I conti non tornano

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La crisi economica c’è, e si vede. Non è come il trucco, negli spettacoli di magia, che quanto meno non si vede e ci illude che le cose siano come in realtà non sono. La crisi si vede, si tocca ed è impossibile tenerla nascosta. Anche il miglior mago del mondo non riuscirebbe a celarla o a farla sparire, neanche a volerla infilare in un cappello più grande. Ed è una crisi democratica, che non distingue il sud dal nord, i terroni dai polentoni… altro che leghismo!  E ne danno dimostrazione i dati del rapporto Caritas-Zancan, secondo i quali in Italia ci sono 8,3 milioni di poveri. E mentre si incrementa il numero dei poveri (+ 42,5 % rispetto al 2007), cambia anche il loro profilo. Sono persone che hanno una famiglia, una casa, alcune di queste anche un lavoro, ma nonostante questo non riescono ad andare avanti, tra tasse, bollette, rate del mutuo o dell’assicurazione. E così una persona su cinque chiede aiuto alla caritas o si rivolge ai comuni per poter accedere ai sussidi economici messi a disposizione per i soggetti in difficoltà. E se qualcuno fa ancora differenze fra il nord e il sud, la crisi no. La povertà non conosce la geografia e avanza anche al nord e in particolar modo a nord-est. In Emilia Romagna sono 88 mila le famiglie riconosciute povere, il 4,1 % in più rispetto al 2009. In Veneto sono 100 mila le famiglie colpite, lasciando che il livello di povertà di questa regione superi addirittura il livello medio dell’intero nord. E a Milano, la città che tutti immaginano ricca, sfarzosa e piena di possibilità per i giovani, i laureati sono senza cibo e senza vestiti.

In questo modo si allarga, come un fiume in piena, quel ceto dei nuovi poveri. E ci si inventa modi sempre nuovi per provare a combatterla, questa povertà. Sempre nuovi e sempre diversi, a seconda chi sono gli individui che ne vengono colpiti.

E così, se gli adulti si sentono sviliti e impotenti perchè non sanno come dare da mangiare ai proprio figli, non sanno di cosa vestirli se gli abiti di prima non stanno più bene, i figli dal canto loro si sentono frustrati. Perchè non possono avere quel jaens che vorrebbero, e indossando sempre lo stesso vengono presi in giro dagli altri. Perchè non hanno il computer o la connessione e non possono sentire gli amici, non possono ricaricare il cellulare. Cose che possono certamente sembrare di poco conto dinanzi alla scarsa quantità di cibo sulla tavola. Ma non se sei un adolescente figlio di questa società. Di una società che sembra dare tutto per poi toglierlo senza neanche chiedere scusa. Di una società che costruisce sempre nuovi bisogni facendoli passare per primari, fino a che tutti non arrivano a considerarli tali. E qui Hobswam potrebbe giungere in aiuto.

Per un adolescente il cibo, il telefono, i vestiti, la televisione, il computer, sono tutti bisogni primari. Se non possiede un computer con la connessione, come può un adolescente svolgere la ricerca assegliatagli dalla professoressa? Ci sono certo le enciclopedie cartacee, ma vai a trovarla aggiornata al 2011.  Se non hanno una casa dignitosa, o sanno di non avere granchè per pranzo, sulla tavola, come possono invitare i compagnetti a casa? E così la povertà diventa solitudine.

E se questo quadro è triste, lucubre e sommesso, diventa quasi macabro se si pensa alle soluzioni che gli adolescenti si inventano per sentirsi “normali”. Li troviamo agli angoli delle strade, fuori e dentro le scuole, soprattutto i maschi. A spacciare per “guadagnarsi” i soldi per poi acquistare un paio di scarpe. E le ragazze le troviamo lì, dietro il montior di un computer, su una foto inviata al cellulare, o nei bagni della scuola a spogliarsi in cambio di una ricarica. O a ballare sui cubi nelle baby-disco, come dive di un night club. Con sguardi e bocche che le spogliano e le violentano tanto quanto potrebbe fare una mano.

Ecco cosa porta con se la crisi, lasciando sporcizia al suo passaggio. Come una lumaca. Ed in mezzo al viscidume che resta su qualunque superfice tocchi, l’incremento della prostituzione è uno dei fenomeni più preoccupanti. Perchè le prostitute, come le stagioni, non sono più quelle di una volta. Non sono quelle delle case chiuse,  sofisticate e altezzose, e neanche più quelle dei marciapiedi, dei porti, sfrontate e sexy. Non più. E non lo fanno più solo per guadagnare migliaia di euro (anche se le professioniste li guadagnano e come!) o perchè costrette da incontri sbagliati, o da una situazione familiare che necessita di guadagni alti e veloci. Le nuove prostitute sono le ragazzine della porta accanto. La figlia del vecchio compagno di scuola, o del dirimpettaio. E lo fanno in cambio di un cellulare, di una ricarica, di una pizza fuori.

Ma la domanda sorge spontanea. Se non stiamo parlando di grandi spacciatori o di prostitute di professione che come è noto, essendo essi stessi di un certo livello, hanno una altrettanta sofisticata clientela, qual è la clientela di questi giovani che si improvvisano spacciatori o escort? Spesse volte altri ragazzi come loro.

E allora, dove è finita la crisi? Dove e come si riescono a trovare i soldi per acquistare “la roba” o per comprare un cellulare alla tipa che mi si spoglia davanti? Dov’è la crisi in tutto questo? Domande che probabilmente rimangono senza risposta, se anche chi dovrebbe darcene, di risposte e soluzioni, si perde tra “roba” e prosperosi seni.

E allora, come è stato fatto in Inghilterra, non rimane che alzare gli occhi al cielo. “God save us”, direbbero gli anglosassoni: che Dio ci salvi.

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