I nuovi poveri in Italia

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La crisi economica non risparmia il nostro paese e se nel recente passato si parlava di povertà legata ai ceti bassi della popolazione, oggi il fenomeno è riconducibile anche ai ceti medi, famiglie giovani con un mutuo, ad esempio, che anche con reddito medio alto rischiano di non riuscire ad accantonare nulla, facendo fronte alle sole spese familiari.

 

La nuova povertà è diversa della povertà a cui eravamo abituati, il perché è presto detto.

La signora anziana o il disabile che non hanno la possibilità di pagare le bollette o far fronte a spese sanitarie, sono persone che stabilmente si rivolgono ai Servizi Sociali oppure alla CARITAS.

Sono quindi situazioni a cui si riesce dare una risposta potendo quantificare il fabbisogno necessario per loro.

I nuovi poveri invece sono persone che si ritrovano in modo inaspettato ed improvviso in una situazione a cui non erano preparati. Poveri che non sembrano poveri, che cominciano a rivolgersi alle mense pubbliche o che si inoltrano nei meandri della pubblica amministrazione per chiedere un contributo che possa sanare alla meno peggio la situazione.

Solitamente queste persone, queste famiglie, non essendo “abituate” a gestire tali situazioni di difficoltà, cercano inizialmente di risolvere il problema con le proprie forze, in questo modo si arriva nella maggior parte dei casi a ritrovarsi con affitti arretrati oppure rate del mutuo saltate, bollette arretrate sino ad arrivare al distacco della fornitura energetica.

 

Sfortunatamente tra i nuovi poveri rientrano anche quei padri separati, che devono lasciare la casa d’abitazione e devono andare alla ricerca di un nuovo alloggio, facendo fronte al pagamento di un affitto, magari continuando a pagare il mutuo nella casa coniugale a cui si deve sommare il pagamento degli alimenti.

 

In tutti i casi che qui potrei indicare, i problemi a cui far fronte sono sempre gli stessi, la crescente difficoltà economica di questi nuovi “poveri” per le istituzioni implicano un aiuto non costante, che per l’improvvisa necessità risultano di difficile intervento. L’iter per la richiesta di sostegno economico resta inalterato, sia che la situazione sia costante, sia  che sia improvvisa, ecco che però le risposte relative a queste ultime non sempre riescono a sanare la situazione in tempo, creando così una spirale di malcontento sociale, di false aspettative e sopratutto di false informazioni.

 

Quante volte si ascolta la frase: “Agli altri danno tutto, a me nulla”, dichiarazione derivata dalla falsa aspettativa di un aiuto che si fonda sulla convinzione errata che lo stato assistenziale possa aiutare tutti.

Purtroppo non è così e, per la carenza di mezzi e modi idonei ad affrontare controlli adeguati, ci si ritrova ad aiutare solo il povero abituale (inteso come persona abitualmente seguita dai servizi sociali o enti privati), che talvolta è povero di professione.

Perché lo indico in questa maniera? Per il semplice fatto che una persona cresciuta in un nucleo famigliare sostenuto e seguito tendenzialmente continua l’appoggio presso i servizi sociali. Esistono casi però di persone che non ne avrebbero la reale necessità ma che per rientrare nel sostegno decidono coscientemente di lavorare in nero, intestare mezzi a terzi estranei al nucleo famigliare e quant’altro: ecco perché li definisco di professione.

 

Quanto scritto deriva dalla mia esperienza personale in quest’ambito, quotidianamente affronto situazioni di nuclei famigliari disagiati che cercano aiuto e quotidianamente ci si trova a dover individuare situazioni nuove scaturite improvvisamente, che colgono le persone impreparate.

In questo particolare periodo, in un paese come il nostro, in cui la famiglia è ancora principalmente monoreddito ed in cui la crisi economica è tutt’altro che passata, i licenziamenti aumentano, il numero di cassaintegrati e di disoccupati aumentano vertiginosamente. Il rientro nel mondo del lavoro è tutt’altro che semplice e scontato, nel medio e lungo termine, le istituzioni dovrebbero quindi cercare di aumentare gli ammortizzatori sociali senza limitarsi ad aiuti una tantum che servono ma non risolvono.

Deve essere inoltre fatto un accorto controllo sulle reali situazioni dei nuclei familiari utilizzando strumenti che possano vagliare l’effettiva entità del disagio, solo così potrà essere dato un aiuto concreto, perché solo individuando gli sprechi si possono meglio dirottare i sostegni.

 

Valentina Agatea

del Comitato Donne di Chioggia

 

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