci rendiamo conto che (secondo e terzo rigo della presentazione nel sito ufficiale dell’agenzia) le parole usate dall’AIEA per descrivere la propria azione ed i propri fini sono precise ed inconfutabili: «the Agency works with its Member States and multiple partners worldwide to promote safe, secure and peaceful nuclear technologies» («l’Agenzia lavora con i suoi Stati Membri e con molteplici collaboratori in tutto il mondo per promuovere tecnologie nucleari in maniera prudente, sicura e pacifica»). Promuovere. Promuovere promuovere promuovere. Mi pare alquanto evidente non si tratti di un’agenzia di controllo, ma di un’agenzia di “promozione”, il cui direttore generale porta il nome di Yukiya Amano, è giapponese di Yugawara, e portatore di una laurea in Legge e di una lunga carriera da ambasciatore, mentre il suo predecessore, Mohamed El Baradei, anch’egli laureato in Diritto Internazionale e per lungo tempo ambasciatore egiziano all’O.N.U., con l’Agenzia suddetta è riuscito persino a vincere il Premio Nobel per la Pace nel 2005, «per i loro sforzi per impedire che l’energia nucleare venga usata per scopi militari e per assicurare che l’energia nucleare per scopi pacifici sia utilizzata nel modo più sicuro possibile». C’è un ché di comico nell’assegnazione all’AIEA di un premio che porta il nome dell’inventore della dinamite. Senza voler contestare i dati – né la competenza e la professionalità dell’istituzione – mi pare naturale poter affermare che un’agenzia di “promozione” quale l’ho definita, con tutta la buona volontà del mondo, non può che puntare verso un orizzonte prefissato, immutabile. La manipolazione dei nuclei atomici. Certamente non spetta a questa nostra agenzia internazionale porre le basi per una svolta sul nucleare, chiudere forse la pagina del nucleare, almeno per ora. Certamente non spetta ad essa “controllare”, ma i nostri capi internazionali hanno provveduto direttamente a questa mancanza, attraverso il già nominato UNSCEAR.

Fondato nel 1955 tramite risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, esso è composto da 21 membri – provenienti dai 21 Paesi scelti sempre e comunque dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – , 15 dei quali in carica proprio da quel lontano 1955. Ecco, l’UNSCEAR è il nostro controllore, che – pur non avendo alcuna capacità impositiva delle proprie scelte – è la più importante istituzione della Comunità Internazionale riguardo la problematica «energia nucleare ed effetti da esposizione a radiazioni». Ma il problema sta sempre lì, in quel punto nevralgico verso il quale noi italiani siamo perfettamente abituati a guardare, ovvero: «Che rapporto c’è fra il controllore – l’UNSCEAR – e i controllati – i governi mondiali – ?». Da italiani disillusi saprete già la risposta. Sono i governi in carica dei singoli Stati che nominano gli scienziati che andranno a fare parte della commissione, e che lavoreranno sempre e comunque in una condizione di dipendenza dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza O.N.U., ai quali vengono sottoposte le ricerche effettuate prima di essere pubblicate, e dai quali si ricevono i fondi per le ricerche stesse. 21 membri da 21 governi differenti, posti in condizione di dipendenza gli uni rispetto agli altri. Ma se paiono a me stesso non abbastanza significanti tali tesi – utilizzate indubbiamente per mettere in discussione, se non il risultato, quantomeno i meccanismi di produzione delle ricerche dell’UNSCEAR – , risulta necessario fare un passo proprio dentro quei Paesi “fornitori” di scienziati per l’organizzazione internazionale, ed il loro rapporto con l’energia nucleare – che, in maniera fin troppo semplicistica, è analizzabile attraverso il numero di centrali nucleari possedute, ma anche in rapporto alla percentuale di energia nucleare sulla produzione energetica totale interna. Infatti, dei 21 Paesi dell’UNSCEAR, 15 (Argentina, Belgio, Brasile, Canada, Cina, Francia, Germania, India, Giappone, Gran Bretagna, Messico, Russia, Slovacchia, Svezia e Stati Uniti) posseggono già un apparato di produzione di energia nucleare, per un totale di 363 centrali nucleari in funzione, mentre gli altri 6 (Australia, Egitto, Indonesia, Perù, Polonia, Sudan) sono tutti in uno stato avanzato per l’avviamento di una propria politica nucleare. Se ai reattori esistenti si sommano poi quelli in stato costruzione o già pianificati dalle politiche governative (sempre limitandoci ai Paesi dell’agenzia transnazionale), il numero delle centrali nucleari sale a 777. In più, per 7 di questi Paesi il nucleare costituisce più del 20% della produzione energetica totale (in Belgio 51,7%, in Slovacchia il 53,5%, in Francia il 75,2%), e per questo necessiterebbero inevitabilmente di un piano di lungo periodo per abbandonare tale fonte energetica, mentre Paesi come l’Australia, che forniscono il 31% dell’uranio mondiale, non potrebbero che guardare storto la fine del nucleare a livello mondiale. Non c’è alcun bisogno di contestare i dati per farsi venire dei dubbi sulla loro totale genuinità, soprattutto dopo la tarda presa di coscienza mondiale che – un giorno non molto distante – il petrolio finirà. In ogni caso, comunque, la cosa più assurda ed inconcepibile appare la rassegnazione con cui si accetta l’ineluttabilità del nucleare come energia futura, chiudendo la bara di energie rinnovabili alle quali, se solo fosse stata dedicata tanta ricerca quanta per 50 anni ne è stata dedicata allo sviluppo del nucleare, forse non staremmo nemmeno qui a parlarne di queste centrali. E la responsabilità è mondiale.

Non intendo entrare nel merito della questione nucleare in Italia, non essendo perfettamente informato sull’argomento, e rischiando di cadere nell’ovvietà e nel qualunquismo. Posseggo delle mie convinzioni personali, per questo saranno 4 i SI che segnerò al referendum abrogativo del 12 e del 13 di questo mese, ma non è questo l’argomento. Vorrei semplicemente consigliare – in tutta la mia ignoranza – al prof. Battaglia di scendere dalle barricate, perché, indipendentemente dalle sue convinzioni, dai suoi rapporti professionali con ben due governi Berlusconi, dalla sua attività editoriale su Il Giornale, chi si permette di dire che  un referendum rappresenta una realtà antidemocratica è probabilmente non in grado di afferrare l’importanza che, in un contesto comunitario di qualsiasi tipo, sia la comunità stessa a decidere, per sé, a torto od a ragione. Un giorno i progetti positivisti dei nuovi Comte e Spencer si avvereranno, e staremo come automi a farci guidare dall’infallibilità degli scienziati. Oggi, invece, possiamo gridare che non si decide nulla senza di noi, perché difendere la democrazia, il diritto a partecipare, a non sentirsi schiacciati dai potenti, a ribellarsi, significa vivere, come significa vivere dire SI alla pubblicità dell’acqua, SI all’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e SI alla ricerca di un’alternativa sostenibile in questo mondo che vogliamo distruggere ad ogni costo. Buon referendum, non manchiamo quest’occasione.

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