Giovanni Paparcuri, a 37 anni dal vile attentato al Giudice Chinnici

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Giuseppe Galeazzo con Giovanni Paparcuri al bunkerino
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Di seguito ho riassunto la vita di Giovanni Paparcuri, attraverso vari articoli di giornale, varie interviste da lui stesso rilasciate e quello che ha detto lui quando sono andato al Bunkerino.

Domani ricorre il 37° anniversario della strage di Via Pipitone Federico dove l’unico sopravvissuto fu appunto Giovanni Paparcuri. Ho voluto scrivere la sua storia perché molti non lo conoscono, perché, purtroppo, in questo Paese se muori vieni ricordato, ma se rimani in vita vieni dimenticato e addirittura diventi un peso per lo Stato. Io ho il piacere di conoscere Giovanni al quale voglio un gran bene e posso dire che è una grande persona. GRAZIE Giovanni Paparcuri per quello che hai fatto insieme ai Giudici e per quello che continui a fare al Bunkerino!

Giovanni Paparcuri nasce a Palermo, al confine con la Magione, il 14 marzo 1956 da una famiglia umile. Il padre faceva il meccanico e grazie al padre Giovanni impara questo mestiere. Ciò gli permetterà di vincere un concorso come motorista, alle ferrovie.

Ma non gli piaceva questo mestiere, a lui piacevano le sirene e la velocità, il suo desiderio era guidare le macchine di scorta. Dopo l’omicidio del procuratore Costa il ministero bandì un concorso e la sorella di Giovanni, di nascosto da lui, presenta la domanda al suo posto. Circa due mesi dopo gli arriva la chiamata dal Ministero dicendogli di aver vinto il concorso.

A questo punto Giovanni lascia le ferrovie e passa al Tribunale, rimettendoci anche qualche soldo perché alle ferrovie guadagnava più di 600 mila lire, mentre il suo primo stipendio al Tribunale era la metà. Ma a lui non interessava perché finalmente poteva fare quello che aveva sempre desiderato. La sua qualifica era “agente tecnico, autista” e il suo primo incarico fu fare l’autista per il Presidente del Tribunale Giacomo Spadaro. Giovanni dopo poco litigò con la segretaria del Presidente del Tribunale, e per punizione venne affidato al Dott. Giovanni Falcone dell’Ufficio Istruzione. Era una punizione perché nessuno ci voleva andare, invece Giovanni fu l’uomo più felice del mondo perché era proprio quello che avrebbe voluto fare. Di comune accordo con un suo collega, Paolo Sammarco, avevano deciso che solo loro due avrebbero gestito le auto blindate del Dott. Chinnici e del Dott. Falcone.

Giovanni Paparcuri era l’autista al Dott. Falcone nei primi anni ’80. Nell’estate del 1983 Falcone è in Thailandia per interrogatore Koh Bak Kin, un cinese di Singapore che ha deciso di parlare. Il giudice è dall’altra parte del mondo e l’autista Paparcuri, da qualche giorno, ha il compito di prelevare a casa il Consigliere Chinnici.

Anche quel maledetto 29 luglio del 1983 Paparcuri aveva il compito di prelevare a casa il Consigliere Chinnici. Prima di uscire di casa, Giovanni si affacciava sempre dal balcone per decidere se mettere la giacca o meno. Quel giorno decise di non metterla e quindi di non portare neanche la pistola (anche gli autisti avevano in dotazione la pistola, ma era a spese loro).

Quindi scende, va a prendere la macchina al carcere dell’Ucciardone e arriva sotto lo stabile dove abita il Consigliere, intorno alle 7:50/7:55. Arrivato posteggia la macchina davanti a una Fiat 126 verde (Giovanni non poteva sapere che quella fosse l’autobomba che da lì a poco sarebbe esplosa). Già trova l’appuntato Salvatore Bartolotta, il maresciallo Mario Trapassi, un’auto militare che aveva il compito di chiudere una traversa laterale e un’Alfa Sud che li aspettava più avanti. Giovanni Paparcuri racconta che generalmente quando lui arrivava Bartolotta aveva con sé la ricetrasmittente che andava a collocare nella macchina appena arrivata. Quel giorno Bartolotta non doveva essere in servizio ed era un po’ nervoso, e questo suo nervosismo avrebbe salvato la vita a Giovanni Paparcuri. Bartolotta chiese a Paparcuri di prendere la ricetrasmittente dall’Alfa Sud e di posizionarla nella blindata. Giovanni fece così e perse 5/6 minuti per fare i collegamenti. Ad un certo punto alza gli occhi e attraverso lo specchietto retrovisore si accorge che il Trapassi fa il solito segnale con la mano, per dire che il Consigliere stava scendendo le scale.

Quindi Giovanni decide di rimanere in macchina e aspettarli. Quel segnale servì anche ai mafiosi per capire quando fare esplodere la 126 verde imbottita di tritolo. Alle 8:05 si sente un forte boato e Giovanni Paparcuri, a causa dell’onda d’urto, viene sbattuto fuori dall’auto blindata. Giovanni racconta di non aver sentito né l’esplosione né di aver provato dolore fisico all’inizio, l’unica cosa che ricorda e di aver provato una sensazione di benessere e di avere l’impressione di fluttuare nell’aria e di raggiungere una luce bianca intensa, che dopo poco si trasformò in rosso intenso e successivamente in nero. Ed è proprio in quel momento che ha cominciato a sentire dolore, ma soprattutto racconta che fu proprio in quel momento che per la prima volta lui ha avuto paura, perché sentiva che le forze lo stavano abbandonando e non riusciva a tenere gli occhi aperti. Giovanni Paparcuri rimane una settimana in coma e riporta varie lesioni, tra cui: porta una placca metallica alla mano, ha 15 schegge in testa e 5 nel gomito, ha un cristallino artificiale, ma soprattutto ha il desiderio, da 37 anni, di sentire un po’ di silenzio, perché si porta ancora i rumori di quell’esplosione e un ronzio che non lo lascia mai.

