Messina, terra di mafia

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La vita a Messina, le difficoltà incontrate e il futuro.

Maurizio De Lucia, il capo della Procura di Messina parla di una mafia “low profile” che non uccide ma fa paura e davanti alla quale non bisogna abbassare la guardia.

Procuratore Maurizio De Lucia, ci siamo visti per la prima intervista a marzo, ora torniamo “sull’argomento”. Ha compreso meglio il contesto?

«Certo, rispetto all’anno scorso alcune cose sono cambiate nel senso che, non io, ma il mio ufficio ha posto in essere una serie di attività con le forze dell’ordine che stanno oggettivamente dando dei risultati. Il contesto è quello che conoscevamo e che non può prescindere dalla presenza mafiosa nella provincia di Messina. Oggi si tratta di una mafia non particolarmente feroce dal punto di vista militare, tant’è vero che non abbiamo registrato omicidi quest’anno, ma molto attiva nel tentare di inserirsi nel tessuto economico del territorio».

E cosa avete registrato?


«Una serie di incendi, soprattutto nella zona tirrenica, che hanno colpito diverse attività commerciali, abbiamo registrato alcuni episodi cruenti con uso di armi da fuoco nella città di Messina. Nessuno di questi ha procurato morti, ma sono sintomi di un’attività molto intensa del crimine organizzato, sia pure praticato con un basso livello di violenza. La conseguenza che ne traiamo è che sotto questo profilo di politica giudiziaria, non solo non si può abbassare la guardia ma anzi le attività investigative sul punto si devono incrementare».

Dove sono annidate invece le difficoltà?


«Molte cose sono state fatte, altre sono in cantiere, ma si deve anche dire che oggi la Procura ha le sue maggiori difficoltà non nel gestire le indagini, ma nelle fasi successive, dove tutta la macchina della giustizia sconta tempi di celebrazione dei processi assolutamente sono eccessivi. Noi, ma ancora di più gli utenti del servizio giustizia, le vittime e gli stessi imputati, non possono attendere anni per ottenere sentenze».

E da cosa dipende?


«Indubbiamente da un dato strutturale, cioè la complessità del nostro Codice di procedura penale, nel quale sono presenti una serie di adempimenti che in realtà garantiscono molto poco gli innocenti che finiscono sotto processo e che giovano invece molto ai colpevoli. Ma accanto a problematiche che riguardano tutti i processi penali e che impongono di ripensare alla struttura del Codice, si accompagnano i problemi specifici della giustizia messinese».

Quali sono?


«I magistrati sono senza dubbio insufficienti rispetto alla domanda di giustizia del Distretto. Mi pare evidente che si possa dire che due sole sezioni penali del Tribunale di Messina che devono gestire tutti i processi collegiali che la Procura offre al Tribunale siano assolutamente insufficienti. Tempo addietro il ministero della Giustizia ha fatto una scelta che, più passa il tempo più si rivela sbagliata, cioè quella della riduzione degli organici per Messina. La mole di lavoro svolta è in assoluta controtendenza rispetto a tale scelta. Servono più magistrati, più sezioni di tribunale, più Gip e naturalmente anche più sostituti procuratori. Noi siamo impegnati a coprire una serie di esigenze che riguardano non soltanto la città di Messina ma un intero distretto. Non dimentichiamo che si parla di 108 comuni e di una popolazione di oltre 230.00 persone».

E allora cosa serve?


«Per far funzionare la macchina serve sicuramente una riforma strutturale del Codice di procedura penale, che deve snellirsi e di molto. Ma serve anche un impegno strutturale con un incremento sia di personale togato, sia di personale amministrativo, non mi stancherò mai di ricordare che l’età del personale amministrativo in servizio a Messina si avvicina sempre più ai 60 anni, che abbiamo bisogno di immettere forze nuove all’interno di una struttura che, per com’è fatto il palazzo di giustizia, sono insufficienti. Il Palazzo di giustizia dev’essere assolutamente ripensato, perché così com’è è insufficiente. L’esigenza non è solo di chi ci lavora, ma di tutta la città».

Torniamo però ai fenomeni criminali…


«Ripeto, il primo fenomeno da contrastare è e rimane quello della criminalità mafiosa, sotto il profilo in particolare della infiltrazione nel campo dell’economia e sotto il profilo del tentativo di acquisire attività economiche sia nella città che nella provincia, nonché tentando di incrementare il mercato degli stupefacenti. Anche qui niente di nuovo, ma è un dato sul quale è necessario non solo riflettere ma fare importanti investimenti in termini repressivi di investigazione penale».

Lei ha parlato di alcuni recenti episodi di sangue legati alla criminalità organizzata, che non sono ancora stati risolti. Non potrebbe essere il tentativo della cosiddetta vecchia mafia, mi riferisco a quella degli anni ’80-’90, di rientrare in gioco?


«Tenderei ad escluderlo. Si tratta invece di fermenti non particolarmente coordinati all’interno delle organizzazioni criminali che in qualche misura sono presenti in città e in provincia. Ma su questo è chiaro che abbiamo una serie di attività in corso e che quindi altro non si può dire. È chiaro che i segnali sono questi, segnali a bassa intensità di violenza: nessuno uccide nessuno ma tutti dimostrano di essere in grado di usare le armi. Che è il dato che ci deve fare riflettere».

Il recente attentato al figlio e al nipote di un ex collaboratore di giustizia potrebbe essere “la spia” del ritorno dei boss 50enni in città?


