FRANCESCO, IL FOTOGRAFO DEI MIGRANTI

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Foto di Francesco Malavolta
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Di immigrazione si parla, si scrive. Si fanno calcoli, statistiche. Si studiano soluzioni, più o meno discutibili. C’è chi marcia a piedi scalzi, chi alza muri con filo spinato. E poi c’è chi, l’immigrazione, la vive. Non in prima persona, non scappando da una terra ormai eviscerata, non pregando che il gommone regga sotto il peso di centinaia disperati come te. Ma chi la vive per l’informazione, quella vera. Quella fatta di immagini e suoni che non si dimenticheranno più. Non vissuti attraverso un monitor, ma attraverso un obiettivo. Il tuo migliore amico.

Francesco Malavolta, fotografo e giornalista. Formatosi all’Istituto Superiore della Fotografia di Roma, ha poi conseguito un master in Fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano. Dal 2011 documenta, per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea “Frontex”, quel che accade lungo i confini marittimi e terrestri del Continente. Ma se si parla di confini, oggi più che mai, si parla di flussi migratori. Ed è questo che sin dagli anni ’90 guida l’operato di Francesco: documentare ciò che accade ai confini, alle frontiere, seguendo le vicende dell’immigrazione fin dai tempi del grande esodo dall’Albania. Francesco Malavolta si racconta a noi de ilcarrettinodelleidee.com, spiegandoci cosa significa, oggi, essere definito ‘il fotografo dei migranti’.

“Negli ultimi 10 anni ho focalizzato il mio lavoro su quelli che sono i flussi migratori che hanno interessato sia il Mediterraneo che altre rotte, come i Balcani, fino allo Stretto di Gibilterra. Zona molto calda della quale si parla poco, ma che vede il centro Africa tentare di penetrare in Europa. Mi occupo ormai quasi esclusivamente dei flussi migratori. Seguo tutti gli eventi più importanti in quasi tutta Europa, soprattutto ovviamente nel nostro Mediterraneo”.

Segui i flussi migratori da molto tempo. Com’è cambiato questo fenomeno negli anni?

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“In principio era più facile svolgere il mio lavoro. Era un fenomeno nuovo e probabilmente c’era anche meno attenzione. Ultimamente con l’espansione e con le grandi tragedie che abbiamo avuto nel Mediterraneo, è probabile che si dedichi alla questione un’attenzione maggiore. Più attenzione non significa però maggiore velocità nel risolvere la situazione. Anzi aumentano le chiusure. Basti vedere quello che sta succedendo in Ungheria, dove hanno deciso di chiudere le frontiere. Addirittura, se ad oggi un cittadino europeo che si trova in Ungheria, decida di spostarsi a sud, al confine con la Serbia, per documentare quanto sta accadendo, si vede negato il passaggio. Ciò tecnicamente non dovrebbe accadere. Con regolare passaporto, un civile potrebbe passare in Serbia, ma ad oggi gli viene impedito, anche se non è un giornalista”.

In che modo invece sono cambiate le esigenze di questi interi popoli che si spostano, abbandonando tutto?

“Sono cambiate molto. Oltre ai flussi migratori più conosciuti ed evidenti, come quelli verso la Sicilia, che dall’inizio del 2000 interessano sempre le stesse zone del centro Africa, colpite da problematiche che non sono cambiate negli anni, come la dittatura, la povertà, uno stile di vita dal quale si vuole fuggire, un’economia povera, gli altri fenomeni erano legati alle comunemente conosciute ‘primavere arabe’. Il flusso migratorio cominciò a interessare popoli che scappavano dalla Libia, dalla Tunisia, per problemi legati alla dittatura. Non per ultimo, il problema che ad oggi preoccupa maggiormente è quello dei siriani. A partire dal 2011 iniziarono un’emigrazione in massa prima verso i campi della Giordania, del Libano, e successivamente verso l’Europa. Prima cercando di attraversare il Mediterraneo, giungendo in Sicilia. Da parecchi mesi tentando un nuovo canale che li porti nei Balcani. Quello che cambia è quindi il soggetto, oltre alla provenienza e alle motivazioni. Si parla di profughi, di rifugiati. Persone che scappano  da una realtà completamente diversa, che non è quella economica, ma è quella legata a delle zone di guerra. Una realtà in cui il clima è assolutamente caotico. Terre occupate dal regime di Assad, dall’Isis, dai jihadisti, una confusione che ricorda un po’ quanto successo in Libia. Moltissimi gruppi armati in guerra fra loro. Fondamentalmente si fugge via dal regime di Assad, ma il fattore Isis ha complicato enormemente le cose”.

