Paesaggi naturali, paesaggi costruiti: i segni di un’identità

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La vera civiltà, quella a cui ci si sente annodati e che è parte costitutiva della nostra identità, sta nello sviluppare una forma di coesistenza con l’ambiente, cambiandolo. Se guardassimo da geografi al territorio, saremmo tentati di “pitturarlo” immodificato dalla mano dell’uomo, con i suoi rilievi e i suoi corsi d’acqua, che cercheremmo di far scorrere “naturalmente”.

Se guardiamo nel concreto, e storicamente, al territorio di Novara di Sicilia, c’è certamente un elemento naturale che si staglia nel paesaggio e che non è cambiato attraverso i secoli: la Rocca Salvatesta, il Cervino peloritano. Ma quella “consistenza” di roccia dolomitica, che si mostra persino ai naviganti del basso Tirreno, non è stata lasciata dai novaresi alla sua pura “selvaggitudine”. Non l’hanno mutata, ma hanno cercato di “domarla”: altrimenti cosa ci farebbe quella grande croce metallica in vetta? E cosa ci farebbero il parroco, l’assessore e i ragazzi, a dir messa ogni tanto sulla cima?

La Rocca Salvatesta – ce lo ha detto diversi anni fa il professor Majolino – è un principio dell’identità dei novaresi: forse rappresenta, secondo l’interpretazione dello psicologo, la loro tensione verso l’alto. A noi, storici di strada, basta dire che è un punto fermo del paesaggio naturale, che si staglia proprio perché circondato da un paesaggio “costruito”. La comunità degli esseri umani che sta sotto la Rocca non solo si è adattata all’ambiente, ma è intervenuta su quest’ambiente e sul territorio. Si è costruita così – e qui restringiamo lo sguardo agli ultimi mille anni della storia di questo luogo dei monti Peloritani – una civiltà montana. Agli occhi di chi abita nelle costiere e nelle pianure alluvionali, nutrite di humus e di commerci più facili, e soprattutto nelle città marittime, lo stare in alto fra i monti sembra sprovvisto di vantaggi. Non si riesce a immaginare come le alture invece possano offrire rifugio per le diversità climatiche, nicchie riparate di microclimi, e come le stesse precipitazioni foggiano pendii e valli coltivabili a vari livelli di temperatura.

Una dimostrazione per Novara viene da una descrizione del suo territorio a metà Ottocento, in cui appaiono, insieme alle “boscate” e ai castagneti, altre coltivazioni meno attese per una zona di montagna. Per cui viene registrato 150 anni fa produzione di grano, olio e “biade”. A prima vista, risalendo la vallata del Mazzarrà in direzione di Novara, ci si chiede dove sia possibile seminare del grano, visto che i pendii sono scoscesi e l’albero domina in molte vesti. Ma superato il crinale a oriente del paese, ecco apparire i “piani di S. Marco”, con i campi in lieve declivio e suoi seminativi semplici o appena alberati. Dove quest’anno 2011, per la prima volta, il nonno Buemi ha deciso di non seminare il grano, ché tanto non ne vale la pena.

E poi gli olivi. Una spiegazione della produzione di olio dispiegata nell’800 sta anche nel fatto che allora il territorio della montana Novara si estendeva molto di più dell’attuale giurisdizione comunale. E comunque quest’anno 2011 Pippo Rao ha deciso di impiantare un giovane oliveto, nella fascia fra il paese e il torrente, nella contrada Greco.

Insomma i novaresi sembrano proprio nel solco del secolare corpo a corpo con la natura, nella lotta per cercare di piegarla ai loro desideri e ai loro bisogni, ma anche nello sforzo di stabilire un compromesso con essa.

Può essere considerato questo un “prodromo” al Risorgimento?

Tutta la storia è, in un certo senso, ecologia storica. Questo non vuol dire debba essere necessariamente e solamente di stampo materialista. Le intersecazioni della storia degli uomini con la storia dell’ambiente possono prender vita dalle domande che si pone la nostra mente. di Giuseppe Restifo

Prendiamo ad esempio il quadro di Antonio Catalano detto l’Antico, “Andata al Calvario”, collocato insieme ad altre tele nell’abside del Duomo di Novara di Sicilia.

Catalano concorre, dopo Raffaello, dopo Polidoro Caldara da Caravaggio e tanti altri, a creare quella bellezza artistica che costruisce il Bel Paese prima ancora che questo vada alla sua Unità. Inoltre l’artista compone un paesaggio che interagisce con lo “Spasimo di Maria” e con le nostre domande.

Purtroppo l’opera è posizionata in alto (né sono facilmente reperibili sue riproduzioni) ed è come mettere un manoscritto, una fonte primaria per lo storico, ad una distanza per cui si intravede soltanto. Così nel dipinto dell’artista, che conclude per certi versi nel 1598 una stagione rinascimentale eccezionale a Messina e nella sua provincia, si intravede in alto a destra una “macchia” scura, forse un bosco, una foresta.

