Gli stranieri nelle carceri: tra falsi miti e discriminazione sistematica.

Continua il nostro viaggio nelle carceri italiane. In questo articolo raccontiamo il sistema di serie b riservato ai detenuti stranieri.

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Carceri
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Continua il nostro viaggio nelle carceri italiane. In questo articolo raccontiamo il sistema di serie b riservato ai detenuti stranieri.

Nella società odierna, il termine di straniero è una polisemia sociale: viene inteso sia come elemento di ricchezza nel mondo globalizzato, sia come nemico pubblico che è da evitare e contrastare. Specialmente questo secondo significato è stato alla base della propaganda nazionalista alla quale si è assistito negli ultimi anni. Una propaganda che si basava su slogan, da ritenere in contraddizione con il sistema giuridico italiano, e su dati inesistenti. Uno dei presenti dati è la percentuale degli stranieri nelle carceri.

Sono 17131 i detenuti condannati stranieri presenti nelle carceri italiane. Un numero che rappresenta il 32% della popolazione carceraria italiana, costituita da 53509 detenuti condannati (Fonte: Ministero della Giustizia, 2020).

La loro nazionalità è prevalentemente non europea: circa il 18% è europeo. La maggior parte dei detenuti, infatti, proviene dall’Africa, specialmente dal Nord Africa.

La loro condizione, però, non è la stessa dei detenuti di cittadinanza italiana, ma è totalmente diversa. Sebbene il razzismo nelle carceri sia apparentemente lo stesso di quello che c’è fuori le mura, come ci spiega l’avvocato penalista Letizia Lo Giudice, il nostro sistema penitenziario fa notevoli discriminazioni.

Gli stranieri delinquono meno ma subiscono il carcere maggiormente

“Le statistiche sulla popolazione carceraria” dichiara Lo Giudice “dicono che la maggior parte dei detenuti è straniera. Ciò non attiene alla efferatezza dei crimini per cui vengono accusati, attiene più a dei problemi correlati alla difesa: ad un esercizio del diritto di difesa che non è pieno come lo è per i soggetti madrelingua.” Il problema della detenzione degli stranieri non è soltanto legato strettamente alla condanna definitiva, ma al rischio di fuga. Il soggetto di nazionalità straniera viene considerato dall’ordinamento giudiziario come un probabile fuggito. Per questo motivo ai primi 17131 detenuti condannati stranieri vanno calcolati circa altri 13 mila soggetti che aspettano l’esito della sentenza. “La società ritiene che siano maggiormente gli stranieri a delinquere” dice Letizia Lo Giudice “in realtà gli stranieri delinquono meno ma subiscono il carcere maggiormente.”

Un ulteriore vulnus degli stranieri è quello di non conoscere perfettamente la lingua italiana: ciò, per esempio, rende complesso raccontare i fatti integralmente al magistrato.

Un sistema di serie B

Subito dopo la sentenza di condanna, il detenuto straniero soggetto al carcere vive in un sistema che continua pienamente a discriminarlo. Non si tratta di episodi di razzismo tra i detenuti: la maggior parte delle volte, infatti, l’ospite straniero riesce ad integrarsi facilmente nella comunità delle carceri mediante anche la presenza di suoi connazionali. Gli episodi discriminatori, invece, provengono dal medesimo sistema penitenziario che lo tratta come un detenuto di serie B.

Il caso in questione riguarda le liste di lavoro, che rappresentano l’opportunità per i detenuti di svolgere delle mansioni retribuite all’interno delle stesse mura. Nonostante queste liste vengano stilate mediante il criterio della prima disponibilità, i detenuti non italiani vengono posti in coda all’elenco.

Ciò rende complessa la vita nelle carceri soprattutto per continuare ad inviare soldi alle proprie famiglie che si trovano nel Paese di origine.

Il periodo di detenzione, in verità, non reso noto alle famiglie nel Paese d’origine. Ciò accade perché gli stessi detenuti non comprendono pienamente quello che stanno vivendo, specialmente per coloro che provengono da Paesi dove la violenza e gli abusi dei militari sono all’ordine del giorno. Spesso le famiglie non sanno della detenzione perché i detenuti non hanno possibilità di comunicare con loro.

Le difficoltà nei colloqui

“Il problema con gli stranieri è che se non hanno famiglia qui, che vengono verificate con controlli periodici, questi hanno diritto a telefonare una volta a settimana ad un familiare anche all’estero.” Continua la Lo Giudice “Ciò comporta dei problemi perché questi hanno numeri di telefono che spesso risultano essere inesistenti o, comunque, devono essere controllati, quindi con un’autorizzazione del giudice. Quindi passano da sei mesi ad un anno da quando entrano in carcere e poter parlare con i familiari.

Tutto ciò rende, quindi, più difficoltoso per i detenuti stranieri usufruire dei diritti di colloqui o di telefonate.

La pena dello straniero non si ferma alle mura del carcere, ma continua anche dopo la detenzione. La condanna normalmente viene integrata con la pena accessoria dell’espulsione, cui segue da parte del giudice un accertamento circa la pericolosità sociale dello straniero a seguito dell’espiazione della pena principale.

Lo straniero, dopo il periodo di carcere, a causa della mancanza dei documenti che ne legittimano la permanenza, si rende destinatario di ordine di espulsione. Alla notifica dell’ordine di espulsione, il legale propone il ricorso e, in caso di accoglimento, propone l’istanza di protezione internazionale poiché nella maggior parte dei casi si tratta di persone che fuggono da paesi nei quali rischiano discriminazioni o persecuzioni che potrebbero mettere in pericolo la vita o l’incolumità.

Un occhio in Europa.

Se la percentuale dei detenuti stranieri nelle patrie galere è da ritenere già elevato; in Europa, invece, secondo il rapporto del 2019 dell’European Prison Observatory, altri Paesi raggiungo livelli doppi rispetto quello italiano: in Lussemburgo il 72.1% è un detenuto straniero; in Austria il 54.7%; in Grecia il 52.7%. Mentre nei Paesi dell’Est Europa e del Baltico, la tendenza si rileva opposto con una percentuale di stranieri detenuti che si aggira attorno al 10%.

Chi è Letizia Lo Giudice?

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Avv. Letizia Valentina Lo Giudice, penalista del foro di Messina, dottoranda di ricerca in Diritto Penale presso l’Università degli Studi di Messina.

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