Giovanni Giuffrida: A tu per tu con un personaggio di valore storico

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Non è solo un’idea colta per un regalo di Natale ma è sicuramente un diario attraverso cui passano gli avvenimenti della Sicilia dal dopo guerra fino alla soglia degli anni sessanta. Un’opera avvicinabile per intensità di eventi e fatti raccontati alla sceneggiatura di Giuseppe Tornatore nel suo ultimo film “Baaria”. Solo che questo libro appare tormentato ed elevato sin dalle sue prime angosce da quando l’autore illustra i motivi che lo spingono a scrivere.

Inizio questo mio diario con la viva speranza di poterlo continuare il più possibile … affinché un giorno queste pagine mi possano offrire lo spunto per narrare la mia triste, monotona ma pur sempre burrascosa vita che certamente non mancherà di episodi degni di essere raccontati”. Così si apre l’autobiografia di Giovanni Giuffrida, opera postuma a carattere diaristico che è nata dalla volontà dei figli Antonella e Silvio di soddisfare il desiderio del padre di dare sollievo a chiunque avesse conosciuto gli stessi suoi sacrifici. Presentato il 15 dicembre, alla Provincia Regionale presso il Salone degli Specchi, “A tu per tu con la mia coscienza e la mia anima” rappresenta una raccolta di riflessioni delicate ed intime di storia, una storia che ci appartiene al punto di far parte integrante del libro nell’incessante scorrere delle parole. La sala gremita di quel pomeriggio piovoso a Palazzo dei Leoni da la misura di quanto sia stata apprezzata e partecipata la manifestazione della famiglia Giuffrida. A lodare questa operazione editoriale, sono stati Alina Mondo, amica di Antonella, docente di Lettere nonché la prima a leggere la bozza della stesura, il prof. Giuseppe Restifo, docente di storia moderna all’Università nonché autore della prefazione del libro, Carmelo Garofalo, giornalista e storico e Gustavo Ricevuto, direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale. 
L’attore Mario Parlagreco ha deliziato la platea con alcune letture scelte dal libro.      

In questo volume, si vede tutto quello che un ventenne dell’epoca viveva intensamente e con forti ideali: dalla preparazione alla professione medica alla politica, dalla religione agli amori.

La vita di Giovanni Giuffrida è caratterizzata da grandi privazioni soprattutto nel periodo compreso tra la maturità e gli anni degli studi universitari perché proveniente da una famiglia modesta. Diventa un medico affermato ma il suo percorso formativo è scandito da sofferenze arrecate dalle precarie condizioni economiche. Inoltre perde il proprio padre all’età di sette anni a causa di un infarto, un evento che lo segna per sempre e che ricorderà spesso nel suo diario. Allo stesso modo, la vita dell’autore si interrompe appena quarantenne lasciando, oltre a moglie e figlio di due anni, anche la figlia Antonella di sette anni. Una coincidenza commovente che, in un certo senso, spiega la forza d’animo della primogenita nel voler divulgare la storia del padre.            

Il libro è frutto di un lavoro lungo e costante di Antonella Giuffrida che scopre, a soli sedici anni, gli appunti del genitore nascosti nel cassetto della sua scrivania. Questo lavoro è durato ben cinque anni nell’intento di decodificare la grafia del padre e il tipo di scrittura un po’ logorata dal tempo e un po’ illeggibile, in diversi punti, per l’utilizzo della matita. Il testo infatti era scritto in cinque tomi rappresentati da immensi blocchi di carta della Direzione Artiglieria, che la madre di Giovanni portava dal lavoro.Delicata questa figura di madre su cui il figlio non voleva gravare in alcun modo provando diversi mestieri pur di mantenersi gli studi: manovale, tornitore, messo della Gazzetta.            

In più occasioni, nelle pagine del diario, il dottore puntualizza: “E’ finito l’inchiostro e non posso ricomprarmelo”. Inevitabile dunque ripiegare sulla matita ogniqualvolta l’inchiostro si consumava.

Da un primo approccio al mare, Antonella Giuffrida, attualmente docente di musica, si appassiona a queste letture che riprenderà a 26 anni con l’obiettivo di trasformarle in un libro rivolto a tutti. 

