Il Cantiere dell’alternativa.

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Piccoli cantieri contro grandi opere”: questo il tema dell’incontro-dibattito svoltosi ieri pomeriggio nei locali dell’ex Sea Fligh, impianto industriale oggi dismesso, per anni eccellenza nella produzione di aliscafi.

Qui, in un area per anni lasciata in una colpevole condizione di degrado ed abbandono, Il cantiere dell’alternativa apre al confronto per Messina bene Comune, soffermandosi in particolare sull’ inconsistenza delle motivazioni alla base della volontà di realizzare in Italia Grandi Opere come Alta Velocità e Ponte sullo Stretto.

Dieci anni dopo il primo campeggio No Ponte, il movimento torna ad interrogarsi su le vere priorità di un territorio che, anche in ragione di politiche improvvide e speculazioni economiche, si è visto privato della sua più autentica vocazione e del suo inscindibile legame con il mare.

Grandi opere, trasporti, conflitti sociali e la necessità di riqualificare il territorio i temi affrontati da Daniele Brat esponente del Movimento No Tav – Val di Susa, Mariano Massaro dell’Orsa Navigazione, Daniele Ialacqua esponente della Rete No Ponte, Pietro Interdonato Comitato pendolari dello Stretto e Sergio Alibrandi del Collettivo QuaSiVive.

Ed è il concetto di sviluppo, che per attuarsi non può né deve prescindere o sacrificare rispetto per ambiente e peculiarità di un territorio, la premessa che inaugura la serie di interventi.

“Il rischio che si corre, aggredendo un territorio e piegandolo a logiche di produzione che non tengono in alcun modo conto delle sue caratteristiche peculiari – spiega Daniele Brat del Movimento No Tav – è quello di creare tensioni di natura sociale che, come in Val di Susa, possono tramutarsi in conflitto”.

“Sviluppo – apostrofa Brat – significa benessere, miglioramento delle condizioni di vita della popolazione sulla quale si interviene; se questo manca o se questo conduce ad un peggioramento oggettivo della realtà locale, i presupposti su i quali costruire seriamente un confronto vengono meno”.

“Il movimento No Tav, oggi così largamente conosciuto – racconta l’esponente della Val di Susa- nasce 23 anni fa come rete aggregativa ed informativa per la popolazione della Valle che, in larga maggioranza- spiega – non conosceva natura ed impatto ambientale di un progetto destinato ad incidere negativamente sulle loro vite”.

Brat si sofferma poi sui costi spropositati della Grande Opera: “Il progetto attuale prevede una spesa di circa 20 miliardi di euro; in realtà – sottolinea – la cifra si preannuncia quattro, cinque volte superiore”.

“Un progetto faraonico per il trasporto merci e non passeggeri – evidenzia – del quale la Val di Susa non ha alcun bisogno: dal traforo del Fréjus ad esempio – spiega Brat – transita solo una percentuale esigua di merci per un impiego di gran lunga inferiore alle potenzialità del condotto”.

L’esponente No Tav si sofferma poi sulla militarizzazione dell’area: “Giorni fa qualcuno ha paragonato la Val di Susa alla Palestina – racconta – paragone che condivido sia per l’utilizzo di filo spinato con il quale si è delimitata l’area sulla quale dovrà sorgere il cantiere sia per l’impiego di gas CS, in Italia illegale, nei confronti dei manifestanti”.

Ed è nella lotta contro la speculazione che si muove dietro le Grandi Opere che il movimento No Tav si lega ai No Pontisti.

Da Mariano Massaro, esponente sindacale dell’Orsa Navigazione, arriva la denuncia: “ Nel nome di un opera, venduta alla cittadinanza come conduttrice di sviluppo ed occupazione, sono stati dismessi i collegamenti ferroviari tra la Sicilia ed il resto del paese, scelta che contribuito ad isolare ulteriormente un territorio già pesantemente emarginato”.

“Oggi il progetto del Ponte sullo Stretto sembra aver perso vigore – aggiunge Massaro – ma lo scempio operato su questa porzione di territorio resta: sono oltre 4000 i posti di lavoro persi tra marittimi e ferroviari”.

La necessità che il movimento No Ponte non abbassi la guardia e continui a tenere alta l’attenzione sugli effetti nefasti prodotti dalla Grande Opera sono al centro dell’intervento di Daniele Ialacqua : “La Rete No Ponte si è costituita nel dicembre 92 – racconta -parallelamente alla nascita del progetto e della società Stretto di Messina. Il primo corteo ha visto la presenza di circa 300 persone, quattro gatti secondo alcuni, ma negli anni – rivendica Ialacqua – il movimento è cresciuto, si è strutturato ed è stato capace di dialogare ed ascoltare la nostra gente creando una sinergia anche con la sponda calabrese, anch’essa coinvolta dalla realizzazione dell’opera”.

“Da più parti si tentato di criminalizzare il movimento, di marginalizzarlo, etichettandolo con il marchio dell’ ecoterrorismo”.

“Oggi siamo di fronte ad una svolta e la nostra lotta deve spingere affinché si giunga a realizzare piccole opere, utili e davvero necessarie per lo sviluppo del territorio, basta opere faraoniche – conclude – costruite per soddisfare gli interessi di pochi”.

Chiaro il messaggio che No Tav e No Ponte intendono lanciare: lo Stretto così come il territorio sono un bene comune, un patrimonio che va tutelato e preservato, il segno di una magnificenza alla quale l’uomo, per una volta, dovrà chinare la testa.

 

Emma De Maria

 

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