È l’Istat che rovina l’Italia

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Mentre il mondo politico si scatena attorno alla sentenza Mondadori, con attacchi e sproloqui da destra e da manca – mai termine fu più azzeccato per definire la Sinistra italiana – , con insulti, starnazzi, deliri, a rompere questo idilliaco confronto da reality show della nostra politica arrivano, come ogni inizio di secondo semestre dell’anno, i dati Istat. Il vero guaio dell’Italia e dell’italiani, attaccata da destra e da manca, l’Istat svolge il crudo lavoro di illuminare ogni cittadino – persino le “teste sapienti” della politics – sulle condizioni economiche e sociali in cui versa il nostra beneamato nazione. Ed ogni volta, incredibilmente, sono botte orbe.

Non potendo mancare l’appuntamento, in quest’estate nella quale gli speculatori – che ancora masticano la carcassa greca – sembrano davvero aver puntato i loro fucili di precisione sulla preda facile Italia, i dati dell’Istat sull’occupazione e sulla crescita economica potrebbero avere un effetto afrodisiaco per le agenzie di rating, gli scommettitori folli ed il panico di Mercato – la vera “mano invisibile” di Adam Smith. In una settimana le banche italiane hanno dato alle fiamme della Borsa 8 miliardi otto di capitalizzazione, tanto che Unicredit, Intesa Sanpaolo, Banco Popolare e Montepaschi hanno riscontrato perdite rispettivamente del 20%, del 13.5%, del 12% e del 7%, e il soccorso della Consob è parso tanto obbligato da portare qualcuno a cominciare a farsi domande pericolose e sovversive: «ma se ci hanno detto che il Mercato si autoregola, perché i danni del Mercato li devono sempre pagare quelli che stanno ai margini del Mercato, e li devono sempre risolvere agenti esterni al Mercato stesso?». Il crollo di Piazza Affari del 3,47% – secondo quest’anno solo a quello del 21 febbraio (3,59%) – è stato attribuito a Giulio Tremonti, ministro dell’Economia e delle Finanze, alle vicende che coinvolgono il suo “braccio destro” – quello che paga gli appartamenti e porta le buste per le nomine – Marco Milanese, ai suoi contrasti con il Premier, tutti fattori che minano la credibilità internazionale dell’avvocato tributario sondriese, e – a quanto pare – dell’intero sistema economico italiano. Certo, dall’inizio della II Repubblica, il ministro Tremonti, che ha presieduto il controllo delle finanze statali italiane per 103 mesi su 206 – l’ultima volta succedendo all’ormai defunto Padoa Schioppa – , è stato certamente fra i protagonisti dell’economia nostrana, cosa che, proprio considerando i dati elaborati proprio dall’Istat “rossa” in questi anni, non gli fa molto onore. Ed ora, proprio sue eventuali – ma, secondo scuola Forza Italia, impossibili – dimissioni, fanno ribollire le piazze finanziarie, esplodere le banche italiane ed inginocchiare l’intero Paese ai suoi piedi, chiedendogli di rimanere e di salvarci, Deus ex machina dell’economia nazionale.

Il problema infatti non sono quarant’anni di politiche economiche “alla buona”, con un crollo di razionalità, efficienza, legittimità, consenso e legalità definitivo negli ultimi venti, ma di chi, i dati di un’economia in declino, meglio, in caduta libera, ce li porta nel piatto vacante di cibarie ma pieno di lacrime, anche se naturalmente incapace di spiegarci che dietro ogni dato si trova una storia, una vita. Gli ultimi dati seguono, in ogni caso, la falsa riga di sempre, quella che non sconvolge più, soprattutto quando si parla di disoccupazione. Sono riferiti al primo trimestre 2011, e contengono molte di quelle che i telegiornali definirebbero «cifre importanti»: 2 milioni e 155mila disoccupati – lavoratori interinali, “flessibili”, precari, in nero, “scoraggiati” esclusi, sono un buon numero – così distribuiti: 18% (390mila “unità”, ovvero persone) nel Centro Italia, 35% (762mila) al Nord, 50% (più di un milione) al Sud. Approfondendo l’analisi, la realtà che emerge è quella di una Sicilia e di una Campania che, rispettivamente con un tasso di disoccupazione del 15% e del 15.6%, che raggiungono insieme un numero di disoccupati che supera i 500mila, con la Sicilia che si attesta – a dimostrazione del fatto che i comitati di “se non ora quando?” non nascono dalla parte più beghina della società – al 18.1% se si prende a riferimento la situazione lavorativa femminile. Numeri che niente hanno a che vedere con quelli del Nord Italia, che in alcuni casi scendono sotto la soglia di 1/3 dei fenomeni registrati nel Meridione: 5.4% Veneto, 5.2% Emilia Romagna, 4.4% Valle d’Aosta, 3.9% Trentino-Alto Adige.

Questa è l’Italia «a due velocità». L’Italia che dondola appresso a Piazza Affari, che non produce più e che non sa investire, che non è in grado di competere nei Mercati e nella produzione, l’Italia che non cresce. È la stessa Italia che si affida all’Emanuele di turno per la sua salvezza economica, e che pensa che per crescere si debbano chiudere i battenti del Welfare State e dei diritti, con la bottega della partitocrazia e del clientelismo sempre aperta. Chiedete a Sergio Marchionne com’è andata in questi giorni in Borsa per la Fiat, non credo vi risponderà. Sarà colpa dell’Istat la crisi economico-finanziaria italiana dell’ultimo quarantennio. O della Fiom, è questione di punti di vista.

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