Nello svolgere il tuo lavoro, ti è capitato di seguire fisicamente alcuni gruppi di migranti per lunghi tragitti. C’è una storia che ti è ‘rimasta addosso’?

“Le storie potrebbero dirsi tutte uguali e tutte diverse. E’ gente che scappa dalla guerra. Gente che ha perso tutto o tutti, chi il padre, chi la madre, chi i genitori o i propri figli. Quindi non c’è una storia particolare. Parlare di una sarebbe come sminuirne un’altra. Direi che ci sono tantissime storie, tutte che fanno male. Pensare a bambini che hanno dovuto lasciare quello che era l’inizio di un’infanzia. Bambini di 7/8 anni abituati ad andare a scuola, che hanno dovuto lasciare tutto per mettersi in cammino, prima rifugiandosi in Medio oriente, per poi intraprendere un viaggio dell’incertezza. Un’incertezza che si chiama Europa. Un’Europa che ancora non può contare su decisioni certe e su prospettive future. Sono tutte situazioni diverse, con u

n unico fattore comune, che è quello della disperazione. Della voglia di andar via, di scappare. Scappare da una terra che poteva garantire una vita, una permanenza, un’istruzione. Parliamo di una Nazione che garantiva istruzione scolastica, una realtà interessante in cui vivere. Tutto questo porta alla distruzione di una realtà, di un’intera popolazione, se consideriamo che, ormai, quasi metà della popolazione è andata via, lasciando un Paese che è ormai lesionato anche culturalmente. Basti pensare a quello che è successo a Palmira, o in altri luoghi di cultura. Tutto questo fa pensare che per ritornare a una situazione normale, se mai ci sarà una situazione normale, ci vorranno decenni”.

Cosa ne pensi dei cosiddetti ‘scafisti 2.0’? Camionisti che trasportano persone come merci oltre le frontiere?

“Io personalmente credo che le informazioni debbano essere date con correttezza e non con la voglia di usare titoli ad effetto. Credo che sia necessario indagare a fondo. Se un autotrasportatore si ritrova a trasportare immigrati a sua i

nsaputa, perché intrufolati nel tir durante una sosta alla stazione di servizio, non reputo che debba essere accusato o processato. Chi invece utilizza il proprio mezzo di trasporto a scopo di lucro, per me è da considerarsi al pari di un delinquente. C’è gente che è morta per questo. Se invece si parla di camionisti che danno passaggi, per essere solidali, attraversando Stati, non trovo giusto che vengano trattenuti o accusati di essere dei trafficanti. Sono tre casi radicalmente diversi che devono essere analizzati in quanto tali, senza fare confusione”.

C’è qualcosa che noi occidentali dovremmo sapere per comportarci in maniera diversa?

“Dovremmo soprattutto tendere la mano. Anche se, negli ultimi periodi, forse in seguito alle recenti tragedie, c’è la volontà di essere più solidali. Ho visto molta gente muoversi in questa direzione, italiani e non solo. Basta vedere gli applausi dei tedeschi all’arrivo dei primi siriani, o i cartelli di benvenuto negli stadi tedeschi. Dovremmo non farci prendere dai cinque minuti di commozione quando si vede la fotografia di un bambino o di una famiglia

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 che non ce l’ha fatta, ma prolungare questa sensibilità anche al domani. Quando un siriano per la strada ci fermerà non solo per chiedere degli spiccioli, ma anche semplicemente per chiedere un’informazione. L’assistenza che dovremmo dare non è quella economica, ma anche semplicemente una stretta di mano, un contatto diretto che possa farli sentire un po’ più a casa. Tutto questo non solo con i siriani. I migranti dell’Africa centrale non sono di serie B. Molti hanno possibilità di essere accolti come rifugiati politici. Siriani, centro africani, nord africani, noi stessi, siamo tutti su questo pianeta, e tutti ci muoviamo. A noi tutti piace, quando si viaggia, non essere guardati con diffidenza, ma essere accolti come abitanti dello stesso pianeta”.

Nel futuro prossimo di Francesco c’è un viaggio a Belgrado, che in seguito lo porterà in Grecia, a poche miglia da quella Turchia, da quella Siria, da cui si vuole solo andar via. Ma mentre c’è chi scappa da una realtà che somiglia a un inferno, c’è anche chi, con la macchina fotografica al collo, quella realtà la vuole raccontare, ad ogni costo.

Gaia Stella Trischitta

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