Poco si conosce della lavorazione di quella pittura e molto ci potrebbero dire le fonti notarili, che sicuramente la precedettero e l’accompagnarono. Ma certo quella “impressione” ricavata dalla visita della bella chiesa, mentre i ragazzi provano l’Alleluja, fa correre la mente al contesto ambientale in cui il quadro si andava a collocare dentro il cinquecentesco tempio, che a sua volta caratterizzandolo si collocava dentro un paese di lunga tradizione, che a sua volta si collocava in un certo contesto ambientale, indubbiamente caratterizzato dalle “boscate”.

La leggenda vuole che davanti a quel Duomo si ergesse un grande albero di noce, simbolico luogo per le riunioni delle streghe. Fu abbattuto e dalla sua materia fu estratto il coro ligneo intarsiato che adorna l’abside dello stesso Duomo. Fatto sta che un albero di noce, una “nuciara”, una “nucara”, campeggia deciso nello stemma del Comune di Novara. Emblematica appare quella figura e certamente in piena consonanza con la storia degli uomini e dell’ambiente di questa parte del monti Peloritani.

Al di là dei richiami leggendari o delle proiezioni sognanti suscitate dal simbolo municipale. sicuramente la vicenda del manto forestale, che contraddistingueva l’ambiente novarese, si presenta come problema storico rilevante. Saltiamo a pie’ pari qualsiasi visione idillica ed elegiaca, per andare a verificare come si sono composti o come si sono scontrati gli interessi concreti, di classe, di istituzioni, di poteri locali e di poteri centrali sulla gestione del bosco.

Che poi è una parte di quelle terre su cui andò a conflitto sociale il Risorgimento.

Il bosco – e i suoi contrari, il taglio del bosco, il dissodamento, la messa a coltura – è il luogo per eccellenza del confluire di storia materiale e di storia immateriale, del travaglio e dell’immaginario, dell’antropologia simbolica. Novara di Sicilia costituisce quindi un punto d’osservazione privilegiato. Paese a 675 metri sul livello del mare, sotto la Rocca Salvatesta (1340 metri d’altezza), con il mare a portata di mano e struggenti visioni delle isole Eolie al tramonto: l’avesse conosciuto Fernand Braudel, se ne sarebbe innamorato, oltre a trarne conforto alla sua tesi che il Mediterraneo è un “mare di montagne”. Alla terrazza del bar Buemi ancora oggi turisti francesi chiamano al cellulare i loro amici rimasti in patria per parlare al contempo della bella “plage” e della “superbe” Novara.

Ma al di là dei panorami e dei paesaggi suggestivi, che mobilitano scatti fotografici da frenesia giapponese, il bosco che sovrasta Novara è un luogo pieno non solo di folletti e di streghe, ma anche di interrogativi per gli storici. Il crinale montuoso, che in provincia di Messina si affaccia sul mar Tirreno e la costa ionica, mille anni fa era ammantato di una lunga serie di boschi, che i re normanni avevano eletto come loca congrua venationibus et solacis (luoghi ben adatti alla caccia e ai piaceri). Quei luoghi erano idonei anche ad ospitar castelli; i resti di quello novarese lo dimostrano per il suo posizionamento e per le funzioni plurime che era destinato ad assolvere (non solo militari in senso stretto). Su quelle aree privilegiate dal favore regale si stendevano anche diritti e privilegi, che dal sovrano venivano custoditi gelosamente o al massimo condivisi con pochi eletti aristocratici. Non a caso Novara viene accordata a Ruggero di Lauria, grand’ammiraglio del regno di Sicilia. Su quelle montagne si cacciavano cervi e daini e caprioli; e a Fiumedinisi è stato trovato un dente di orso bruno. Cacciare non era solo un piacere e un esercizio di addestramento militare: era anche uno “status symbol”, si direbbe oggi.

Ma non tutti i boschi erano del re; c’erano quelli del demanio comunale e c’erano quelli privati. Su tutti erano puntati tanti occhi e non tutti guardavano nella stessa direzione. A Messina, ad esempio, c’era fin dal tempo degli Arabi un “dar-as-sina’ah”, un arsenale, che poi Normanni, Svevi e Aragonesi sposteranno accanto al palazzo reale e a cui soprattutto chiederanno di supportare le loro ambizioni di potenze mediterranee. Gli ammiragliati sono famelici, inghiottiscono legname avidamente, e per giunta vogliono siano tagliati alberi adatti per qualità e consistenza alla costruzione navale. D’altro canto i “governi centrali” dispacciano ordini con raccomandazioni contro la distruzione indiscriminata delle foreste e suggerimenti per garantire il rimboschimento. Il commerciante di legname è di vedute più corte; il pastore oscilla fra la guerra ai contadini “dissodatori” e l’accordo per l’alternanza fra la semina e il pascolo. Diversi soggetti sociali appaiono ben poco attratti dal compianto poetico per l’albero caduto o dall’estetica dei solchi ordinati e dei filari alberati; per loro il bosco è tutto materiale e interessi di classe si scontrano sotto le querce, i castagni e le “nuciàre”.

