1848, la caduta di Messina raccontata da Il Carroccio

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171 anni fa l’elogio de Il Carroccio alla città di Messina. Lo storico Pieri: difesa epica ma sconosciuta.

«ONORE A MESSINA!» Così titolava “Il Carroccio”, organo dell’Associazione Agraria di Casale Monferrato, 171 anni fa. Era il 16 settembre 1848 e la città, “la nuova Missolungi”, era caduta.

In piena resistenza antiborbonica, Il Carroccio, Giornale delle province scriveva: “Messina ha mantenuto il suo terribile e sublime giuramento di seppellirsi sotto le sue ruine anziché cedere al tiranno, e già l’incendio, le palle e le bombe hanno pressoché disfatta la Varsavia e la Missolungi italiana, e il piede delle vandaliche e codarde schiere del Borbone ha profanato le sacre macerie dell’eroica città”.

L’uscita numero 39 del foglio diretto da Pier Dionigi  Pinelli, dalla breve parabola editoriale (1848-1851) e teso a idee neoliberali e neoguelfe, dipingeva i barbari come codardi che non potendo sopraffare “una città invincibile l’hanno convertita in un mucchio di fumanti rovine”.

“tavola del libro – La Italia storia di 2 anni 1848-49 di Candido Augusto Vecchi pag. 222”
 

Il Carroccio invitava, dunque, il governo a interpretare i sentimenti del popolo “al grido di vendetta” e tutti i Siciliani ad armarsi per “tuffare e rituffare le vostre mani nel sangue di questi vandali del secolo decimonono”. Una dura chiamata alle armi giustificata dal fatto che la guerra condotta contro la città di Messina non era più la “guerra generosa e umana che noi combattemmo in gennaio e febbraio: Ferdinando la volle guerra di sterminio, e tale sia”.

“Sicilia tutta – proseguiva – è pronta a imitar Messina ma in nessuna parte di Sicilia v’è una cittadella come in Messina, in nessuna parte è possibile a’ vili chiusi dentro inespugnabili muraglie disfare e incenerire una città. ”

“Eroismo divino e abnegazione senza esempio” meritavano dunque per Il Carroccio un’aspra vendetta,  “rammentando quella città eroica, il cui nome rimarrà eterno nella storia”.

Una difesa epica come descritta anche dallo storico Piero Pieri che in “Storia militare del Risorgimento” fornisce una spiegazione del perché la difesa di Messina non è per nulla nota come meriterebbe, ma al contrario quasi ignorata.  

“Ha nociuto a ciò il fatto che apparve fuori dell’isola come una lotta fratricida – spiega Pieri – in difesa d’un particolarismo regionale anacronistico, e neppure si può dire che sia emersa qualche alta figura come Garibaldi a Roma, Guglielmo Pepe a Venezia, Tito Speri a Brescia. Ma se vogliamo considerarla come lotta per la libertà contro il Borbone fedifrago e liberticida e come manifestazione della capacità rivoluzionaria e della forza d’abnegazione del popolo italiano, dobbiamo riconoscere che solo le Dieci giornate di Brescia nella loro ultima fase si possono paragonare a quanto seppe compiere Messina.

Secondo lo storico, infatti, quella di Messina fu soprattutto lotta di popolo, “decisione ferma di non cedere, spirito di sacrifizio portato al più alto grado. Ma certo – conclude Pieri – per ben otto mesi, fu una strana mescolanza di luci e di ombre, di eroismi e di manchevolezze, e mostrò soprattutto l’insufficienza della sua classe dirigente, e tale insufficienza apparve più che mai nel seguito della lotta.”

In allegato il pdf del giornale dell’epoca

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