Ma la ferita più grave è quella che non si vede, quella dell’anima, perché quel giorno perde degli amici, con Bartolotta e con Trapassi ormai si era instaurato un rapporto di amicizia vero e sincero, passavano alcuni momenti di felicità insieme, e sentire che erano morti è stato un dolore troppo grande per lui. Inoltre lui dice “perché sono rimasto in vita io che non sono sposato e non gli altri che avevano mogli e figli”, infatti quel giorno rimasero vedove 4 donne e 11 bambini rimasero orfani. Io penso che il destino non volle che Giovanni morisse quel giorno, perché doveva portare avanti un lavoro straordinario a fianco di GRANDI Magistrati, del calibro del Consigliere Chinnici.

Dopo un anno di convalescenza il Ministero lo voleva riformare, ma lui, che aveva 27 anni, ha rifiutato. Il Ministero allora lo declasso di due livelli: dal quarto dell’autista giudiziario, al secondo del commesso giudiziario (il Ministero giustificò questa cosa dicendo che i regolamenti del Ministero erano quelli). Venne assegnato alla sezione contro ignoti. Il suo compito era compilare a mano le sentenze di quella sezione, per poi farle firmare ai vari giudici, anche del pool antimafia. Giovanni un giorno scoprì una stanza dove erano accatastate tutte le apparecchiature volute proprio da quell’ufficio per informatizzare tutto, ma che non venivano utilizzare.

Siccome Giovanni era appassionato di informativa, si mise ad accendere e a provare quei macchinari e si accorse che se a mano in 10 minuti compilava 3/4 sentenze, con queste apparecchiature riusciva a compilarne anche 20 nello stesso tempo. I giudici del pool si videro depositare, dunque, nelle loro scrivanie decine e decine di sentenze in pochi giorni (molte più di prima quindi). Si arrabbiarono perché loro si dovevano occupare di mafia, di fatti molto più importanti, e chiesero chi fosse stato. In un primo momento se la presero con il Dott. Sunseri, che era il dirigente della sezione contro ignoti, ma lui disse che non era lui, ma che era l’addetto e loro gli dissero che lo volevano conoscere.

Giovanni quindi va al bunkerino ed entra nella stanza del Dott. Borsellino, che appena lo vede dice “a tu si” (in dialetto palermitano, a tu sei), e Giovanni gli risponde “io…ma di che cosa” e il Dott. Borsellino gli chiese se era lui che si occupava della sezione contro ignoti e Giovanni risponde di si, a questo punto il Dott. Borsellino gli dice che se ne può andare e che poi gli avrebbe fatto sapere. Giovanni fu riconvocato, questa volta dal Dott. Caponnetto, il 16 aprile 1985, che li portò in una stanza e gli disse che quelle erano le apparecchiature che servivano per creare la prima banca dati. Giovanni racconta che era felice e che nel giro di tre ore era riuscito a recepire e a capire come funzionava tutto il sistema. Quindi per Giovanni cominciava un’altra vita insieme al pool antimafia, negli uffici in cui si istruiva quella che sarebbe diventata la prima indagine informatizzata della storia italiana, sfociata nel Maxiprocesso. Di Giovanni si fidavano tutti, lui era felice e orgoglioso di lavorare per loro e loro erano felici e orgogliosi di avere Giovanni come colui che si occupava di informatizzare il Maxiprocesso. Dopo aver terminato quell’immane lavoro, il Dott. Giovanni Falcone volle rendergli merito del suo lavoro, ringraziandolo accanto al capo dell’Ufficio Istruzione Antonino Caponnetto nell’introduzione della sentenza del Maxiprocesso. In quel documento importante, la qualifica “commesso giudiziario” è compresa tra le virgolette, come segno di protesta del Dott. Falcone nei confronti di quel declassamento immeritato.

Giovanni Paparcuri è andato in pensione nel 2009 dopo 29 anni di servizio. Nel 2016 si pensò di riaprire quegli uffici che erano stati del Dott. Falcone, del Dott. Borsellino e dello stesso Paparcuri. Pochi mesi prima del 25° anniversario della strage di Capaci e di Via D’Amelio, il Museo Falcone-Borsellino venne aperto, per volere della giunta distrettuale di Palermo dell’Associazione Nazionale Magistrati. Grazie allo strepitoso lavoro di Giovanni Paparcuri e di qualche collaboratore, quelle stanze si sono riempite con gli oggetti che 20 anni prima formavano il bunkerino. Da quel 2016 Giovanni ogni giorno passa le mattinate al bunkerino, dove racconta a tutte le persone che ci vanno la vita in quelle stanze, quale aria si respirava in quel periodo, l’informatizzazione del Maxiprocesso ed anche qualche aneddoto e qualche storia sua e dei Giudici Falcone, Borsellino e Chinnici.

Giuseppe Galeazzo

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