Tra la fine degli anni ’50 e ’60, Giovanni Giuffrida lavora come specialista all’Ospedale Piemonte  nel reparto di Malattie Infettive, esercita la libera professione a Provinciale, diventando il dottore rinomato del suo quartiere. Poi è medico condotto a Bordonaro, assistente in Microbiologia all’Università e medico dell’ATM dei nostri giorni, detta SATS dell’epoca.

Insomma, una carriera di tutto rispetto (di certo durata troppo brevemente) in cui il dottore ha anche soggiornato per due mesi in Germania grazie alla vincita di una borsa di studio. Un’esperienza importante per i paragoni che ne sono scaturiti tra la sua terra e la città di Heidelberg a discapito della retrograda Sicilia.

I laboratori tedeschi sono così puliti – annota nel suo diario. Il lavoro dei medici è continuo. I nostri invece sono vecchi e sporchi”.

E ‘chiaro che riferimento è all’Ospedale Piemonte dell’epoca. E poi, ancora, ispirato da questa nuova collaborazione, si lascia andare a descrizioni minuziose che rendono vigoroso ed agile il suo  stile letterario.

“Giovane scienziato di non più di 36 anni – narra Giuffrida parlando dell’incontro con il prof. Cramer – dagli occhi vivaci, mobilissimi che sembravano ancora più vivi per via dell’arco delle palpebre frastagliato da ferite di guerra”.

In questa sua conoscenza della Germania, ricorda durante una passeggiata: “Appena entrato in chiesa, ho sentito i giovani cantare e mi sono chiesto Era misticismo? O romanticismo tipico dei Tedeschi? Com’è possibile che traspaia tutto questo dallo stesso popolo che si è macchiato di stermino contro gli Ebrei?”.

Notevoli questi riferimenti religiosi dettati da costanti interrogativi sull’esistenza di Dio.

Ancora nella prima pagina del libro afferma: “Sembra assurdo che un giovane in questa Cristianissima Sicilia abbia delle sue idee in fatto di religione”. Una terra che, secondo lui e secondo i  dati storici di quegli anni, imponeva i modi di essere  e di pensare nella società.

In effetti, Giuffrida si dichiara “Scettico e indifferente” nei confronti della religione. Dio gli ha tolto il padre che ha potuto chiamare “papà” solo fino a 7 anni. 

“E poi il suo rapporto con la politica – spiega la figlia. E ‘stato segretario del MIS, Movimento Indipendentista Siciliano, e poi anche segretario del PSI, nella sezione Matteotti di Provinciale. Per sua iniziativa, nella Lega Giovanile Separatista, si sono discussi affari internazionali e, su sua proposta, è stato inviato un telegramma alla gioventù ebraica che, in quel momento, combatteva per i diritti del proprio popolo”.      

Innumerevoli i fatti storico-politico illustrati dallo scrittore: il caso di Portella della Ginestra, l’omicidio di due persone davanti alla Prefettura di Messina nel marzo del ’47 e il primo Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi.            

La cultura sotto ogni sua forma è sempre stata al centro della sua vita.

“Era un uomo assetato di cultura – sostiene la professoressa Giuffrida. Amava Leopardi in cui rivedeva il suo pessimismo cosmico, amava Foscolo e “Le lettere di Jacopo Ortis”, Dante, Shakespeare, Maometto. Di Alfieri aveva persino un ritratto sulla sua scrivania. Grande passione per tutti i musicisti classici Beethoven, Mozart…”.                                        

“Voleva comprare sempre libri – prosegue la figlia dell’autore. La sua libreria gli sembrava sempre più sguarnita rispetto a quella dei suoi amici. Non di meno amava il cinema ma non poteva permetterselo così lo frequentava quando gli veniva offerto l’ingresso”.                

Era smanioso della bellezza e lo confidava anche al suo diario: “Tu diario sarai il mio fedele compagno di solitudine, nelle tue pagine si riverserà tutta la mia anima avida di sapere, avida del bello”.        

Tra le bellezze cita Taormina di cui racconta: “… luogo di delizie infinite, spirituali e materiali, Paradiso Terrestre… dove l’uomo dimentica tutte le disgrazie e i sacrifici del passato … ”.