«Questo non lo possiamo dire. Quello che possiamo dire è che se uno è stato affiliato a un’organizzazione mafiosa, a meno che non inizi a collaborare con la giustizia, rimane un mafioso e quindi, scontata la pena e uscito dal carcere, continuerà a “mafiare”.  Questo è un insegnamento che viene anche dalla mia pregressa esperienza e che non è mai stato smentito. Si smette di essere mafiosi o perché si muore o perché si inizia a collaborare con la giustizia. Altrimenti, anche scontata la pena, il mafioso torna a fare il mafioso. Ma ripeto non lo dico io, lo dicono decenni di indagini sulla mafia siciliana ma anche su altre indagini».

Possiamo focalizzare il momento della mafia barcellonese dopo le operazione “Gotha”. È in riorganizzazione?


«Tutte le mafie sono sempre in fase di riorganizzazione. Ogni volta che la Procura e le forze dell’ordine intervengono con delle misure cautelari  indeboliscono, destrutturano le organizzazioni ma non le annientano. Le organizzazioni cercano di ristrutturarsi, ma  il livello al quale avvengono queste ristrutturazioni tende sempre più verso il basso. Non diamo spazio a una ristrutturazione completa. Ed è parte delle strategie di politica giudiziaria, quella di continuare a investigare massicciamente sul territorio per ridurre la capacità riorganizzativa delle organizzazioni stesse».

Ecco, la recente operazione di Palermo con la riunione della “commissione” dopo tanto tempo, una volta lo Stato arrivava sempre dopo, adesso arriva prima?


«Questa operazione di Palermo ricorda molto l’operazione “Perseo”, che io stesso ho contribuito a istruire circa 10 anni fa, e dove emergevano gli stessi profili. Le organizzazioni mafiose come Cosa nostra tendono a creare un loro vertice. Per creare questo vertice ci vogliono dei soggetti esperti, in grado di muoversi e dunque liberi. E però oggi è sempre più difficile individuarli perché il nostro patrimonio di conoscenza è molto più elevato del passato. La forza della mafia sta nell’omertà e nella mancanza di conoscenza delle sue strutture. Ma questa mancanza di conoscenza di oggi è di molto inferiore al passato. 

Noi oggi sappiamo molte più cose, vale per la mafia di Palermo ma vale anche per la mafia di Barcellona».

Il pentitismo della mafia barcellonese, esploso dopo un periodo di oscurantismo eccessivo e pilotato quanto ha contribuito allo scardinamento della mafia di Barcellona?


«Anche questo vale per la mafia di Barcellona Pozzo di Gotto ma vale per tutte le mafie. Noi di una struttura segreta come l’organizzazione mafiosa possiamo conoscere solo dall’interno. E quindi chi è stato partecipe dell’organizzazione mafiosa e inizia a collaborare con lo Stato dà un contributo assolutamente determinante, non solo per individuare i mafiosi ma per capire come funziona l’organizzazione. Per questo lo strumento dei collaboratori di giustizia rimarrà sempre uno strumento irrinunciabile per le indagini contro il crimine organizzato. E questo è uno dei grandi insegnamenti di Giovanni Falcone».

Il territorio messinese e quello barcellonese, tra gli anni ’80-’90 sono stati il “conclave” di tutta una serie di depistaggi, connivenze tra criminalità organizzata, mafia, forze dell’ordine, magistratura. È una stagione superata?


«Noi continuiamo a lavorare anche su quella stagione. Però devo dire che oggi la situazione è radicalmente cambiata, perché oggettivamente lo Stato è molto più forte della mafia, non c’è più un equilibrio come c’era in quegli anni, e quindi un tentativo di mediazione tra pezzi di Stato e pezzi dell’organizzazione mafiosa. Oggi direi che siamo in presenza di una mafia più debole e quindi meno appetibile sul mercato degli incontri con altri ambienti, con “altre entità”, come diceva buscetta».

Cosa nostra barcellonese ha individuato un nuovo capo?


«Se io sapessi chi è il nuovo capo della mafia barcellonese non glielo direi comunque, quindi la domanda è priva di risposta. Ma a proposito del territorio di cui stiamo parlando: noi non abbiamo solo un grosso problema di mafia ma anche un grosso problema legato alla tutela dell’ambiente. Si tratta di un problema serissimo, per il quale, tra l’altro la normativa repressiva è certamente insufficiente. Ciononostante la Procura sta facendo un grande sforzo che riguarda la verifica delle situazioni di rischio che riguardano l’ambiente. Ciò vale in particolare per lo stato dei corsi d’acqua e per lo smaltimento dei rifiuti. Tutti questi temi per noi hanno la stessa valenza  della criminalità mafiosa, perché abbiamo ben presente l’esigenza di tutelare anche questi settori».

Già, ma è passato oltre un anno dal sequestro di una serie di torrenti…


«Noi facciamo indagini sui fatti, cerchiamo gli autori dei reati e perseguiamo quelli. Perciò una politica ambientale vede l’attività della magistratura assolutamente residuale, cosi come deve essere. È chiaro che prima dell’intervento penale servirebbero tutta un’altra serie di interventi che però troppo spesso non si vedono e la cui assenza pertanto impone l’intervento del giudice penale».

A Messina che resistenze ha incontrato?


«Non ci sono resistenze palesi al lavoro della magistratura. Esistono problemi di ordine burocratico importanti, che però possono nascondere interessi a non fare funzionare l’azione della giustizia».

Articolo pubblicato Su GAZZETTA DEL SUD

a firma di Nuccio Anselmo

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