Gli Invisibili, il virus e le nuove povertà.

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Il coronavirus porta allo scoperto i nuovi poveri. L’associazione Gli Invisibili in aiuto di una 50ina di nuclei familiari al giorno.

Esperienza, conoscenza capillare del territorio, anticipo sui tempi e rete. Questa la formula vincente dell’associazione di volontariato “Gli invisibili Onlus” che a otto anni dall’inaugurazione si trova, oggi, a confrontarsi con una realtà sempre più fragile, quella che dall’inizio della pandemia di coronavirus è andata delineandosi sotto gli occhi di tutti.

Ne abbiamo parlato con Cristina Puglisi Rossitto, responsabile dell’associazione che assiste le famiglie economicamente fragili grazie a due progetti: Benefit, un vero e proprio negozio di abbigliamento e DonHaus, la bottega alimentare.

Com’è cambiato il vostro lavoro dall’inizio dell’emergenza?

Fortunatamente ci siamo mossi per tempo, riuscendo ad allargare la platea di famiglie da aiutare. Circa venti giorni fa ho fatto appello ai donatori invitandoli ad aiutarci ad accumulare scorte perché mi rendevo conto che da lì a poco avremmo dovuto affrontare un’emergenza di fatto umanitaria. L’appello è stato accolto in maniera importante e nell’arco di tre giorni è arrivata una considerevole quantità di donazioni alimentari. Mediamente aiutiamo 45 famiglie al giorno, ma le richieste sono molte di più, bisogna valutare attentamente

Come si sceglie chi aiutare?

Normalmente le verifiche le facciamo a domicilio. Adesso, invece, abbiamo solo una serie di nomi. Ci rivolgiamo dunque ai volontari nei vari quartieri, perché abbiamo riscontrato, ad esempio, che la famiglia x, fa la richiesta a nome del marito, della moglie a nome della cognata e la fa a noi, alla Croce Rossa e alla Caritas. I volontari sanno ad esempio se quelle tre persone abitano nello stesso domicilio. Purtroppo non avendo a disposizione una banca dati comune abbiamo dovuto arrangiarci e ho scoperto che un buon metodo di valutazione, per esempio, è chiedere se sono titolari di partita IVA, se appartengono a quelle categorie che, di fatto, non lavorano più da tre mesi.

Da dove è venuta l’idea della partita iva?

Io sono consulente aziendale, quando ho cominciato quest’attività, aiutavo famiglie che cercavano lavoro, quindi che non avevano reddito perché non lavoravano, ma da tre anni mi ritrovo ad aiutare persone che lavorano ma che non arrivano a fine mese.  Mi sono resa conto che molti erano titolari di attività, piccoli negozi, artigiani, molti giovani professionisti, avvocati… è una situazione veramente disperata.

I bambini come vivono questa situazione?

I bambini in realtà hanno la percezione che danno i genitori della situazione e questo è il motivo per cui noi diamo priorità alle famiglie che hanno bambini piccoli, perché un adulto o una coppia di adulti gestisce in un determinato modo lo stress da carenza alimentare, un bambino piange. E quando un genitore sente piangere il figlio diventa un genitore, a mio parere, “pericoloso“.  Ci siamo imposti, ed è uno dei motivi dei turni massacranti, consegna nell’arco delle 24 ore, massimo 36 se i bambini sono grandi.

Quanti collaboratori hai?

Purtroppo ho dovuto limitare il numero perché abbiamo un protocollo molto rigido nella gestione della sanificazione. Ogni cosa donata è messa nel magazzino di primo deposito, da lì viene prelevata, sanificata pezzo per pezzo e solo dopo entro da DonHaus. Qui ci sono solo tre volontarie perché non vogliamo creare assembramenti, ma sono una macchina da guerra perché lavorano insieme da anni e sono affiatatissime. Quella che è molto più folta è la rete di consegna che è composta da volontari di associazioni con cui collaboriamo da anni. Gente che non vede un centesimo e che ci rimette pure ma è vocazione e non c’è niente da fare.

Qual è il rapporto con le Istituzioni in questo momento?

Io ho un rapporto bipolare con le Istituzioni per ora. Assoluta collaborazione, coordinazione, e disponibilità, ad esempio, da parte dell’assessore alle Politiche Sociali Alessandra Calafiore, che ho imparato a conoscere quando nei primi giorni dell’emergenza c’è stato un numero sempre più crescente di famiglie che venivano indirizzate dal Comune tra “Gli invisibili” e le altre associazioni. La nota del 4 aprile in cui s’impedisce ai volontari di fare consegne a domicilio, ci ha invece tagliato le gambe. L’assessore Calafiore ci ha salvato fornendoci dei pass comunali per continuare a fare le consegne.  

C’è anche il mondo della criminalità con cui bisogna fare i conti, in considerazione anche del furto che avete subito.

Quel furto per me è stato uno shock. Mi sono sentito profanata. Io non ho mai avuto problemi a entrare nei quartieri a rischio. Mi hanno sempre rispettata, anche se io non mi sono mai addentrata troppo. Ho ricevuto anche minacce e ho dovuto allentare perché c’era davvero poco margine per operare. In quel caso il bisogno è apparentemente alimentare e si sovrappone a uno sociale e culturale. Non ho le competenze per affrontare il reale bisogno, per questo ho dirottato verso le nuove povertà, dove non c’è bisogno di aiuto alla genitorialità, d’inserimento sociale o culturale. La nuova povertà ha bisogno di un lavoro su quella situazione transitoria, non è assistenzialismo. E’ aiuto. Una famiglia la vedi per qualche mese poi non la vedi più. Hai bisogno dei vestiti? Li prendi da Benefit, a settembre hai i soldi per i libri. La famiglia arriva così a fine mese.

L’attività in Benefit è stata temporaneamente sospesa. Come mai?

Sì, è chiuso da due mesi, perché trattandosi di abbigliamento usato, anche se lavato e sterilizzato, non mi sono sentita di rischiare mantenendolo aperto al momento. Anche con Benefit ho voluto concentrarmi sulle nuove povertà, creare un vero e proprio negozio di abbigliamento, bello, elegante, accogliente, diviso in reparti uomo-donna-bambino perché tutti possono venire, anche chi è abituato alla maglietta Lacoste e non indosserebbe mai i capi che smistano in parrocchia ad esempio. Se la famiglia è seguita dall’associazione, entrano, scelgono e portano via. Se non li conosciamo la regola è che per ogni cosa che prendi una ne lasci.

In famiglia come vedono questo tuo impegno nel sociale?

Mio marito mi vede matta, però è la mia salvezza perché io sono una persona che si fa travolgere. Lui è la mia àncora alla realtà. I miei figli sono cresciuti in queste realtà. Per esempio loro sono miei fornitori da Benefit, arrivano con gli amici, costruiscono la rete con me. Certo ci sono anche i momenti di sconforto. L’ultimo due anni fa mi ha portata a un’assenza di quattro mesi. Era come se ci fosse un sovraccarico, è difficile da spiegare … cresco bambini che mi porto dentro. Capisco che a volte vado oltre e devo fermarmi anche per tutelare la mia famiglia cui comunque ripeto sempre: ” Voi siete la mia certezza e gli altri non ce l’hanno”.

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