C’è un ricordo esplicativo di questa sua vena descrittiva, ricordo in cui Giuffrida da ragazzo si doveva recare nella cittadina ionica per assistere ad una partita di calcio dei suoi amici della Direzione Artiglieria. Per partire si è organizzato con lo zio, i giocatori e un mezzo particolare “… arriva un camion di quelli pesanti al cui correre fragoroso e scoppiettante lungo la strada, i passanti si fermavano interdetti appoggiandosi al muro per essere più sicuri … Il camion passava attraverso i campi verdi, alberi di limone, di mandarini un po’ verdi e un po’ rossi, fichi d’India … E’ un godimento fare quella strada così come è piacevole vedere delle signorine, donne così belle che tutti trattenevamo il respiro …”.        

Si sofferma sulle potenzialità turistiche di Taormina precorrendo i tempi e dice: “Quanti alberghi e pensioni potrebbero sorgere sui monti che sono lungo la riviera. La Sicilia diventerebbe davvero il paese decantato e desiderato dai poeti e dagli amanti e meta di turisti da ogni parte del mondo!”. 

Contemporaneamente, resta deluso della “Fiera Campionaria di Messina ancora aperta – commenta nel suo diario (attenzione: negli anni ’50) – ma in via di degrado”. Oppure del potenziale del litorale di Mortelle.       

Agli amici dedica tante pagine, tanti ricordi dei “4 della Boheme” che discutevano al Bar Progresso di cultura. Ad uno di loro, in particolare, nel momento di maggior crisi all’università, ha dovuto chiedere i soldi per comprare un libro di studio.

“Lui parlava solo con gli amici del cuore, persone di una certa cultura – aggiunge Antonella Giuffrida. La stessa visione era rivolta alle donne: Ho bisogno di qualcuno che mi capisca e scandagli il mio animo – scriveva mio padre”.

Sicuramente, l’autore ha trovato nella signora Pina la donna che scandaglia il suo animo e di cui si è innamorato subito sentendola suonare il pianoforte. Il suo amore per lei sboccia durante le ore del suo lavoro quando, dalla finestra dell’Ospedale Piemonte, viene colpito dalle splendide note che arrivano da un’altra finestra vicina: a 50 metri dal suo studio, abitava Pina che avrebbe rappresentato tutto il resto della sua vita. Da quel momento, Giuffrida inizia a dedicarle bellissime lettere d’amore finché questo sentimento non si trasformerà in matrimonio.

E’ interessante scoprire che lo scrittore ha cominciato il suo diario a 18 anni e lo ha interrotto a distanza di tre mesi dalle sue nozze…12 anni di continui tormenti in cui lui appuntava ogni emozione scrivendo anche due volte al giorno. “La spiegazione forse si trova nel fatto che a quel punto della sua vita – ipotizza Antonella Giuffrida – mio padre era soddisfatto e felice di quello che si era costruito con i propri sforzi. Ed è per questo che ho deciso di far rivivere il suo ricordo mettendolo anche a disposizione di altri”.
La figlia dell’autore prende in prestito una frase di Tagore inserita nel diario dal padre per chiarire la sua motivazione: “Lasciatemi accendere la mia piccola lampada anche se essa non illumina il mondo”. I suoi sette anni trascorsi con suo padre sono stati intensi e li descrive come se fossero attuali e vivi. Persino la data della presentazione del libro è stata scelta in funzione di questo forte legame perché ricorreva il giorno del suo compleanno e dell’anniversario dei suoi genitori.

Noi però vogliamo ricordare l’uomo Giuffrida con la sua immensa dignità anche di fronte agli stenti: “Quella rarissima volta che ho posseduto 100 lire non sono andato a consumarle né al cinema né al pallone o in altri luoghi. Per tutto questo mi sento grande, più grande dell’uomo più ricco del mondo”.                           

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4 Commenti

  1. Gentile Signorina, lette le note da Lei scritte sull’opera del prof. Giuffrida non posso fare a meno di elogiarLa e complimentarmi con Lei per il modo con cui fa rivivere il Diario anche a chi non ha avuto ancora l’occasione di leggerlo. Distinti saluti. Vincenzo Mancuso

  2. Gentile Signorina, lette le note da Lei scritte sull’opera del prof. Giuffrida non posso fare a meno di elogiarLa e complimentarmi con Lei per il modo con cui fa rivivere il Diario anche a chi non ha avuto ancora l’occasione di leggerlo. Distinti saluti. Vincenzo Mancuso

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