Anche per questi alberi il Risorgimento sarà un momento cruciale, forse.

Un paesaggio non è fatto solo di alberi e di colture, ma anche di rocce e di acque. A Novara di Sicilia, al di là della “Rocca” per eccellenza, la Salvatesta visibile per tutta la vallata del Mazzarrà e anche dai naviganti del basso Tirreno, l’ambiente presenta aspetti di grande interesse insieme a grandi problemi storici. Innanzi tutto le rocce. “Dolomie”, arenarie e calcareniti costituiscono le formazioni rocciose più visibili allo stato naturale, con affioramenti che hanno allettato gli studi di “scienziati della terra”.

Solo qualcuno di questi accenna all’uso locale di queste rocce come pietra da costruzione, mentre, se si porta attenzione al continuo interscambio fra ambiente e uomini, non si possono non rilevare i “materiali culturali” che si accumulano nel tempo all’interno delle comunità. Molti centri, nell’età pre-industriale, erano grandi serbatoi di abilità e consuetudini. I materiali “materiali” venivano estratti da cave locali, e poi squadrati per la realizzazione degli edifici di maggior valore. Negli edifici di minor pregio, i blocchi venivano procurati, in forma di ciottoli o in forma di materiale grossolanamente sbozzato, dall’alveo delle fiumare.

Così a Novara avviene che le strade siano pavimentate in pietra arenaria locale, costituendo il “tappeto” su cui risuonano i passi e ai cui bordi si alzano le architetture del centro storico. Arenarie e calcareniti sono state utilizzate nelle costruzioni civili e rielaborate con rilevante qualità negli edifici ecclesiastici. La “mineralizzazione” del centro storico di Novara fa compiere il passaggio dalla storia naturale alla storia sociale, grazie alle mani e all’organizzazione degli scalpellini. Abilità che si trasmettevano di generazione in generazione, in forma non scritta, hanno lasciato testimonianze concrete ancor oggi visibili e “interrogabili”.

Fra i minerali appartati tra le rocce di questa parte dei Peloritani da secoli se ne ricordano alcuni particolarmente preziosi. Non si vuol parlare qui del mitico oro o dell’argento, ma di quelli cui pensava lo scienziato Chiarelli nell’anno in cui a Parigi si prendeva la Bastiglia (“Discorso che serve di preliminare alla storia naturale di Sicilia”, Palermo 1789): “Il Monte Lauro, San Marco, la Novara e Fondachelli ci danno del rame… ed il territorio di Santa Lucia, Novara, Fiume di Nisi ci somministrano del ferro”.

I Novaresi, pur lavorando forse con sistemi arcaici, scandiscono nel tempo un ininterrotto corpo a corpo con la parte più “dura” del loro territorio, allestendo anche ferriere e attività connesse. Non è fuori luogo ricordare che la ditta Bottani, “esercitante commercio di minerali in Novara di Sicilia”, figura nell’elenco delle imprese partecipanti all’Esposizione Nazionale Italiana del 1891.

Anche così si cambiava la faccia della terra in questo Comune. Restiamo in attesa di un nuovo storico, che – assunto il criterio dell’”antropo-de-centrismo” e preso l’impegno di far rientrare dalla finestra la storia sociale – sia in grado di leggere anche il mezzo secolo del Risorgimento nell’ambito della storia degli ultimi mille anni di Novara di Sicilia.

(nota bibliografica: F. Abbate, Storia dell’arte nell’Italia meridionale, 3, Il Cinquecento, Donzelli, Roma 2001; B. Baldanza-M. Triscari, Le miniere dei Monti Peloritani, Società messinese di storia patria, Messina 1987; A. Bottari-E. Lo Giudice, Studio macrosismico del terremoto di Reggio Calabria del 16 gennaio 1975, in “Annals of geophysics”, 2010; A. Caracciolo, L’ambiente come storia, Il Mulino, Bologna 1988; M. De Landa, Mille anni di storia non lineare. Rocce, germi e parole, Instar libri, Torino 2003; P. Devins, Il mistero dell’Argimusco, Barbelo&Sophia-Lulu, New York 2010; F. Fernandez-Armesto, La nascita delle civiltà. La storia avventurosa dei rapporti fra uomo e ambiente, Bruno Mondadori, Milano 2010; In Italia con cane e gatto, Touring Club Italiano, Milano 2005; F. Maggiore Perni, Delle strade ferrate in Sicilia, Amenta, Palermo 1861; M. Masseti, In the gardens of Norman Palermo, Sicily (twelfth century A.D.), in “Anthropozoologica”, 2009. 44, 2; P. Villari, Resti faunistici da uno scavo medioevale del castello di Fiumedinisi (Messina), in “Archeologia medievale”, 1988, 15).

 

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