I corridoi di Palazzo Zanca e il bagno delle pari opportunità

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Un’impressione comune, una circostanza che si verifica sempre,  un dato di fatto, oserei dire, quello che accade  ai luoghi, ai corridoi e ai percorsi che giorno per giorno, estate e inverno, col sole o con la poggia, siamo chiamati a percorrere. Diventano sempre più lunghi, più tortuosi, più rovinosi e stanchi. Pertanto neanche i lunghi e i vetusti corridoi del Comune di Messina, per quanto inorgogliti e tronfi dei personaggi della politica Regionale e Nazionale che spesso li percorrono, riescono sfuggire a questa legge di natura.

Per verità di cronista devo però riportare che un alto Dirigente dell’Amministrazione, solito imputare ai sottoposti e inferiori di grado il demerito di una fervida e perniciosa  immaginazione, concludeva qualsiasi diatriba in merito con la frase, “Il dipendente, quando è solo capace di compiere la stessa semplice azione,  trasporta le sue sensazioni e la sua limitata capacità ai luoghi, ai corridoi e ai percorsi. E’ naturale quindi che colleghi avanti negli anni, se non nella carriera, hanno sempre  farneticato su immaginarie ristrutturazioni e fantasmagorici lavori.
E contestando fermamente il pensiero dell’Alto Dirigente, insistono, ancor oggi, su presunte e variabili lunghezze dei corridoi in concomitanza con l’avanzare della loro età. Si dice che il giorno prima di andare in pensione un collega abbia giurato di aver dovuto fare chilometri, come ultimo atto della sua vita amministrativa, per portare la posta nei vari uffici. Pur non condividendo il pensiero dell’Alto Dirigente devo, mio malgrado, confermare che i corridoi di palazzo Zanca almeno da dieci anni a questa parte non hanno subito nessuna ristrutturazione. Per esattezza l’unica ristrutturazione è stata quella che una collega ha ribattezzato il Bagno delle pari opportunità. Per le prime non volevo credere che vi potesse essere discriminazione nell’atto naturale dell’orinare, del fare acqua. Insomma nell’andare in bagno.

Fu proprio in occasione dell’avvento del bagno delle pari opportunità che notai  la cosa  e  la collega che vi diede l’origine. Appesantita dall’età e dalle gravidanze arrancava lenta e pesante per i lunghi corridoi del Comune. Il braccio destro dietro la schiena per pareggiare un baricentro fuori fase e una piccola borsa da portare a mano. Come tutte le persone che non avrebbero mai accettato i propri limiti, era orgogliosa e pur potendo fermarsi per prendere fiato preferiva accelerare e stancamente, a piccoli passi,  raggiungeva la meta. Vestiti anonimi e scarpe, o ciabatte, basse per facilitare il cammino. Ignorata da tutti i colleghi e dalla maggior parte delle persone svolgeva il suo dignitoso lavoro di dipendente comunale. La mattina verso le 7,10 veniva accompagnata da uno dei figli con una vecchia fiat abarth e un cane. Un giovane e educato che salutava tutti, anche me. Il figlio aiutava la madre a fare gli scalini e entrato in ufficio gli alzava la serranda. L’ho visto spesso con gli occhi persi verso l’incrocio di Piazza Antonello aspettare  il permesso della madre per andare via, mentre il cane abbaiava dentro la vecchia fiat ai colleghi di passaggio. La potevi rivedere, la collega,  verso le 11,00 che puntualmente si spostava dal suo corridoio al corridoio accanto per andare in bagno. Centocinquanta, al massimo duecento passi, precisamente dall’angolo di Palazzo Zanca che dà sulla Via Consolare del Mare  alla parallela del  C.rso Cavour.

Poi, un giorno, i passi diventarono 700, era scoppiata la guerra dell’urina. Si narra che un consigliere donna di centro sinistra, sollecitata da alcune belle, agili e giovani colleghe, abbia posto un’interrogazione ai massimi organi dell’Amministrazione Comunale, si sussurra addirittura al Segretario Generale, tendente a stigmatizzare l’atteggiamento dei colleghi uomini propensi a farla, la pipì, fuori e sopra la tavoloccia. Non so le varie risposte delle forze politiche, i verbali sono stati secretati, ma conosco le decisioni e l’agire del Dirigente competente e del Responsabile del procedimento in linea tecnica. I quali come novelli Mosè, dopo una dispendiosa ristrutturazione dei servizi e consequenziale riconoscimento di un benefit pari al  2% sui lavori appaltati, procedettero a spartire le urine. Dopo i suddetti fatti la nostra eroina non poté più andare nel bagno più vicino, tassativamente vietato alle donne, ma si dovette fare ben due corridoi e mezzo prima di poter dare sfogo alla natura e recarsi nel proprio bagno delle pari opportunità. Non è compito di questo cronista fornire soluzioni o dare giudizi ma riportare il sentire comune si.

Pertanto e in questa veste riporto la soluzione che circola nell’ambito dei colleghi uomini, tacciati quantomeno d’inciviltà, “sarebbe stato sufficiente non accontentarsi di una pulizia ogni 24 ore e richiedere la pulizia dei servizi igienici almeno tre volte al giorno.  Non pretendere, invece, che gli stessi siano igienicamente efficienti quando sono d’ausilio ad almeno 800 persone al giorno. Per inciso presso la casa comunale, in questo periodo, esiste solo un bagno promiscuo aperto anche al pubblico. E’ al primo piano. La collega, invece, ha ottenuto il trasferimento ad altra sede.

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